Articoli di stampa di Prof. Pili

MARCELLO PILI

 

1)      Il Mezzogiorno parsimonioso.

(Il Sole 24 Ore 8.7.86)

 

2)      L’economia del Lazio. Si riduce il ruolo finanziario della regione?

(Il Corriere della Sera 4.1.86)

 

3)      L’Italia dei luoghi comuni falsi sull’economia italiana.

(L’Opinione 16.10.94)

 

4)      Ma resta l’incremento della spesa il nodo che il governo deve sciogliere.

(L’Indipendente 18.5.93)

 

5)      Il pericolo che non c’è (Inflazione).

( L’Opinione 27.9.94)

 

6)      Elasticità di sistema e di impresa e rigidità di sistema nello sviluppo italiano dal secondo dopoguerra ad oggi.

(Scienza e Business, Anno II, n, 1-2, Bozze 2001)

 

7)      Una corrente destabilizzante che lega tutte le grandi crisi finanziarie.

(L’Opinione 5.11.94)

 

8)      L’eterna lotta dell’Italia liberista.

(L’Opinione 27.11.94)

 

9)      Sovranità del cittadino e libertà.

(L’Opinione 9.5.97)

 

10)  Questo Pil provvidenziale che fa tornare i conti politici.

(L’Opinione 30.10.94)

* * * * * * * * * *               

 

 

11) Quei maestri della teoria economica che parlano lingue diverse all'Università e in piazza.

       (L'Opinione 02.10.94)

 

12) Politica liberale e deformazione dei media.

       (L'Opinione 23.05.97)

 

13) Liberali e deformazione dei media (2).

       (L'Opinione 31.05.97)

 

14) Liberalismo, cristianesimo e comunismo.

      (L'Opinione 05.11.97)

 

15) Ricatti politici e democrazia mafiosa.

      (L'Opinione 22.04.98)

 

16) Consenso in democrazia e in tirannide.  

      (L'Opinione 11.02.98)

 

17) Il benessere nostro è la sventura loro.

(L'Indipendente 27.07.93)

 

18) Liberali e media.

      (L'Opinione 23.09.97)

 

19) Elezioni e malessere.

      (L'Opinione 27.11.97)

 

20) Liberali e deformazione dei media (2).

      (L'Opinione 31.05.97)

21) Insindacabilità sovietica.

      (24.07.98)

 

22) Vittoria, sconfitta e recupero di Forza Italia.

      (L'Opinione 09.07.98)

 

23) La chiesa e l'ideologia.

      (L'Opinione 04.06.98)

 

24) Gli strumenti del regime.

      (L'Opinione 25.06.97)

 

25) Liberali e media.

      (L'Opinione 28.08.97)

 

26) Liberali e media.

      (L'Opinione 12.07.97)

 

27) Liberali e media.

      (L'Opinione 31.07.97)

 

28) Il flauto magico dell'assistenzialismo

      contro cui devono combattere i veri liberali.

     (L'Opinione 07.01.94)   

 

29) Bassa Politica.

 

30) Berlusconi: un processo di eresia.

 

31) Economia e politica: i deficit provocati.

 

32) L'imbroglio ecologista.

 

 

 

 

 


 

 

Un’analisi sulla propensione al risparmio delle famiglie nelle regioni italiane dagli Anni ’70

 

IL MEZZOGIORNO PARSIMONIOSO

 

di Marcello Pili*

(Il Sole 24 Ore 8.7.86)

 

La propensione al risparmio aveva sbalordito positivamente gli osservatori dell’economia italiana negli Anni ’70. Insieme a molti altri eventi positivi quali la capacità imprenditoriale dell’economia, la buona conduzione della politica monetaria e dei cambi, l’economia sommersa, la propensione al risparmio aveva fatto da contrappunto a fenomeni negativi quali una elevata inflazione, la vulnerabilità energetica del paese, una tribolata situazione del mercato del lavoro e una forte tensione che ha avuto conseguenze di natura anche non economica.

            L’elevato livello del risparmio aveva mosso discussioni intorno al suo impiego più appropriato, rivolgendo l’attenzione verso l’indebitamento progressivo e crescente della pubblica amministrazione.

            Inutile dire che gran parte delle discussioni erano identiche a quelle che hanno interessato il dibattito pre-Keynesiano sul bilancio in pareggio.

            Il deficit pubblico, insieme con Keynes, richiede un punto di vista meno bigotto, senza ammiccamenti alla gestione del buon padre di famiglia, visto che il privato e il collettivo non sempre richiedono gli stessi criteri di giudizio.

            Il problema di quale deficit, e del contenuto della spesa, invece, sarebbe stato un ottimo argomento di discussione. Il problema dello spiazzamento degli investimenti privati va visto con l’ottica del tasso esogeno, determinato dalle esigenze di riequilibrio della bilancia dei pagamenti, e ottenuto anche tramite la spinta dell’indebitamento pubblico, ma non determinato da questa.

            Tralasciando questo discorso che ha assorbito anche troppo energie negli anni passati, vediamo l’andamento della propensione netta al risparmio delle famiglie italiane nella versione Sec (famiglie più imprese familiari) e nella versione normale dei conti finanziari (famiglie in senso stretto).

            Tale propensione ha preso a salire dal 1970 progressivamente, per restare su livelli elevati (20% circa) per tutti i successivi anni ’70.

            Le due serie presentano leggere differenze dovute alla presenza del risparmio delle aziende familiari nella versione Sec delle famiglie.

            L’andamento più interessante è quello relativo alle famiglie in senso stretto che consente di riferire i valori alle famiglie a cui normalmente si fa riferimento.

            L’andamento evidenzia un rialzo che porta il valore intorno al 20% dal 1973 al 1979. Dal 1979 la propensione al risparmio riprende a scendere in corrispondenza del terzo shock petrolifero dopo gli aumenti del 1973 e del 1976-77.

            La coincidenza col terzo shock petrolifero è netta e la diminuzione prosegue per tutto il tratto discendente dal ciclo 1979-1983.

 

Quattordici anni di grandi risparmi

Propensione netta al risparmio delle famiglie italiane (valori %)

Anni     70     71     72     73     74     75     76     77     78     79     80     81     82     83

F sec   18,4   19,9  21,1  20,8  19,8  22,2  21,9  21,3  22,5  21,7  19,7  19,7  19,2  18,2

Fss      15,5   16,7  17,5  18,2  16,4  18,4  18,5  19,6  20,1  19,8  17,6  17,9  17,5  15,5

F sec - Famiglie più imprese familiari

Fss    - Famiglie in senso stretto

 

Accumulazione a Mezzogiorno

Propensione netta al risparmio (1) nelle regioni meridionali (valori %)

1978      1983                                                             1978      1983

Abruzzo                                29,6       26,7                           Calabria                     32,4       29,4

Molise                                   33,7       39,3                           Sicilia                        19,5       18,9

Campania                              22,3       19,9                           Sardegna                    25,1       24,1

Puglia                                    30,5       31,0                           Italia                           20,1       15,5

Basilicata                               37,0       42,2

(1) Versione Fss = Famiglie in senso stretto

 

            L’andamento regionale della propensione al risparmio delle famiglie in senso stretto mostra una discesa che si muove dal 1978 (anno dei massimo della propensione al risparmio in quasi tutte le regioni) fino al 1983.

            L’andamento della diminuzione per regioni mostra una netta differenza tra il comportamento delle regioni del Centro-Nord e quelle del Sud.

            Le regioni del Centro-Nord hanno una riduzione della propensione al risparmio (in percentuale, per gli anni 1978-83) che è legata alla percentuale di popolazione abitante nei centri urbani con oltre 200mila abitanti.

            Per le regioni del Sud, viceversa, la relazione tra queste variabili non esiste, la propensione al risparmio non scende e pertanto non c’è relazione col peso della popolazione nelle città con oltre 200mila abitanti.

            Questi risultati fanno pensare che la caduta della propensione al risparmio nello shock del 1979 e relativo ciclo sia il risultato di uno shock durissimo che ha trovato il paese già sull’orlo della sopportabilità.

            In precedenza la sopportabilità era stata ottenuta con la fiscalizzazione di alcuni costi, quali quelli delle comunicazioni e dei trasporti che al 1970 rappresentavano il 4,8% del reddito disponibile e al 1978 il 4,5%; e che successivamente hanno preso a rincarare raggiungendo il 6,1% del reddito disponibile nel 1983.

            Questi aumenti, insieme a quelli diretti dallo shock del 1979, hanno avuto l’impatto maggiore sulle aeree urbane del centro-nord. La indifferenza dell’area meridionale è da ascrivere al diverso impiego del sistema di trasporto pubblico nelle aree urbane e ai molti meccanismi di isolamento delle variazioni del sistema economico.

            Quasi tutte le regioni meridionali hanno infatti continuato ad avere una propensione al risparmio più elevata delle altre regioni. La dicotomia Nord-Sud continua ad operare nel bene o nel male.

            L’isolamento dai meccanismi di variazione del sistema economico da un lato allevia lo stress da sopportare nel breve periodo, dall’altro non dà indicazioni sulle trasformazioni richieste nel lungo periodo e che si cerca di realizzare, poi, tra molte difficoltà.

 

 

*dell’Università di Roma

 

 


Si riduce il ruolo finanziario della regione?

 

 

L’ECONOMIA NEL LAZIO

(Il Corriere della Sera 4.1.86)

 

 

Nella regione Lazio è localizzata una importante quota della struttura finanziaria del Paese.

Vi sono localizzate molte importanti sedi centrali di istituti di credito ordinario e speciale.

Tale localizzazione comporta per l’area romana importanti conseguenze sia produttive che occupazionali: il settore ha un alto se non altissimo valore aggiunto per addetto ed ha un’alta intensità di lavoro rispetto all’uso del capitale.

Tutte queste considerazioni fanno apparire il settore nel Lazio come un settore rilevante sia in assoluto che in rapporto al contributo degli altri settori.

