ELASTICITA’ DI SISTEMA E DI IMPRESA E RIGIDITA’ DI SISTEMA NELLO SVILUPPO ITALIANO DAL SECONDO DOPOGUERRA AD OGGI.

Marcello Pili

Università “La Sapienza” ROMA

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(Scienza e Business Anno II, N. 1 – 2, Bozze, 2001)

 

Il luogo comune tradizionale che vuole l’Italia paese arretrato “ultimo venuto” (last comer) allo sviluppo non ha nessun fondamento.

Gli storici economici che studiano il medioevo hanno sempre riconosciuto all’Italia il ruolo del paese più avanzato in Europa e alle città italiane, Genova, Venezia, Milano, Pisa, Firenze, Siena etc., l’eccellenza in ogni campo, economico, intellettuale, scientifico e artistico.

“L’intensificazione” dell’attività industriale nella Gran Bretagna (come la definisce Adam Smith, e non l’industrializzazione come vuole una vulgata che non ha fondamento) mostra che lo sviluppo si alterna in Europa, ora una nazione prevalendo sull’altra nell’eccellenza del mercato e della qualità e dei prezzi, ora l’altra.

L’Ottocento vede l’Italia in condizione economica di tutto rispetto con l’industrializzazione già al 20% del PIL al 1870 che va al 27% al 1920, mentre invece è inferiore a oggi.

L’urbanizzazione è avanzata e l’inserimento nel mercato internazionale è buono nell’ 800 e pur a causa di alcuni cattivi esiti statistici odierni vanta un rapporto di internazionalizzazione dell’economia italiana del 20%, misurato come rapporto tra esportazioni o importazioni su Pil a prezzi correnti, che risulta identico a quello di oggi.

L’elasticità o flessibilità dell’economia italiana è un fatto storico già dall’ottocento e assodato dalla ottima serie statistica disponibile per l’economia italiana dell’ottocento.

Dopo la seconda guerra mondiale del novecento l’Italia ha recuperato ritardi tecnologici dovuti alla mancata azione del libero mercato, chiuso dalle sanzioni nel periodo cosiddetto autarchico prima della seconda guerra mondiale. Abbiamo con ciò il boom economico degli anni ’50 e ’60 favorito dalla costruzione delle autostrade, dalla libertà di circolazione delle persone legata ad un efficiente mercato dell’affitto di abitazioni.

La mobilità del lavoro e delle merci, l’aumento della scolarizzazione e l’inurbamento ulteriore, sono stati i fattori di offerta che hanno consentito di cogliere le opportunità di un mercato più ampio (il cosiddetto Mercato Comune Europeo) e di fare il recupero tecnologico. Ciò è già una risposta a chi oggi farfuglia di liberalizzazione “spinta”, di “pericoli” del mercato globale etc. Dalla liberalizzazione del commercio e dal mercato globale, quanto più si può espandere, derivano solo effetti positivi che sono stimolo all’aumento della produttività, bassi prezzi, e redditi più alti per tutti.

Non ci sono soccombenti se ognuno dà ciò di cui è capace. Lo sviluppo è frutto in sintesi della divisione del lavoro, come già dice Platone nella sua Repubblica, e il recente sviluppo del dopoguerra è riconducibile alle Autostrade e al Mercato Comune Europeo, padre dell’Unione Europea di oggi, che sono così i fattori che hanno causato il boom degli anni ’50 e ’60.

Cose semplici quindi, autostrade e mercato comune insieme a un contesto di mercato libero (mobilità) che oggi non c’è.

La flessibilità d’impresa è risultata subito elevatissima e nuove imprese nascevano allora e si sviluppavano in un batter d’occhio (edilizia), e le imprese artigiane si trasformavano in imprese industriali indicando che la flessibilità d’impresa non è mai mancata allora come ora.

Ciò che oggi non risponde più allo sviluppo, che infatti non c’è più in Italia (il saggio di sviluppo era negli ultimi anni ’50 e ’60 dell’ordine del 6 – 7% annuo e ora siamo intorno allo zero) è l’elasticità di sistema che è diventato estremamente rigido invece.

La recentissima normativa di parziale liberalizzazione del part-time indica che questo è stato mostruosamente considerato illegale e parzialmente lo resta ancora (il tentativo di trasformare a tempo indeterminato il lavoro part-time fa solo ridere, perché una studentessa universitaria che fa la baby sitter non vuole farlo certo per tutta la vita, così come per una commessa a part-time che è studentessa universitaria, o per la battitura di testi per l’editoria ed altri lavori che il soggetto offerente per primo non vuole cronicizzare).

