QUESTO PIL PROVVIDENZIALE CHE FA TORNARE I CONTI POLITICI
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Marcello Pili
(l’Opinione 30.10.94)
Dopo numerose revisioni dei dati della contabilità nazionale, il cui dato più importante, il Pil (Prodotto interno lordo), è intuitivamente la misura del reddito nazionale da cui differisce per piccole componenti, la gente si incomincia a chiedere se non abbiamo passato la misura della tolleranza e della credibilità di queste operazioni. Anche il nostro giornale ha ospitato un articolo-richiesta di chiarimenti a cui cerchiamo di dare una risposta. Le revisioni della misura del Reddito Nazionale (e del Pil da cui differisce di poco) – corrispondente il primo alla misura dei redditi totali distribuiti ed il secondo al valore totale di beni e servizi prodotti – sono state tre: nel 1978 del 9 per cento, nel 1986 del 18 per cento e nel 1990 dell’uno per cento. La prima revisione, quella del 1978, fece sollevare un dibattito sul reddito prodotto e non registrato (sommerso), che aveva qualche ragione di stupore, e fu digerita con l’idea della novità: l’economia sommersa, irregolare, che aveva dato un aiuto all’occupazione, alle esportazioni e alla produzione italiana.
Il merito non fu tanto analizzato, dato il clamore della novità e la suggestione di questa economia sommersa. L’insieme di altre novità quale la buona rispondenza della nostra economia ad un’esigenza di maggiore penetrazione nei mercati internazionali, particolarmente efficace nei due settori del tessile-abbigliamento-calzature e nel meccanico, entrambi a media tecnologia, hanno lasciato anche questa correzione dei dati con il dubbio del possibile.
Quando dopo meno di dieci anni (1986) c’è stata un’altra rivalutazione, stavolta del 18 per cento, si è incominciato a sentire puzza di bruciato, confermata da alcune cose poco chiare sulla ricostruzione dei dati, distribuzione territoriale dell’aumento, metodo usato per ricostruire le serie dei dati passati. Il dubbio era sempre più forte e la verifica che i dati non erano più buoni per l’analisi econometrica, col fatto che alcune ricostruzioni erano fatte con modelli econometrici, faceva rompere l’assunto di base, che il dato sia una misura, anche con un po’ di incertezza, ma sempre una misura, e non una valutazione di un modello econometrico.
Chi conosceva l’Istat dei tempi di De Meo non ha mancato di vedere che gente laboriosa, professionalmente preparata, lavorasse là e il vedere conti scritti a matita su fogli di protocollo a quadretti ha oggi lo stesso sapore di quando si vanta il vino di una buona cantina. Quelle serie e quei dati davano il riscontro efficiente di ciò che succedeva nell’economia: gli investimenti si vedevano variare chiaramente al tasso di interesse e ogni sensazione materiale di chi conosce l’economia e di chi viaggia poteva trovare conferma o smentita.
La seconda rivalutazione non ci trova consenzienti né per la misura (18 per cento), né per la credibilità delle partite singole rivalutate, né per il metodo ed il presupposto non chiaro. L’ultimo ritocco, anche se minimo (uno per cento), ci causa lo svenimento. Basta, diciamo basta! La credibilità dei dati è importante e l’abuso suggerisce che anche le cose intoccabili nel nostro Paese finiscono nella tramoggia, se c’è un interesse politico.
Il rialzo totale delle rivalutazioni ha superato il 30 per cento e ha abbassato così artificiosamente la pressione fiscale del 30 per cento, permettendo di spacciare la pressione fiscale italiana come “non la massima in Europa”. La pressione fiscale reale è invece, sulle misure del reddito non sommerso, del 12 per cento circa più alta (40 x 0,30) di quella oggi dichiarata: è come se noi avessimo - ma forse qualcuno lo ha - l’obiettivo della massima pressione fiscale, come strumento di coercizione della libertà di voto. Una seconda ricaduta ridicola è quella che vede il nostro grado di apertura al commercio (esportazioni su Pil) diminuire a livelli di grado di apertura dell’ottocento (al 15-20 per cento) che non corrisponde minimamente a quello che è il comune senso delle cose (e della credibilità).
Se l’Istat ha preso una parte delle funzioni dell’ufficio del Piano di sovietica memoria – che collabora a realizzare gli obiettivi del Piano per la parte non realizzata dalle industrie – speriamo che perda rapidamente queste funzioni, anche perché l’Istituto è ritornato agli statistici (non anche il direttore generale), i quali hanno una educazione al rispetto dei dati.
Questo tema dell’affidabilità dei dati statistici ci fa pensare ad altri settori che stanno entrando ora in discussione: la Banca d’Italia. In questo caso incomincia ad affiorare il dubbio che ciò che si dice non corrisponde ai fatti. Non si capisce – e non viene spiegato o lo si fa con spiegazioni inadatte agli economisti – l’accanimento al rialzo dei tassi a tutti i costi. Si dice che la Banca d’Italia è autonoma e si invoca l’autonomia per non dare spiegazioni plausibili e in linea con la comprensibilità economica di ciò che si fa.
Il problema in realtà è la fedeltà e l’affidabilità, come i dati statistici, che incomincia ad essere meno chiara. Alla Banca d’Italia deve essere chiaro che anche a noi è chiaro che i profitti delle banche si fanno con gli alti tassi di interesse ai danni dei cittadini e degli imprenditori e che deve prendere le distanze dagli interessi delle “Sette Sataniche” del tasso d’interesse, come saggio di oppressione.
Università di Roma “La Sapienza”