Il fatto che questo abbia poi una importante quota localizzata nel centro storico di Roma rende i problemi di fruizione produttiva e di accessibilità dell’area, di cui oggi si parla, rilevanti anche per il settore produttivo qui menzionato.

Della funzione dei servizi del Centro ci si può occupare un’altra volta mentre qui si mette a fuoco il contenuto dell’attività finanziaria che si esplica nella regione.

L’attività finanziaria nel Lazio vede ridursi il ruolo che essa aveva rispetto al Paese.

In questi ultimi dieci anni tale riduzione di ruolo è stata consistente e può essere vista mediante un coefficiente di localizzazione regionale che si presenta con i risultati che qui vediamo[1]:

                                   1974                1984

Lombardia                   1.71                 1.71

Lazio                           2.04                 1.50

L’andamento declinante del coefficiente di specializzazione è derivato da una riduzione del ruolo che il settore pubblico localizzato nella regione (enti locali o localizzati ma appartenenti alla amministrazione centrale) ha nei confronti del sistema bancario del Lazio. Ciò è in conseguenza di un richiamo dei fondi di molti enti pubblici alla tesoreria centrale come conseguenza della normativa che impegna molti enti a fruire della tesoreria centrale del Tesoro.

Questo calo di ruolo è accompagnato dalla riduzione dell’impegno relativo di finanziamento all’economia nel Lazio, fatto questo dovuto all’indebolimento dell’economia del Lazio che si è manifestato via via in questi ultimi dieci-quindici anni.

La perdita di ruolo del settore finanziario e dell’economia in complesso ha portato la riduzione della detenzione dei depositi bancari se considerata in rapporto alla dinamica nazionale (quota).

Tale quota si evolve nella regione Lazio e nella provincia di Roma rispetto alla regione Lazio ed al Paese nel seguente modo:

Dep. Fam.                              1974                1984

 

Prov. Roma                             0.85                 0.81

Lazio

 

Prov. Roma                             0.075               0.070

Italia

 

Lazio                                       0.087               0.086

Italia

 

L’andamento indica che la perdita di ruolo della regione è largamente ascrivibile alla riduzione del ruolo che la provincia di Roma ha sul resto del Lazio e sul Paese.

Il fatto è in sintonia con l’andamento del settore reale e la relazione diretta tra crescita di ruolo economico e crescita del ruolo finanziario risulta valida e si verifica mediata dalla sola variazione della propensione al consumo nelle regioni, con l’aiuto della quale aumenta il grado di comprensione della relazione stessa.

La variazione della propensione al consumo del Lazio, (che si verifica in misura equivalente alle altre regioni incorporanti importanti aree urbane, eccetto la Campania, dove per la presenza di Napoli, l’aumento della propensione al consumo è alta) aiuta a spiegare la caduta dei depositi delle famiglie.

In particolare, se si assume che la gran parte della variazione della propensione al consumo nella regione Lazio deriva dalla variazione nell’area urbana di Roma, si può vedere che per varie ragioni nelle aree urbane più che altrove si è ridotta la capacità di risparmio delle famiglie.

Questo fatto è un riscontro ai problemi che nell’area urbana di Roma sono rilevanti ma non al fatto che l’approccio produttivistico tradizionale (localizzazione delle iniziative produttive e stimolo alla occupazione) è necessariamente l’unico da perseguire in una realtà di forte presenza del terziario e di alta potenzialità delle centralità.

La potenzialità delle centralità vanno quindi studiate tenendo presente che in questo settore il valore prodotto è altissimo e che la determinazione di questo è impedita o ridotta dalle ridotte possibilità di fruizione delle centralità a fini di aggiunta di valore.

Si può dire perciò che l’area di Roma deve essere vista come area in temporaneo declino ma con altissime potenzialità. Ciò a condizione che si riesca ad individuare bene la sostanza di tali potenzialità che sono le centralità e le fruizioni delle centralità.

Marcello Pili

(Cattedra di Economia applicata Università di Roma)

 


Le serie storiche disponibili su reddito, consumi e investimenti sfatano il mito di un Paese “sottosviluppato”

 

 

 

 

 

L’ITALIA DEI LUOGHI COMUNI

 

 

 

 

Dall’unità al 1968 l’economia è stata all’avanguardia per industria e servizi

 

 

 

 

Marcello Pili*

(l’Opinione 16.10.94)

 

LA DISPONIBILITA’ da alcuni anni di serie storiche per l’economia italiana dal 1861 ad oggi non ha stimolato grandi studi e commenti per cui le principali considerazioni in circolazione rimangono quelle che si proponevano molti anni fa sulla formazione dell’Italia industriale.

            Molte più e più puntali considerazioni si possono fare sul lungo periodo documentato dai dati statistici a cui noi ci riferiamo in modo più sintetico ed esplicito possibile.

            Dividiamo il periodo complessivo in sottoperiodi significativi che in prima istanza sono: 1861 – 1921, poi 1921 – 1940, 1940-50 e 1951-1993.

 

 

Produzione, consumi e investimenti a prezzi costanti

(variazione percentuale annua)

 

Periodi                         Reddito naz. Lordo                 Consumi                   Investimenti

1861-1921                               1.1                                   1.1                               1.8

1921-40                                   2.1                                   1.4                               5.7

1940-51                                    -                                       -                                  -

1951-93                                   3.2                                   3.6                               3.2

di cui sottoperiodi

1900-1910                               2.0                                   2.0                               3.7

1970-1993                               2.2                                   2.4                               0.7

Fonte: ISTAT

 

 

            Questa tavola consente qualche osservazione serena sui periodi interessati, indicando, fuori dalle considerazioni politiche, che nel ventennio 1921 – 1940 lo sviluppo del reddito è stato maggiore, in media, del periodo liberale monarchico e inferiore al periodo repubblicano

...............................................................................................................................

            Questo limitandoci a considerare periodi per intero. Se invece vogliamo mettere in rilievo il decennio 1900 – 1910, famoso per essere il periodo di maggior sviluppo dello Stato liberale, ed il periodo 1970 – 1993 che corrisponde al periodo repubblicano post ’68 (potremo dire post-liberale), con crisi petrolifera e altre sciagure varie dell’Italia, possiamo fare dei confronti tra questi periodi e il ventennio 1921 – 1940.

            Da questo confronto risulta che lo sviluppo del reddito del ventennio 1921 – 1940 è superiore al migliore periodo di sviluppo del periodo liberale ed è pressochè uguale a quello del periodo repubblicano (post-liberale) 1970 – 1993, con ciò indicando che la limitazione della libertà non fa bene allo sviluppo economico, come pure il disordine del periodo post ’68 e le sue farneticazioni che accostano molto gravemente i risultati economici a quelli del ventennio e così vediamo che la libertà e la vita ordinata, come si sono avute in Italia negli anni ’50 e ’60, sono le componenti più efficaci dello sviluppo.

            Per quanto riguarda gli investimenti si vede che lo sviluppo di questi nel ventennio 1921 – 1940 (+ 5,7 per cento annuo) è dell’ordine di grandezza dello sviluppo degli investimenti del “miracolo italiano” (1950 – 1970) (+ 6,8 per cento annuo).

            Questo per consentire un giudizio sereno e storico dell’aspetto economico e dell’aspetto politico tra loro indipendentemente.

            Altre considerazioni rilevanti vengono dall’analisi delle componenti del reddito prodotto dai vari settori Agricoltura, Industria e Servizi.

            Al 1861 il reddito era prodotto per oltre il 50 per cento dall’agricoltura (54 per cento) e al 1921 la quota era ancora del 43 per cento. Nel 1940 la quota percentuale della produzione agricola sul totale del reddito prodotto era scesa al 26 per cento e la quota di produzione industriale era salita ad oltre il 30 per cento. Oggi è ad un livello inferiore al 30 per cento (28,6 per cento).

            Le attività terziarie e la Pubblica Amministrazione erano il 43 per cento del reddito prodotto totale, indicando un buon sviluppo del terziario.

            La base statistica disponibile consente poi di fare altre considerazioni sulla variazione della propensione al risparmio in forte incremento tra il periodo liberale ed il ventennio. Queste considerazioni le facciamo qui di seguito insieme ad altre sulla bilancia dei pagamenti.

            I luoghi comuni e le banalità che circolano su questi argomenti sono veramente incredibili. A questa manipolazione della storia e dell’informazione contribuiscono in proporzioni uguali la propaganda, la cattiva scuola, specialmente l’università, e l’ignoranza.

            I luoghi comuni e le bugie che ogni italiano assorbe e respira come un’ameba dall’ambiente circostante indicano che l’Italia è un paese “ultimo venuto” all’industrializzazione, paese arretrato, paese povero e agricolo come causa della povertà e dell'arretratezza.

            Se non ci fossero stati i belli articoli di Barucci, Bairati ed altri, sulla storica economica dell’Italia pubblicati sul Sole 24 Ore, molti avrebbero potuto ancora credere alle banalità in circolazione o insegnare all’università che l’Italia è un paese “ultimo venuto” allo sviluppo.

            Analizzando i censimenti del ‘600 e del ‘700 degli Stati che componevano in particolare il Nord e Centro Italia di allora, si vede che il triangolo industriale Genova-Milano-Torino era il triangolo industriale più sviluppato d’Europa già dal ‘600, e che, con alterne, vicende, continua ad essere un’area di punta a livello europeo e quindi mondiale.

            Napoleone, che si apprestava a conquistare l’Italia, indicava ai suoi soldati sommariamente equipaggiati che avrebbero occupato “le terre più fertili del mondo”, ciò per tirarli su.

            Nella foga di propaganda  del dopoguerra, ma più del dopo ’68, l’Italia è stata presentata come una debolissima nazione in tutta la sua storia.

            Ciò serviva a lavare il cervello su cui si poteva incidere con la nuova propaganda.

            Venendo ai dati vediamo alcune cose importanti per il periodo 1861 - 1993 che analizziamo.

