IL FLAUTO MAGICO DELL'ASSISTENZIALISMO CONTRO CUI DEVONO COMBATTERE I VERI LIBERALI

Marcello Pili

(L'Opinione 07.01.94)

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         NICCOLO' MACHIAVELLI (recentemente è stato citato a proposito!) non ha avuto alcun successo con i suoi contemporanei, se è vero che viene citato da Biagio Buonaccorsi con sufficienza ed ironia, come uno "che va in giro sprovveduto di tutto, ma presto gli arriverà la berretta di velluto" e poi "Havete tanta fermezza che non vi basta una hora ad stare in uno proposito" e che continua: "Et qui è ferma oppinione che il Papa voglia levarselo presto dinanzi".

         La ragione di quello scarsissimo successo è dovuta al fatto che già allora era chiaro che le cose non erano più quelle interpretabili con il suo Principe, opera retorica, ottenuta dalla decantazione della cultura classica.

         In realtà, dalla caduta dell'Impero romano, le cose non hanno più seguito il corso analizzato dai classici, dove Roma era per Polibio l'incarnazione del buon governo, colla divisione dei poteri fra popolo, Senato e militari ("tre erano gli organi dello stato che si spartivano l'autorità; il loro potere era così ben diviso"), divisione che solo volgarmente può essere attribuita a Montesquieu o a Rousseau.

         La divisione dei poteri, addirittura, era alla base della stabilità della Repubblica di Platone, e perciò non può essere certamente spacciata come la trovata teorica o il machiavello di stabilità degli stati moderni ed in particolare dell'Italia di oggi.

         L'analizzare una realtà diversa da quella classica è l'errore di Machiavelli e di alcuni intellettuali oggi. Questi intellettuali postulano l'esistenza di uno Stato ordinato democraticamente, basato appunto sulla suddivisione dei poteri, in cui il cittadino ha i suoi diritti contenuti in una Charta, etc, etc. Ma non è così.

         Quello che abbiamo oggi, nella realtà politica, è la mescola della cultura ellenistica con quella orientale (degli imperi preromani e della cultura della marginalità predesertica) che domina dalla caduta dell'Impero Romano. La frattura tra cultura dell'iniziativa e della costruzione della società e cultura della debolezza e della passività era stata alla base della costruzione di Roma, con la metafora di Romolo, che costruisce Roma avendo eliminato il fratello Remo, che incarnava la debolezza che è dentro di noi e le sue lusinghe.

         Per farla breve noi abbiamo una Roma, in tutto aderente all'Italia di oggi, costruita insieme da Romolo e Remo, dall'iniziativa di costruzione che viene ottusa dalla debolezza e dal culto dell'assistenza. La lettura liberaldemocratica è insufficiente e l'intellettuale propenso all'iniziativa è lamentoso di come sarebbe dovuto essere; di come si è temporaneamente impediti a realizzare il mondo democratico e liberale; di come la velleità di comunisti e mammisti della Madre mediterranea annidati tra i cattolici siano inefficaci di per sé nel lungo periodo.

         Ciò è sbagliato: l'iniziativa toglie sì la debolezza, ma la mancanza di iniziativa, anche intellettuale, verso la passività e la debolezza, porta al prevalere della morte nella forma solo transitoria della debolezza.

         Questo è il punto: l'intellettuale pensa che esista una sola? possibilità positiva e non fa quanto occorre perché l'iniziativa positiva prosperi. Subisce l'iniziativa dei professionisti della debolezza e ridicolmente, come Machiavelli, canta, nel coro della tragedia, che l'uomo ha il solo destino del bene.

         Ciò non è vero. La cultura liberale deve capire che non siamo in una situazione in cui tutti operano dentro una società liberale, ma siamo in una situazione in cui la società liberale non c'è ancora, nella forma che quasi non c'è più, perché una parte, che finge di essere liberale, opera per una società non liberale e per la dittatura e la povertà realmente, avvalendosi delle libertà liberali. I liberali devono capire questo: che non una società liberale funzionante essi hanno, ma una società in cui una parte si batte per la dittatura ed è volta alla sottomissione di tutti.

         La risposta deve essere quindi della attività fondante, che vuol dire lavoro e fatica e non opportunismi da logoro principe, come abbiamo positivamente sperimentato nel Risorgimento: impegno e lavoro e garanzia di fruire dei suoi frutti.

         Quest'ultimo nesso è fondamentale e per questo il comunismo ed il cattolicesimo combattono insieme contro di esso, bollandolo di consumismo: perché il godimento dei suoi frutti è la base del lavoro. La pesantezza finale, gli alti tassi di interesse, il cattivo mercato delle abitazioni, sono invece gli strumenti con i quali il frutto del lavoro viene ridotto a un livello misero. Questa è poi la reale base per il suono del flauto ?magico dell'assistenzialismo e della debolezza a tutto il popolo italiano. Questo è il senso della proposta di un governo Pds, Ppi, Lega.

         Solo dobbiamo dire ancora che, non avendo ripristinato il sistema liberale, cioè quello in cui il cittadino beneficia del frutto del suo lavoro senza rapine, molte persone oggi possono essere disorientate. Ma la strada è quella detta e va percorsa, perché non ce n'è altra e bisogna dare una risposta effettiva e liberale, anche alle giuste aspettative delle attive popolazioni del Nord che votano Lega.

                                                                              *Università di Roma "La Sapienza"