Il mancato impiego del part-time è oggi causa di un terzo della disoccupazione e il part-time avrebbe perciò capacità di assorbire un milione di addetti (si pensi ad una commessa per negozio il venerdì, sabato e la domenica moltiplicato per il numero dei negozi: uguale?).

La flessibilità d’impresa sempre disponibile si scontra oggi con l’inelasticità di sistema dovuta all’alta tassazione che proprio disincentiva l’impresa e le sue trasformazioni, poi si aggiunge l’inelasticità individuale e territoriale del mercato del lavoro, le mancate infrastrutture, una scadente professionalizzazione della scuola.

Alcuni aspetti negativi oggi ne nascondono altri. Per esempio il basso assorbimento di giovani, favorendo i migliori nasconde le carenze della scuola che si sarebbero verificate meglio sui giovani residui ove assunti, cioè quelli che oggi vengono scartati e sono disoccupati.

Lo sviluppo odierno di alcuni settori, ad alto potenziale di sviluppo, quale quello dell’informatica, di internet,di media – internet – informatica mescolati può far dimenticare gli aspetti di inelasticità di sistema di cui abbiamo parlato prima e da cui siamo afflitti e che ci portano ora allo sviluppo zero.

Lo sviluppo in un piccolo settore, ancorchè moderno, il settore informatico – media – internet, non ci deve far dimenticare l’arretratezza del resto del sistema produttivo. Infatti lo sviluppo di questo settore – blocco in movimento tecnologico non può soddisfare l’intero fabbisogno di occupazione di una economia rigida per rigidità di sistema e che perciò lascia troppa disoccupazione.

La disoccupazione trova poi comunque un aggiustamento di lungo periodo nel calo ulteriore della natalità, sul quale calo non si può più parlare a vanvera se non si dà elasticità al sistema produttivo.

Il settore media – informatica – internet è il settore che la tecnologia ha reso disponibile perché ovvia a tutte le rigidità del sistema. Sviluppa le capacità individuali, ha un basso costo d’esercizio, e, siccome le capacità individuali ci sono, queste fanno d’un tratto direttamente a basso costo ciò che già avveniva nel mercato primordiale del neolitico e poi dei metalli, dell’ambra e dell’ossidiana, vero mercato di alta professionalità e di scambio anche allora.

Questo avviene ogni volta che si accede allo scambio (e ciò è avvenuto già nel neolitico) e dà potenzialità individuali che diventano ricchezza con lo scambio.

Oggi attraverso Internet si parte come nell’età della pietra lavorata con un flusso di azioni di domanda e di offerta e di conoscenza che fluiscono lungo il sentiero agevole del collegamento diretto che circumnaviga l’ostacolo, la montagna della rigidità del sistema di oggi, mentre allora doveva navigare i mari e superare i monti per ridurre le distanze che erano impedimenti reali e non volontari.

Questa di oggi è una risposta potente ma parziale che ci indica che altri settori hanno le stesse potenzialità di sviluppo ma il loro flusso di ricchezza dello scambio è impedito della montagna ostruente che è la rigidità di sistema.

Il libero mercato, le potenzialità di scambio diretto, devono essere di tutti e non solo di quanti passano per il settore informatico – mediatico – internet che pure richiede una professionalità di soglia che non può essere richiesta d’un tratto a tutti gli altri; e poi rimane aperto il problema della misura limite di espansione dello spazio di riferimento di questa attività (lo spazio omega).

Questo settore sfugge alle pastoie ma parte del sistema resta dentro. Perciò se non si vuole imporre la selezione Darwiniana degli abili – internet bisogna sbloccare le rigidità di sistema e riprendere lo sviluppo equilibrato che vuol dire poi sviluppo più alto (cioè sviluppo di internet + sviluppo degli altri settori).

 

Notizie sull’Autore

 

Marcello Pili è Docente di Economia Politica a “La Sapienza”, Roma.

Si occupa delle aree valutarie ottime come approccio all’economia regionale delle aree sovranazionali.

Autore di numerose pubblicazioni scientifiche è collaboratore de Il Sole 24 Ore e del Corriere della Sera.