            In primo luogo lo sviluppo degli investimenti che si ha nel ventennio 1921 – 1940 si fonda sulla variazione della propensione degli italiani al risparmio che passa da un livello basso 4 – 5 per cento del periodo 1861 – 1921 al valore del 15 – 20 per cento del ventennio in esame.

            Tale elevazione del risparmio ha consentito la forte industrializzazione del ventennio che insieme ad una attenta gestione delle Partecipazioni Statali, allora costituite, ed una politica economica che risulta impeccabilmente Keynesiana con interventi di sostegno nel settore pubblico, ha consentito all’Italia di mantenere il suo livello dei consumi anche con la grave crisi economica del ’29 e anni seguenti.

            Ciò vuol dire che se c’erano manifestazioni di provincialismo nel ventennio non mancavano teste di buon livello quali Beneduce e Menichella.

            Inutile dire che un’abitudine (propensione) al risparmio raggiunta nel ventennio ha costituito la base dello sviluppo anche per il post-bellico periodo di sviluppo (anni ’50 e ’60), nonostante il nuovo sistema repubblicano abbia fatto di tutto, subito dopo la guerra con contributo dell’amministrazione bellica degli alleati, per disincentivare il risparmio degli Italiani mediante l’esproprio dei crediti degli italiani versi lo Stato allorchè l’inflazione è stata lasciata andare alla larga distruggendo tutto il risparmio degli italiani prestato allo Stato, e quindi non restituendo una lira del debito dello Stato alla fine della seconda guerra mondiale.

            La possibilità di controllare, e meglio, l’inflazione si vede perché con l’intervento della politica di stabilizzazione, nel 1947, l’inflazione scende immediatamente al 5,6 per cento (1948) dal 65,6 per cento (1947). Così dopo una guerra anche interna c’è stata la punizione economica per gli italiani che hanno così perso il valore dei Titoli di Stato da loro posseduti.

            Passando a vedere il grado di apertura dell’Italia al commercio estero abbiamo che nell’ottocento le esportazioni erano dell’ordine del 20 per cento della produzione e quindi indicavano un grado di internazionalizzazione dell’economia del livello che abbiamo oggi.

            Ciò è in contrasto con l’idea-propaganda che l’Italia è l’ultima venuta dello sviluppo, idea che serve oggi, in pratica, a far digerire agli Italiani la pessima amministrazione che si è avviata dopo il 1968.

            Se però qualcuno pensa o dice che ciò è assurdo perché il grado di internazionalizzazione dell’economia italiana è oggi evidentemente maggiore mi trova completamente d’accordo.

            L’arcano si spiega col fatto che la maggiore internazionalizzazione del commercio attuale con l’aumento delle esportazioni viene assorbita nel rapporto Esportazioni/Reddito da una rivalutazione recente del Reddito che ha raggiunto livelli ridicoli e che pone all’Istat il problema di rapida correzione di rotta e di correzione dei dati, per evitare una situazione di non significatività dei dati e una prassi che vede a fine 1994 non ancora disponibili i dati del censimento industriale del 1991 e lo spreco di una credibilità che l’Istat aveva acquistato in un elevato numero di anni e per il contributo di tantissime persone serie e professionalmente molto ben preparate.

 

*Università “La Sapienza” di Roma

 

 



MA RESTA L’INCREMENTO DELLA SPESA IL NODO CHE IL GOVERNO DEVE SCIOGLIERE

 

 

 

 

 

Marcello Pili*

(l’Indipendente 18.5.93)

 

La relazione sulla situazione economica del Paese è un’occasione eccezionale che consente di fare il punto sui fatti, diradando la nebbia e il fumo delle chiacchiere di quella mistura di poco senso che è la gestione politica dell’economia. Tale occasione è motivo di sollievo per chi vede la conferma o no delle proprie opinioni su un testo sottratto finora alle manipolazioni. Così anche per un “tecnico” c’è la possibilità di vedere i dati effettivi su cui si discute tutto l’anno per ammiccamenti, proiezioni, interpretazioni, e per chi è più pleonastico per scuole di pensiero. Dalle belle tavole di questa relazione si ricavano informazioni importanti, che mettono in evidenza come durante l’anno le discussioni siano largamente a vanvera.

Prendiamo, per esempio, i dati del bilancio pubblico (Pubblica Amministrazione) (Tabella 1) da dove si vede che il deficit nel 1992 è inferiore a quello del 1991 (143mila miliardi contro 146mila) e che quindi l’obiettivo del Tesoro di riportare a 140mila miliardi il deficit è praticamente raggiunto. Ma allora di che cosa parlavano quelli che durante l’autunno alzavano la voce per altre stangate? Di niente. Una volta doppiato il Capodanno li abbiamo risentiti non più parlare di (o verificare il) passato ma subito precipitarsi su un nuovo (?) argomento – la stangatina – di cui ci stanno riempiendo i giornali. Nessuna verifica, nessuno controlla, e sulle discrepanze delle proiezioni per il futuro anziché dei dati consuntivi è possibile dire cose in libertà. Noi ci limitiamo a vedere i dati consuntivi e a fare le considerazioni che questi dati consentono.

Tab. 1

 

 

 

QUANTO COSTA LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

                                                                                        1991                                     1992

(dati in miliardi)

Totale uscite complessive                                          769.000                                836.000

Totale entrate complessive                                        623.000                                 693.000

Deficit                                                                        146.000                                 143.000

Incremento uscite complessive                                    69.000                                   67.000

Incremento entrate complessive                                  66.000                                    70.000

Incremento deficit                                                      + 3.000                                    - 3.000

 

Reddito nazionale                                                  1.426.000                                1.507.000

(rapporti %)

Tot. uscite complessive su reddito nazionale                54%                                        55%

Tot. entrate complessive su reddito nazionale               48%                                       48%

Fonte: Relazione sulla situazione economica min. Bil. e Istat. Nostra elaborazione

 

 

 

1)      Che il maggior prelievo del 1992 è andato praticamente ad alimentare totalmente la maggiore spesa. Per aumenti di entrate di 70mila miliardi si è ottenuta una riduzione del deficit di “3mila” miliardi e un aumento delle spese per 67mila miliardi (tabella 1), poiché il prelievo totale è ormai il 46% del reddito nazionale e che la spesa totale (redistribuzione) è ormai il 55% del reddito nazionale. Queste percentuali gridano vendetta.

2) ................................................................................................................................................................................

 

 

 

 

 

*Università “La Sapienza”

 


 

 

Ripresa della produzione e ritorno ai consumi scaldano il dibattito sul “rischio inflazione”

 

 

IL PERICOLO CHE NON C’E’

 

 

Marcello Pili*

(l’Opinione 27.9.94)

 

L’ECONOMIA è intesa come l’insieme di regole e comportamenti, individuali e istituzionali, che sono in grado di dare il maggiore benessere alla popolazione. Così titolava Adam Smith il primo testo universitario di economia: “Indagine sopra l’origine e la causa della ricchezza delle nazioni”.

            Con ciò ci sentiamo in linea col primo docente universitario di economia politica, anche se l’economia era stata trattata abbondantemente prima di lui, ma non in un corso universitario.

            Ricordiamo l’Economico di Senofonte, l’economia che si ricava dalla Repubblica di Platone, le Vite Parallele di Plutarco, le ricche storie di Polibio, il Porto dei ladri di Demostene, per limitarci ai classici; poi David Hume e tanti altri, anche italiani, del Medioevo e Rinascimento.

            Ciò per indicare che l’economia politica ha radici, non è una scienza giovane, ma, come conoscenza, accompagna le vicende umane e il progressivo benessere almeno dai tempi degli imperi iranici.

            Il tempo di Roma viene definito da Lucrezio come il tempo in cui “abbondanza di ogni cosa ci affoga”. E infatti Roma fu il primo mercato comune mondiale e di “libero” scambio, quindi con la divisione internazionale del lavoro e i benefici in termini de “la ricchezza della nazione”.

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                                                                                           *Università “La Sapienza”

 


 

 


ELASTICITA’ DI SISTEMA E DI IMPRESA E RIGIDITA’ DI SISTEMA NELLO SVILUPPO ITALIANO DAL SECONDO DOPOGUERRA AD OGGI.

Marcello Pili

Università “La Sapienza” ROMA

 

(Scienza e Business Anno II, N. 1 – 2, Bozze, 2001)

 

Il luogo comune tradizionale che vuole l’Italia paese arretrato “ultimo venuto” (last comer) allo sviluppo non ha nessun fondamento.

Gli storici economici che studiano il medioevo hanno sempre riconosciuto all’Italia il ruolo del paese più avanzato in Europa e alle città italiane, Genova, Venezia, Milano, Pisa, Firenze, Siena etc., l’eccellenza in ogni campo, economico, intellettuale, scientifico e artistico.

“L’intensificazione” dell’attività industriale nella Gran Bretagna (come la definisce Adam Smith, e non l’industrializzazione come vuole una vulgata che non ha fondamento) mostra che lo sviluppo si alterna in Europa, ora una nazione prevalendo sull’altra nell’eccellenza del mercato e della qualità e dei prezzi, ora l’altra.

L’Ottocento vede l’Italia in condizione economica di tutto rispetto con l’industrializzazione già al 20% del PIL al 1870 che va al 27% al 1920, mentre invece è inferiore a oggi.

L’urbanizzazione è avanzata e l’inserimento nel mercato internazionale è buono nell’ 800 e pur a causa di alcuni cattivi esiti statistici odierni vanta un rapporto di internazionalizzazione dell’economia italiana del 20%, misurato come rapporto tra esportazioni o importazioni su Pil a prezzi correnti, che risulta identico a quello di oggi.

L’elasticità o flessibilità dell’economia italiana è un fatto storico già dall’ottocento e assodato dalla ottima serie statistica disponibile per l’economia italiana dell’ottocento.

Dopo la seconda guerra mondiale del novecento l’Italia ha recuperato ritardi tecnologici dovuti alla mancata azione del libero mercato, chiuso dalle sanzioni nel periodo cosiddetto autarchico prima della seconda guerra mondiale. Abbiamo con ciò il boom economico degli anni ’50 e ’60 favorito dalla costruzione delle autostrade, dalla libertà di circolazione delle persone legata ad un efficiente mercato dell’affitto di abitazioni.

La mobilità del lavoro e delle merci, l’aumento della scolarizzazione e l’inurbamento ulteriore, sono stati i fattori di offerta che hanno consentito di cogliere le opportunità di un mercato più ampio (il cosiddetto Mercato Comune Europeo) e di fare il recupero tecnologico. Ciò è già una risposta a chi oggi farfuglia di liberalizzazione “spinta”, di “pericoli” del mercato globale etc. Dalla liberalizzazione del commercio e dal mercato globale, quanto più si può espandere, derivano solo effetti positivi che sono stimolo all’aumento della produttività, bassi prezzi, e redditi più alti per tutti.

Non ci sono soccombenti se ...........................................................

 

Notizie sull’Autore

 

Marcello Pili è Docente di Economia Politica a “La Sapienza”, Roma.

Si occupa delle aree valutarie ottime come approccio all’economia regionale delle aree sovranazionali.

Autore di numerose pubblicazioni scientifiche è collaboratore de Il Sole 24 Ore e del Corriere della Sera.

 



 

UNA CORRENTE DESTABILIZZANTE CHE LEGA TUTTE LE GRANDI CRISI FINANZIARIE

 

 

Marcello Pili*

(l’Opinione 5.11.94)

 

 

L’AZIONE destabilizzante effettuata sulla lira nei giorni scorsi ha fatto protestare esatte relazioni tra la situazione politica interna italiana e la situazione finanziaria interna e internazionale. In un precedente articolo avevamo detto, a proposito della reclamata "autonomia" della Banca d'Italia, che non era in discussione l’autonomia, ma la fedeltà e l’affidabilità si. Ciò perché da molto tempo e con operatori ben esperti è in atto la destabilizzazione “anticapitalistica” e questo strumentario corrotto, fatto di persone e di mezzi, è ben presente tuttora e gestisce fatti come quelli dei giorni passati a Londra, come quelli dalla svalutazione della lira di due anni fa (1992), ed è arroccato all’interno del nostro paese con un tasso di interesse elevato, che “paga” la partecipazione al poker di finanza e di paesi da distruggere.

            Il primo episodio di questo fenomeno fu la crisi del 1929. Crisi di idiozia e tecnicamente stupida, basata sull’infedeltà e sulla inaffidabilità di alcuni banchieri centrali dell’Occidente.

            La banca centrale aveva da sempre fatto fronte a crisi di liquidità, mediante offerta di mezzi monetari e, quindi, per i secoli precedenti non c’era nessuna crisi possibile, né della borsa, né dei conseguenti effetti distruttivi nel sistema bancario e poi produttivo in genere.

            Ma si sa che la moneta è per taluni “strumento del diavolo” e .........................................

 

 

*Università di Roma “La Sapienza”.

 



 

L’ETERNA LOTTA DELL’ITALIA LIBERISTA

 

Marcello Pili*

(l’Opinione 27.11.94)

 

RINGRAZIAMO il Giornale di Feltri che ci sta dando una storia d’Italia non melensa e non di racconti da osteria, come era quella precedentemente fatta sullo stesso giornale da Montanelli. Nella storia di Feltri, che non è eccellente, c’è almeno la cronaca ed è veritiera: si vede come il Risorgimento italiano sia stato osteggiato in maniera parossistica ed i patrioti colpiti a fucilate e incarcerati per impedire la formazione dell’Italia liberale.

            Le forze che volevano impedire l’unificazione dell’Italia liberale erano gli Stati del Nord, del Centro e del Sud, legati da un solo filo antiitaliano: il filo della “dea Madre” mediterranea, rimasta, dopo aver distrutto l’Impero Romano. E’ la stessa dea che veniva dall’Oriente e che fu fermata dagli eserciti Assiri; quella che i Fenici chiamavano dea Tanit, che incuteva loro tanta paura, da indurli a sacrificare ad essa i loro figli. Questa dea non riuscì mai a passare i confini del mondo occidentale ellenistico. Così l’Impero Romano potè estendersi su tutto il mondo allora conosciuto e, con esso, la cultura occidentale, fruttuosa di un benessere, mai visto prima di allora, basato sulla costituzione............ ...................................................

*Università di Roma “La Sapienza”

 



 

 

SOVRANITA’ DEL CITTADINO E LIBERTA’

 

di Marcello Pili

 

Dalla teoria economica si ricava che il monopolio è lo strumento con cui si espropria la sovranità del consumatore imponendo ad esso prezzi alti per beni che ne avrebbero più bassi in caso di concorrenza.

Indirettamente si potrebbe anche fissare quali beni vendere ed a che prezzo.

Quando ci sono più operatori economici lo stesso risultato si ottiene col coordinamento dei comportamenti dei venditori (chiamato trust o cartello ) che diventa in tutto e per tutto un monopolio. Traslando il discorso alla politica vediamo che un gruppo di diversi partiti (costituenti un trust o cartello perché nessuno varia atteggiamento) espropria la sovranità del cittadino perché nessun partito (leggero o meno) accetta il controllo del cittadino e tutti i partiti sono concordi nel respingere il tentativo di controllo democratico delle scelte politiche. Come in economia qualcuno nega il monopolio o il cartello dicendo “ma ci sono vari operatori”, oppure che le quote di mercato variano, così in politica tutti si protestano democratici perché ci sono vari partiti, e variano le loro quote di elettorato.

Così come nel monopolio economico il riscontro definitivo è l’alto prezzo del bene richiesto (massimo danno) dal consumatore e la sua perdita di sovranità, così in politica c’è il maggior danno.............. ...............................................................................

 



QUESTO PIL PROVVIDENZIALE CHE FA TORNARE I CONTI POLITICI

 

 

Marcello Pili

(l’Opinione 30.10.94)

 

 

Dopo numerose revisioni dei dati della contabilità nazionale, il cui dato più importante, il Pil (Prodotto interno lordo), è intuitivamente la misura del reddito nazionale da cui differisce per piccole componenti, la gente si incomincia a chiedere se non abbiamo passato la misura della tolleranza e della credibilità di queste operazioni. Anche il nostro giornale ha ospitato un articolo-richiesta di chiarimenti a cui cerchiamo di dare una risposta. Le revisioni della misura del Reddito Nazionale (e del Pil da cui differisce di poco) – corrispondente il primo alla misura dei redditi totali distribuiti ed il secondo al valore totale di beni e servizi prodotti – sono state tre: nel 1978 del 9 per cento, nel 1986 del 18 per cento e nel 1990 dell’uno per cento. La prima revisione, quella del 1978, fece sollevare un dibattito sul reddito prodotto e non registrato (sommerso), che aveva qualche ragione di stupore, e fu digerita con l’idea della novità: l’economia sommersa, irregolare, che aveva dato un aiuto all’occupazione, alle esportazioni e alla produzione italiana.

Il merito non fu tanto analizzato, dato il clamore della novità e la suggestione di questa economia sommersa. L’insieme di altre novità quale la buona rispondenza della nostra economia ad un’esigenza di maggiore penetrazione nei mercati internazionali, particolarmente efficace nei due settori del tessile-abbigliamento-calzature e nel meccanico, entrambi a media tecnologia, hanno lasciato anche questa correzione dei dati con il dubbio del possibile.

Quando dopo meno di dieci anni (1986) c’è stata un’altra rivalutazione, stavolta del 18 per cento, si è incominciato a sentire puzza di ......................................................................

 

Università di Roma “La Sapienza”



[1] Tale coefficiente rappresenta il rapporto tra la quota di intermediazione bancaria (impieghi a breve) della regione registrata e quella riferita all’ipotesi di equidistribuzione nel territorio.

 

 

 

 

QUEI MAESTRI DELLA TEORIA ECONOMICA

CHE PARLANO LINGUE DIVERSE ALL'UNIVERSITA' E IN PIAZZA

Marcello Pili

(L'Opinione 02.10.1994)

 

         In questi giorni si è discussa la formazione della legge finanziaria che dà il quadro totale delle entrate, delle uscite, dell'indebitamento dello Stato. Tale legge è di rilevante interesse ed è giusto che sia così sentita e discussa. Non invece sono così chiari gli argomenti in discussione e le posizioni contrastanti comunemente adottate.

         Esiste una discrepanza solenne tra ciò che si dice come buon senso che il deficit è male e ciò che si insegna all'Università.

         Spaventa Luigi, ex ministro finanziario successore di Pomicino, insegna all'Università, come tutti gli economisti, che il deficit pubblico è un toccasana per raggiungere la "piena occupazione" e che questa teoria è conosciuta come teoria keynesiana del reddito.

         Tutti gli studenti che devono fare o hanno fatto l'esame di economia sanno bene queste cose.

         Occorre allora superare la schizofrenia, la scissione dell'anima, secondo cui è male pubblicamente ciò che in "privato", nelle aule universitarie, è lecito e auspicabile.

         In effetti l'allegra procedura di espansione della spesa pubblica in Italia ottenuta tramite la continua crescita del deficit procede negli anni '70 e '80 dopo un martellamento durato venti anni nelle Università e nella politica, anni '60 e '70, secondo cui il ruolo del "deficit spending" era positivo ed un cattivo comportamento (deficit) moralmente negativo era benefico se era un comportamento collettivo del governo.

         Così un vizio, se applicato ai privati, era diventato virtù se applicato allo Stato. Durante questo martellamento veniva indicata con schifo la "Treasure view", cioè il punto di vista del Tesoro britannico e americano del bilancio in pareggio che era il frutto della teoria liberale della neutralità dello Stato in economia (pareggio tra entrate e uscite - neutralità dello Stato in economia).

         Così abbiamo che quelli che dicevano che il deficit aveva effetti positivi, ora, con molta disinvoltura, predicano pubblicamente la severità di ricoprire con entrate la spesa pubblica che continuano a non voler controllare, ma ovviamente continuano a insegnare all'Università che il deficit serve a dare "il reddito di pieno impiego" ed altri blà, blà. Di fronte al controllo della spesa dicono sempre di no, argomentando con la socialità che però si è creata specificamente e artatamente pensionando e prepensionando tutti e con assunzioni pubbliche a ruota libera, e continuando a chiedere che si faccia.

         Questa "socialità" viene reclamata per espandere la spesa pubblica e il ruolo dello Stato - partiti come intermediario della .......................................

 

 

*Università di Roma

"La Sapienza"

 

 

 

Politica liberale e deformazione dei media

 

Difficilmente arriveremo all’individuazione di una politica liberale non generica se noi seguiamo gli argomenti che vengono posti all’attenzione della stampa e della televisione prendendo la parte per qualcuno degli argomenti in contesa.

Questo perché l’informazione di tutti i settori è già corrotta e taroccata dal fatto che gli argomenti da porre in circolazione e di discussione sono scelti dalle agenzie di stampa per la stampa e dalle sei televisioni (potremmo dire di regime Rai –Mediaset).

E’ orribile vedere come i telegiornali siano ridotti, tutti uguali e ripetitivi, con gli stessi soli tre punti commentati con le stesse parole.

Le libere voci sono il Giornale di Feltri e L’opinione delle Libertà, e per chi non credesse invitiamo a vedere qualche telegiornale di piccola rete che ancora legge le notizie d’agenzia e c’è quindi la verifica che ci sono ....................

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Un’analisi sulla propensione al risparmio delle famiglie nelle regioni italiane dagli Anni ’70

 

IL MEZZOGIORNO PARSIMONIOSO

                                                                            1

di Marcello Pili*

(Il Sole 24 Ore 8.7.86)

 

La propensione al risparmio aveva sbalordito positivamente gli osservatori dell’economia italiana negli Anni ’70. Insieme a molti altri eventi positivi quali la capacità imprenditoriale dell’economia, la buona conduzione della politica monetaria e dei cambi, l’economia sommersa, la propensione al risparmio aveva fatto da contrappunto a fenomeni negativi quali una elevata inflazione, la vulnerabilità energetica del paese, una tribolata situazione del mercato del lavoro e una forte tensione che ha avuto conseguenze di natura anche non economica.

            L’elevato livello del risparmio aveva mosso discussioni intorno al suo impiego più appropriato, rivolgendo l’attenzione verso l’indebitamento progressivo e crescente della pubblica amministrazione.

            Inutile dire che gran parte delle discussioni erano identiche a quelle che hanno interessato il dibattito pre-Keynesiano sul bilancio in pareggio.

            Il deficit pubblico, insieme con Keynes, richiede un punto di vista meno bigotto, senza ammiccamenti alla gestione del buon padre di famiglia, visto che il privato e il collettivo non sempre richiedono gli stessi criteri di giudizio.

            Il problema di quale deficit, e del contenuto della spesa, invece, sarebbe stato un ottimo argomento di discussione. Il problema dello spiazzamento degli investimenti privati va visto con l’ottica del tasso esogeno, determinato dalle esigenze di riequilibrio della bilancia dei pagamenti, e ottenuto anche tramite la spinta dell’indebitamento pubblico, ma non determinato da questa.

            Tralasciando questo discorso che ha assorbito anche troppo energie negli anni passati, vediamo l’andamento della propensione netta al risparmio delle famiglie italiane nella versione Sec (famiglie più imprese familiari) e nella versione normale dei conti finanziari (famiglie in senso stretto).

            Tale propensione ha preso a salire dal 1970 progressivamente, per restare su livelli elevati (20% circa) per tutti i successivi anni ’70.

            Le due serie presentano leggere differenze dovute alla presenza del risparmio delle aziende familiari nella versione Sec delle famiglie.

            L’andamento più interessante è quello relativo alle famiglie in senso stretto che consente di riferire i valori alle famiglie a cui normalmente si fa riferimento.

            L’andamento evidenzia un rialzo che porta il valore intorno al 20% dal 1973 al 1979. Dal 1979 la propensione al risparmio riprende a scendere in corrispondenza del terzo shock petrolifero dopo gli aumenti del 1973 e del 1976-77.

            La coincidenza col terzo shock petrolifero è netta e la diminuzione prosegue per tutto il tratto discendente dal ciclo 1979-1983.

 

Quattordici anni di grandi risparmi

Propensione netta al risparmio delle famiglie italiane (valori %)

Anni     70     71     72     73     74     75     76     77     78     79     80     81     82     83

F sec   18,4   19,9  21,1  20,8  19,8  22,2  21,9  21,3  22,5  21,7  19,7  19,7  19,2  18,2

Fss      15,5   16,7  17,5  18,2  16,4  18,4  18,5  19,6  20,1  19,8  17,6  17,9  17,5  15,5

F sec - Famiglie più imprese familiari

Fss    - Famiglie in senso stretto

 

Accumulazione a Mezzogiorno

Propensione netta al risparmio (1) nelle regioni meridionali (valori %)

     1978      1983                                                             1978      1983

Abruzzo                                29,6       26,7                           Calabria                     32,4       29,4

Molise                                   33,7       39,3                           Sicilia                        19,5       18,9

Campania                              22,3       19,9                           Sardegna                    25,1       24,1

Puglia                                    30,5       31,0                           Italia                           20,1       15,5

Basilicata                               37,0       42,2

(1) Versione Fss = Famiglie in senso stretto

 

            L’andamento regionale della propensione al risparmio delle famiglie in senso stretto mostra una discesa che si muove dal 1978 (anno dei massimo della propensione al risparmio in quasi tutte le regioni) fino al 1983.

            L’andamento della diminuzione per regioni mostra una netta differenza tra il comportamento delle regioni del Centro-Nord e quelle del Sud.

            Le regioni del Centro-Nord hanno una riduzione della propensione al risparmio (in percentuale, per gli anni 1978-83) che è legata alla percentuale di popolazione abitante nei centri urbani con oltre 200mila abitanti.

            Per le regioni del Sud, viceversa, la relazione tra queste variabili non esiste, la propensione al risparmio non scende e pertanto non c’è relazione col peso della popolazione nelle città con oltre 200mila abitanti.

            Questi risultati fanno pensare che la caduta della propensione al risparmio nello shock del 1979 e relativo ciclo sia il risultato di uno shock durissimo che ha trovato il paese già sull’orlo della sopportabilità.

            In precedenza la sopportabilità era stata ottenuta con la fiscalizzazione di alcuni costi, quali quelli delle comunicazioni e dei trasporti che al 1970 rappresentavano il 4,8% del reddito disponibile e al 1978 il 4,5%; e che successivamente hanno preso a rincarare raggiungendo il 6,1% del reddito disponibile nel 1983.

            Questi aumenti, insieme a quelli diretti dallo shock del 1979, hanno avuto l’impatto maggiore sulle aeree urbane del centro-nord. La indifferenza dell’area meridionale è da ascrivere al diverso impiego del sistema di trasporto pubblico nelle aree urbane e ai molti meccanismi di isolamento delle variazioni del sistema economico.

            Quasi tutte le regioni meridionali hanno infatti continuato ad avere una propensione al risparmio più elevata delle altre regioni. La dicotomia Nord-Sud continua ad operare nel bene o nel male.

            L’isolamento dai meccanismi di variazione del sistema economico da un lato allevia lo stress da sopportare nel breve periodo, dall’altro non dà indicazioni sulle trasformazioni richieste nel lungo periodo e che si cerca di realizzare, poi, tra molte difficoltà.

 

 

*dell’Università di Roma

 

 


Si riduce il ruolo finanziario della regione?

 

 

L’ECONOMIA NEL LAZIO

(Il Corriere della Sera 4.1.86)

                                                                            2

 

Nella regione Lazio è localizzata una importante quota della struttura finanziaria del Paese.

Vi sono localizzate molte importanti sedi centrali di istituti di credito ordinario e speciale.

Tale localizzazione comporta per l’area romana importanti conseguenze sia produttive che occupazionali: il settore ha un alto se non altissimo valore aggiunto per addetto ed ha un’alta intensità di lavoro rispetto all’uso del capitale.

Tutte queste considerazioni fanno apparire il settore nel Lazio come un settore rilevante sia in assoluto che in rapporto al contributo degli altri settori.

Il fatto che questo abbia poi una importante quota localizzata nel centro storico di Roma rende i problemi di fruizione produttiva e di accessibilità dell’area, di cui oggi si parla, rilevanti anche per il settore produttivo qui menzionato.

Della funzione dei servizi del Centro ci si può occupare un’altra volta mentre qui si mette a fuoco il contenuto dell’attività finanziaria che si esplica nella regione.

L’attività finanziaria nel Lazio vede ridursi il ruolo che essa aveva rispetto al Paese.

In questi ultimi dieci anni tale riduzione di ruolo è stata consistente e può essere vista mediante un coefficiente di localizzazione regionale che si presenta con i risultati che qui vediamo[1]:

                                   1974                1984

Lombardia                   1.71                 1.71

Lazio                           2.04                 1.50

L’andamento declinante del coefficiente di specializzazione è derivato da una riduzione del ruolo che il settore pubblico localizzato nella regione (enti locali o localizzati ma appartenenti alla amministrazione centrale) ha nei confronti del sistema bancario del Lazio. Ciò è in conseguenza di un richiamo dei fondi di molti enti pubblici alla tesoreria centrale come conseguenza della normativa che impegna molti enti a fruire della tesoreria centrale del Tesoro.

Questo calo di ruolo è accompagnato dalla riduzione dell’impegno relativo di finanziamento all’economia nel Lazio, fatto questo dovuto all’indebolimento dell’economia del Lazio che si è manifestato via via in questi ultimi dieci-quindici anni.

La perdita di ruolo del settore finanziario e dell’economia in complesso ha portato la riduzione della detenzione dei depositi bancari se considerata in rapporto alla dinamica nazionale (quota).

Tale quota si evolve nella regione Lazio e nella provincia di Roma rispetto alla regione Lazio ed al Paese nel seguente modo:

Dep. Fam.                              1974                1984

 

Prov. Roma                             0.85                 0.81

Lazio

 

Prov. Roma                             0.075               0.070

Italia

 

Lazio                                       0.087               0.086

Italia

 

L’andamento indica che la perdita di ruolo della regione è largamente ascrivibile alla riduzione del ruolo che la provincia di Roma ha sul resto del Lazio e sul Paese.

Il fatto è in sintonia con l’andamento del settore reale e la relazione diretta tra crescita di ruolo economico e crescita del ruolo finanziario risulta valida e si verifica mediata dalla sola variazione della propensione al consumo nelle regioni, con l’aiuto della quale aumenta il grado di comprensione della relazione stessa.

La variazione della propensione al consumo del Lazio, (che si verifica in misura equivalente alle altre regioni incorporanti importanti aree urbane, eccetto la Campania, dove per la presenza di Napoli, l’aumento della propensione al consumo è alta) aiuta a spiegare la caduta dei depositi delle famiglie.

In particolare, se si assume che la gran parte della variazione della propensione al consumo nella regione Lazio deriva dalla variazione nell’area urbana di Roma, si può vedere che per varie ragioni nelle aree urbane più che altrove si è ridotta la capacità di risparmio delle famiglie.

Questo fatto è un riscontro ai problemi che nell’area urbana di Roma sono rilevanti ma non al fatto che l’approccio produttivistico tradizionale (localizzazione delle iniziative produttive e stimolo alla occupazione) è necessariamente l’unico da perseguire in una realtà di forte presenza del terziario e di alta potenzialità delle centralità.

La potenzialità delle centralità vanno quindi studiate tenendo presente che in questo settore il valore prodotto è altissimo e che la determinazione di questo è impedita o ridotta dalle ridotte possibilità di fruizione delle centralità a fini di aggiunta di valore.

Si può dire perciò che l’area di Roma deve essere vista come area in temporaneo declino ma con altissime potenzialità. Ciò a condizione che si riesca ad individuare bene la sostanza di tali potenzialità che sono le centralità e le fruizioni delle centralità.

Marcello Pili

(Cattedra di Economia applicata Università di Roma)

 


Le serie storiche disponibili su reddito, consumi e investimenti sfatano il mito di un Paese “sottosviluppato”

 

 

 

 

 

L’ITALIA DEI LUOGHI COMUNI

 

                                                                              3

 

 

Dall’unità al 1968 l’economia è stata all’avanguardia per industria e servizi

 

 

 

 

Marcello Pili*

(l’Opinione 16.10.94)

 

LA DISPONIBILITA’ da alcuni anni di serie storiche per l’economia italiana dal 1861 ad oggi non ha stimolato grandi studi e commenti per cui le principali considerazioni in circolazione rimangono quelle che si proponevano molti anni fa sulla formazione dell’Italia industriale.

            Molte più e più puntali considerazioni si possono fare sul lungo periodo documentato dai dati statistici a cui noi ci riferiamo in modo più sintetico ed esplicito possibile.

            Dividiamo il periodo complessivo in sottoperiodi significativi che in prima istanza sono: 1861 – 1921, poi 1921 – 1940, 1940-50 e 1951-1993.

 

 

Produzione, consumi e investimenti a prezzi costanti

(variazione percentuale annua)

 

Periodi                         Reddito naz. Lordo                 Consumi                   Investimenti

1861-1921                               1.1                                   1.1                               1.8

1921-40                                   2.1                                   1.4                               5.7

1940-51                                    -                                       -                                  -

1951-93                                   3.2                                   3.6                               3.2

di cui sottoperiodi

1900-1910                               2.0                                   2.0                               3.7

1970-1993                               2.2                                   2.4                               0.7

Fonte: ISTAT

 

 

            Questa tavola consente qualche osservazione serena sui periodi interessati, indicando, fuori dalle considerazioni politiche, che nel ventennio 1921 – 1940 lo sviluppo del reddito è stato maggiore, in media, del periodo liberale monarchico e inferiore al periodo repubblicano.

            Questo limitandoci a considerare periodi per intero. Se invece vogliamo mettere in rilievo il decennio 1900 – 1910, famoso per essere il periodo di maggior sviluppo dello Stato liberale, ed il periodo 1970 – 1993 che corrisponde al periodo repubblicano post ’68 (potremo dire post-liberale), con crisi petrolifera e altre sciagure varie dell’Italia, possiamo fare dei confronti tra questi periodi e il ventennio 1921 – 1940.

            Da questo confronto risulta che lo sviluppo del reddito del ventennio 1921 – 1940 è superiore al migliore periodo di sviluppo del periodo liberale ed è pressochè uguale a quello del periodo repubblicano (post-liberale) 1970 – 1993, con ciò indicando che la limitazione della libertà non fa bene allo sviluppo economico, come pure il disordine del periodo post ’68 e le sue farneticazioni che accostano molto gravemente i risultati economici a quelli del ventennio e così vediamo che la libertà e la vita ordinata, come si sono avute in Italia negli anni ’50 e ’60, sono le componenti più efficaci dello sviluppo.

            Per quanto riguarda gli investimenti si vede che lo sviluppo di questi nel ventennio 1921 – 1940 (+ 5,7 per cento annuo) è dell’ordine di grandezza dello sviluppo degli investimenti del “miracolo italiano” (1950 – 1970) (+ 6,8 per cento annuo).

            Questo per consentire un giudizio sereno e storico dell’aspetto economico e dell’aspetto politico tra loro indipendentemente.

            Altre considerazioni rilevanti vengono dall’analisi delle componenti del reddito prodotto dai vari settori Agricoltura, Industria e Servizi.

            Al 1861 il reddito era prodotto per oltre il 50 per cento dall’agricoltura (54 per cento) e al 1921 la quota era ancora del 43 per cento. Nel 1940 la quota percentuale della produzione agricola sul totale del reddito prodotto era scesa al 26 per cento e la quota di produzione industriale era salita ad oltre il 30 per cento. Oggi è ad un livello inferiore al 30 per cento (28,6 per cento).

            Le attività terziarie e la Pubblica Amministrazione erano il 43 per cento del reddito prodotto totale, indicando un buon sviluppo del terziario.

            La base statistica disponibile consente poi di fare altre considerazioni sulla variazione della propensione al risparmio in forte incremento tra il periodo liberale ed il ventennio. Queste considerazioni le facciamo qui di seguito insieme ad altre sulla bilancia dei pagamenti.

            I luoghi comuni e le banalità che circolano su questi argomenti sono veramente incredibili. A questa manipolazione della storia e dell’informazione contribuiscono in proporzioni uguali la propaganda, la cattiva scuola, specialmente l’università, e l’ignoranza.

            I luoghi comuni e le bugie che ogni italiano assorbe e respira come un’ameba dall’ambiente circostante indicano che l’Italia è un paese “ultimo venuto” all’industrializzazione, paese arretrato, paese povero e agricolo come causa della povertà e dell'arretratezza.

            Se non ci fossero stati i belli articoli di Barucci, Bairati ed altri, sulla storica economica dell’Italia pubblicati sul Sole 24 Ore, molti avrebbero potuto ancora credere alle banalità in circolazione o insegnare all’università che l’Italia è un paese “ultimo venuto” allo sviluppo.

            Analizzando i censimenti del ‘600 e del ‘700 degli Stati che componevano in particolare il Nord e Centro Italia di allora, si vede che il triangolo industriale Genova-Milano-Torino era il triangolo industriale più sviluppato d’Europa già dal ‘600, e che, con alterne, vicende, continua ad essere un’area di punta a livello europeo e quindi mondiale.

            Napoleone, che si apprestava a conquistare l’Italia, indicava ai suoi soldati sommariamente equipaggiati che avrebbero occupato “le terre più fertili del mondo”, ciò per tirarli su.

            Nella foga di propaganda  del dopoguerra, ma più del dopo ’68, l’Italia è stata presentata come una debolissima nazione in tutta la sua storia.

            Ciò serviva a lavare il cervello su cui si poteva incidere con la nuova propaganda.

            Venendo ai dati vediamo alcune cose importanti per il periodo 1861 - 1993 che analizziamo.

            In primo luogo lo sviluppo degli investimenti che si ha nel ventennio 1921 – 1940 si fonda sulla variazione della propensione degli italiani al risparmio che passa da un livello basso 4 – 5 per cento del periodo 1861 – 1921 al valore del 15 – 20 per cento del ventennio in esame.

            Tale elevazione del risparmio ha consentito la forte industrializzazione del ventennio che insieme ad una attenta gestione delle Partecipazioni Statali, allora costituite, ed una politica economica che risulta impeccabilmente Keynesiana con interventi di sostegno nel settore pubblico, ha consentito all’Italia di mantenere il suo livello dei consumi anche con la grave crisi economica del ’29 e anni seguenti.

            Ciò vuol dire che se c’erano manifestazioni di provincialismo nel ventennio non mancavano teste di buon livello quali Beneduce e Menichella.

            Inutile dire che un’abitudine (propensione) al risparmio raggiunta nel ventennio ha costituito la base dello sviluppo anche per il post-bellico periodo di sviluppo (anni ’50 e ’60), nonostante il nuovo sistema repubblicano abbia fatto di tutto, subito dopo la guerra con contributo dell’amministrazione bellica degli alleati, per disincentivare il risparmio degli Italiani mediante l’esproprio dei crediti degli italiani versi lo Stato allorchè l’inflazione è stata lasciata andare alla larga distruggendo tutto il risparmio degli italiani prestato allo Stato, e quindi non restituendo una lira del debito dello Stato alla fine della seconda guerra mondiale.

            La possibilità di controllare, e meglio, l’inflazione si vede perché con l’intervento della politica di stabilizzazione, nel 1947, l’inflazione scende immediatamente al 5,6 per cento (1948) dal 65,6 per cento (1947). Così dopo una guerra anche interna c’è stata la punizione economica per gli italiani che hanno così perso il valore dei Titoli di Stato da loro posseduti.

            Passando a vedere il grado di apertura dell’Italia al commercio estero abbiamo che nell’ottocento le esportazioni erano dell’ordine del 20 per cento della produzione e quindi indicavano un grado di internazionalizzazione dell’economia del livello che abbiamo oggi.

            Ciò è in contrasto con l’idea-propaganda che l’Italia è l’ultima venuta dello sviluppo, idea che serve oggi, in pratica, a far digerire agli Italiani la pessima amministrazione che si è avviata dopo il 1968.

            Se però qualcuno pensa o dice che ciò è assurdo perché il grado di internazionalizzazione dell’economia italiana è oggi evidentemente maggiore mi trova completamente d’accordo.

            L’arcano si spiega col fatto che la maggiore internazionalizzazione del commercio attuale con l’aumento delle esportazioni viene assorbita nel rapporto Esportazioni/Reddito da una rivalutazione recente del Reddito che ha raggiunto livelli ridicoli e che pone all’Istat il problema di rapida correzione di rotta e di correzione dei dati, per evitare una situazione di non significatività dei dati e una prassi che vede a fine 1994 non ancora disponibili i dati del censimento industriale del 1991 e lo spreco di una credibilità che l’Istat aveva acquistato in un elevato numero di anni e per il contributo di tantissime persone serie e professionalmente molto ben preparate.

 

*Università “La Sapienza” di Roma

 

 



MA RESTA L’INCREMENTO DELLA SPESA IL NODO CHE IL GOVERNO DEVE SCIOGLIERE

                                                                            4

 

 

 

 

Marcello Pili*

(l’Indipendente 18.5.93)

 

La relazione sulla situazione economica del Paese è un’occasione eccezionale che consente di fare il punto sui fatti, diradando la nebbia e il fumo delle chiacchiere di quella mistura di poco senso che è la gestione politica dell’economia. Tale occasione è motivo di sollievo per chi vede la conferma o no delle proprie opinioni su un testo sottratto finora alle manipolazioni. Così anche per un “tecnico” c’è la possibilità di vedere i dati effettivi su cui si discute tutto l’anno per ammiccamenti, proiezioni, interpretazioni, e per chi è più pleonastico per scuole di pensiero. Dalle belle tavole di questa relazione si ricavano informazioni importanti, che mettono in evidenza come durante l’anno le discussioni siano largamente a vanvera.

Prendiamo, per esempio, i dati del bilancio pubblico (Pubblica Amministrazione) (Tabella 1) da dove si vede che il deficit nel 1992 è inferiore a quello del 1991 (143mila miliardi contro 146mila) e che quindi l’obiettivo del Tesoro di riportare a 140mila miliardi il deficit è praticamente raggiunto. Ma allora di che cosa parlavano quelli che durante l’autunno alzavano la voce per altre stangate? Di niente. Una volta doppiato il Capodanno li abbiamo risentiti non più parlare di (o verificare il) passato ma subito precipitarsi su un nuovo (?) argomento – la stangatina – di cui ci stanno riempiendo i giornali. Nessuna verifica, nessuno controlla, e sulle discrepanze delle proiezioni per il futuro anziché dei dati consuntivi è possibile dire cose in libertà. Noi ci limitiamo a vedere i dati consuntivi e a fare le considerazioni che questi dati consentono.

Tab. 1

 

 

 

QUANTO COSTA LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

                                                                                    1991                                     1992

(dati in miliardi)

Totale uscite complessive                                          769.000                                836.000

Totale entrate complessive                                        623.000                                 693.000

Deficit                                                                        146.000                                 143.000

Incremento uscite complessive                                    69.000                                   67.000

Incremento entrate complessive                                  66.000                                    70.000

Incremento deficit                                                      + 3.000                                    - 3.000

 

Reddito nazionale                                                  1.426.000                                1.507.000

(rapporti %)

Tot. uscite complessive su reddito nazionale                54%                                        55%

Tot. entrate complessive su reddito nazionale               48%                                       48%

Fonte: Relazione sulla situazione economica min. Bil. e Istat. Nostra elaborazione

 

 

 

1)      Che il maggior prelievo del 1992 è andato praticamente ad alimentare totalmente la maggiore spesa. Per aumenti di entrate di 70mila miliardi si è ottenuta una riduzione del deficit di “3mila” miliardi e un aumento delle spese per 67mila miliardi (tabella 1), poiché il prelievo totale è ormai il 46% del reddito nazionale e che la spesa totale (redistribuzione) è ormai il 55% del reddito nazionale. Queste percentuali gridano vendetta.

2)      L’andamento della bilancia dei pagamenti (transazioni internazionali, tabella 2) mette in evidenza che per beni e servizi la bilancia è migliorata nel 1992 rispetto al 1991, con ciò rimanendo da chiarire l’allarme creato e le origini delle faccende della crisi valutaria del settembre, che non sono dovute a cattivo andamento del commercio e dei servizi (il saldo è migliore). Sul fatto che la svalutazione avrebbe avuto effetti benefici sul commercio (così dicono, forse i sostenitori della svalutazione) c’è da dire che la svalutazione sviluppa i suoi effetti nell’arco di un tempo di almeno un anno. Il correre a verificare risultati di miglioramento delle esportazioni su dati parziali porta qualche inconveniente, ben affrontato col silenzio, quando poi escono i rimanenti dati (commercio Cee, dati Uic) che mostrano una caduta del valore delle esportazioni 1993 (gennaio-febbraio).

 

Tab. 2

 

 

TRANSAZIONI INTERNAZIONALI

(In miliardi di lire correnti)

SALDI

AGGREGATI                 1986        1987        1988        1989        1990         1991           1992

Operazioni correnti       4,127      -2.078       -8.069     -15.550     -18.257      26.032      -30.949

Beni e servizi                3.622      -3.056        5.965       -7.260        -5.343      -4.892        -3.218

Consumi (Turismo)     10.077      9.591        7.967        7.138         7.073        8.459         6.145

Redditi (Interessi)        -6.907     -6.722       -7.550     -10.496      -15.701     -20.171     -25.031

Imposte indir. Nette      -2.728     -2.008      -1.986        -1.365        -3.064      -3.102       -2.073

Trasferimenti                       63        117          -535        -3.567        -1.222       -6.326      -6.772

Oper. in conto capitale     -488         227           631            739            635           169           137

Totale                             3.639      -1.851       -7.439     -14.811      -17.622     -26.201   -31.086

Fonte: Rel. Sit. Ec. Ministero del Bilancio 1922

 

 

 

 

 

 

3)      La tavola 2 mette in evidenza un altro rospo di cui, al solito, si tace: il deficit verso l’estero per interessi (25mila miliardi) che determina l’80% del nostro deficit corrente, mentre le merci sono in attivo. Tale partita negativa, responsabile della perdita di riserve non speculativa, è il corollario, conseguente, della risposta elastica, flessibile, totalmente elusiva del problema dell’inadeguatezza del livello dei tassi di interesse in Italia rispetto a tutti i concorrenti sul mercato dei capitali. Tale partita negativa si può seguire (tabella 2) nella linea dei redditi, totalmente determinata dagli interessi, e si vede come procede al galoppo negli anni a partire dal 1986 seguendo la tavola. E’ evidente che metter fuori questo dato o commentarlo è come attivare la rabbia della gente (famiglie e imprenditori) che pagano un alto tasso di interesse sostenuto con chiacchiere inconsistenti e che oltre a produrre difficoltà alle famiglie (per chi deve pagare la casa) produce difficoltà agli imprenditori che vengono così espropriati del frutto della loro “intraprendenza”. Il tutto è supportato dalla totale chiusura del mercato nazionale alle banche all’estero, altro che libertà d’insediamento.

4)      Che un confronto con i Paesi che rappresentano una visione corretta del rapporto pubblico/privavo (Stati Uniti, tabella 3) mette in evidenza che in Italia questo rapporto è maggiore di uno standard accettabile (Usa) del quindici per cento del reddito nazionale. Il fatto che tra i Paesi a maggior rapporto pubblico-privato ci siano i Paesi dell’Europa continentale fa pensare che sia una “caratteristica” delle zone di confine (di faglia, est-ovest). Così non vorremmo che le suggestioni di esproprio, di cui si parla e si nega in questi giorni, fossero esalazioni delle briciole di comunismo rimaste nel governo Ciampi.

 

Tab. 3

 

 

TRANSAZIONI INTERNAZIONALI

(In miliardi di lire correnti)

SALDI

AGGREGATI                 1986        1987        1988        1989        1990         1991           1992

Operazioni correnti       4,127      -2.078       -8.069     -15.550     -18.257      26.032      -30.949

Beni e servizi                3.622      -3.056        5.965       -7.260        -5.343      -4.892        -3.218

Consumi (Turismo)     10.077      9.591        7.967        7.138         7.073        8.459         6.145

Redditi (Interessi)        -6.907     -6.722       -7.550     -10.496      -15.701     -20.171     -25.031

Imposte indir. Nette      -2.728     -2.008      -1.986        -1.365        -3.064      -3.102       -2.073

Trasferimenti                       63        117          -535        -3.567        -1.222       -6.326      -6.772

Oper. in conto capitale     -488         227           631            739            635           169           137

Totale                             3.639      -1.851       -7.439     -14.811      -17.622     -26.201   -31.086

Fonte: Rel. Sit. Ec. Ministero del Bilancio 1922

 

 

 

 

 

*Università “La Sapienza”

 


 

 

Ripresa della produzione e ritorno ai consumi scaldano il dibattito sul “rischio inflazione”

 

 

IL PERICOLO CHE NON C’E’

                                                                            5

 

Marcello Pili*

(l’Opinione 27.9.94)

 

L’ECONOMIA è intesa come l’insieme di regole e comportamenti, individuali e istituzionali, che sono in grado di dare il maggiore benessere alla popolazione. Così titolava Adam Smith il primo testo universitario di economia: “Indagine sopra l’origine e la causa della ricchezza delle nazioni”.

            Con ciò ci sentiamo in linea col primo docente universitario di economia politica, anche se l’economia era stata trattata abbondantemente prima di lui, ma non in un corso universitario.

            Ricordiamo l’Economico di Senofonte, l’economia che si ricava dalla Repubblica di Platone, le Vite Parallele di Plutarco, le ricche storie di Polibio, il Porto dei ladri di Demostene, per limitarci ai classici; poi David Hume e tanti altri, anche italiani, del Medioevo e Rinascimento.

            Ciò per indicare che l’economia politica ha radici, non è una scienza giovane, ma, come conoscenza, accompagna le vicende umane e il progressivo benessere almeno dai tempi degli imperi iranici.

            Il tempo di Roma viene definito da Lucrezio come il tempo in cui “abbondanza di ogni cosa ci affoga”. E infatti Roma fu il primo mercato comune mondiale e di “libero” scambio, quindi con la divisione internazionale del lavoro e i benefici in termini de “la ricchezza della nazione”.

            Recentemente ha presso piede la tendenza, ispirata forse dal secolo scorso, a usare la teoria economica non per produrre il massimo di benessere, ma un benessere minore. Così il dibattito si allunga su questioni prive di senso, se viste rispetto all'obiettivo di aumentare la ricchezza delle nazioni. Una cattiva definizione degli strumenti e comportamenti relativi all’economia porta un minore benessere ed è quindi una teoria della povertà.

            Tra i tanti argomenti usati alla rinfusa, c’è il potenziale inflazionistico della ripresa dei consumi, quasi come punizione del benessere raggiunto.

            Queste definizioni dell’inflazione non dovrebbero essere fatte da economisti, ma lasciate a considerazioni non controllate. L’inflazione è un fenomeno ben conosciuto e chi lo cita in questo modo non lo conosce, oppure disinforma. L’inflazione come regola dei prezzi di lungo periodo (secolare) non esiste.

            Ad esempio diamo l’indice dei prezzi dell’Italia per i periodi tra il 1861 e il 1950.

           

 

LA STORIA DELL’INFLAZIONE

I dati dell’inflazione nell’ultimo secolo mostrano incrementi elevati solo in coincidenza con i periodi bellici.

 

PERIODI                                                                                           Var. %

1861 – 1900                                                                                         +   0,2

1900 – 1915                                                                                         +   1,3

1915 – 1921                                                                                         + 25,4

1921 – 1942                                                                                         +   2,5

1942 – 1950*                                                                                       + 53,3

*Gran parte dopo l’8 settembre 1943

*Fonte istat

 

 

 

Tali indici di variazioni dei prezzi indicano che, fuori dei periodi bellici, i prezzi non hanno nessuna tendenza a salire, essendo controllati dalla concorrenza del mercato. Ciò vale per tutti i Paesi, e quindi vale una scheda simile per tutti i Paesi sviluppati, con differenze non rilevanti, a seconda della loro struttura produttiva.

            Nell’ultimo episodio recente – inflazione degli anni ’70 e ’80 – abbiamo un caso di inflazione indotta dal rincaro petrolifero esterno, valido per tutti i paesi sviluppati, cui si aggiunge un altro contributo a seconda della politica di cambio adottata (per esempio l’Italia con la svalutazione ripetuta, mentre la Germania riduce l’inflazione prodotta dal primo fattore con la rivalutazione che abbassa tutti i prezzi esteri). Se c’è una indicizzazione dei salari, come è avvenuto negli anni ’70 e ’80, questi due effetti (fattori) sono potenziati.

            Per cui oggi (1994) abbiamo solo un po’ di svalutazione della lira, nessun aumento del prezzo petrolifero e nessuna indicizzazione dei redditi, che è  un elemento di amplificazione degli altri fattori inflazionistici e non un fattore autonomo.

            Poi neanche tutto il margine di rialzo dei prezzi possibile con la svalutazione viene coperto dagli esportatori per poter guadagnare mercati, dato che se non esportano sono oppressi dal ciclo depressivo della domanda interna e dal fisco.

            Non sarà quindi l’uscita dalla bassa domanda interna a generare inflazione, se non in quel minimo rialzo di prezzi contenuto nei decimi di punto, stante la buona politica della banca d’Italia, che pure non si regge sugli alti tassi di interesse.

            Non ha senso predire (o invocare?) il fuoco inflazionistico (la vampata dei prezzi!!!), perchè questo mette in evidenza scarsa conoscenza dell'economia politica o cattiva fede.

 

*Università “La Sapienza”

 


 

 


ELASTICITA’ DI SISTEMA E DI IMPRESA E RIGIDITA’ DI SISTEMA NELLO SVILUPPO ITALIANO DAL SECONDO DOPOGUERRA AD OGGI.

Marcello Pili

Università “La Sapienza” ROMA

6

(Scienza e Business Anno II, N. 1 – 2, Bozze, 2001)

 

Il luogo comune tradizionale che vuole l’Italia paese arretrato “ultimo venuto” (last comer) allo sviluppo non ha nessun fondamento.

Gli storici economici che studiano il medioevo hanno sempre riconosciuto all’Italia il ruolo del paese più avanzato in Europa e alle città italiane, Genova, Venezia, Milano, Pisa, Firenze, Siena etc., l’eccellenza in ogni campo, economico, intellettuale, scientifico e artistico.

“L’intensificazione” dell’attività industriale nella Gran Bretagna (come la definisce Adam Smith, e non l’industrializzazione come vuole una vulgata che non ha fondamento) mostra che lo sviluppo si alterna in Europa, ora una nazione prevalendo sull’altra nell’eccellenza del mercato e della qualità e dei prezzi, ora l’altra.

L’Ottocento vede l’Italia in condizione economica di tutto rispetto con l’industrializzazione già al 20% del PIL al 1870 che va al 27% al 1920, mentre invece è inferiore a oggi.

L’urbanizzazione è avanzata e l’inserimento nel mercato internazionale è buono nell’ 800 e pur a causa di alcuni cattivi esiti statistici odierni vanta un rapporto di internazionalizzazione dell’economia italiana del 20%, misurato come rapporto tra esportazioni o importazioni su Pil a prezzi correnti, che risulta identico a quello di oggi.

L’elasticità o flessibilità dell’economia italiana è un fatto storico già dall’ottocento e assodato dalla ottima serie statistica disponibile per l’economia italiana dell’ottocento.

Dopo la seconda guerra mondiale del novecento l’Italia ha recuperato ritardi tecnologici dovuti alla mancata azione del libero mercato, chiuso dalle sanzioni nel periodo cosiddetto autarchico prima della seconda guerra mondiale. Abbiamo con ciò il boom economico degli anni ’50 e ’60 favorito dalla costruzione delle autostrade, dalla libertà di circolazione delle persone legata ad un efficiente mercato dell’affitto di abitazioni.

La mobilità del lavoro e delle merci, l’aumento della scolarizzazione e l’inurbamento ulteriore, sono stati i fattori di offerta che hanno consentito di cogliere le opportunità di un mercato più ampio (il cosiddetto Mercato Comune Europeo) e di fare il recupero tecnologico. Ciò è già una risposta a chi oggi farfuglia di liberalizzazione “spinta”, di “pericoli” del mercato globale etc. Dalla liberalizzazione del commercio e dal mercato globale, quanto più si può espandere, derivano solo effetti positivi che sono stimolo all’aumento della produttività, bassi prezzi, e redditi più alti per tutti.

Non ci sono soccombenti se ognuno dà ciò di cui è capace. Lo sviluppo è frutto in sintesi della divisione del lavoro, come già dice Platone nella sua Repubblica, e il recente sviluppo del dopoguerra è riconducibile alle Autostrade e al Mercato Comune Europeo, padre dell’Unione Europea di oggi, che sono così i fattori che hanno causato il boom degli anni ’50 e ’60.

Cose semplici quindi, autostrade e mercato comune insieme a un contesto di mercato libero (mobilità) che oggi non c’è.

La flessibilità d’impresa è risultata subito elevatissima e nuove imprese nascevano allora e si sviluppavano in un batter d’occhio (edilizia), e le imprese artigiane si trasformavano in imprese industriali indicando che la flessibilità d’impresa non è mai mancata allora come ora.

Ciò che oggi non risponde più allo sviluppo, che infatti non c’è più in Italia (il saggio di sviluppo era negli ultimi anni ’50 e ’60 dell’ordine del 6 – 7% annuo e ora siamo intorno allo zero) è l’elasticità di sistema che è diventato estremamente rigido invece.

La recentissima normativa di parziale liberalizzazione del part-time indica che questo è stato mostruosamente considerato illegale e parzialmente lo resta ancora (il tentativo di trasformare a tempo indeterminato il lavoro part-time fa solo ridere, perché una studentessa universitaria che fa la baby sitter non vuole farlo certo per tutta la vita, così come per una commessa a part-time che è studentessa universitaria, o per la battitura di testi per l’editoria ed altri lavori che il soggetto offerente per primo non vuole cronicizzare).

Il mancato impiego del part-time è oggi causa di un terzo della disoccupazione e il part-time avrebbe perciò capacità di assorbire un milione di addetti (si pensi ad una commessa per negozio il venerdì, sabato e la domenica moltiplicato per il numero dei negozi: uguale?).

La flessibilità d’impresa sempre disponibile si scontra oggi con l’inelasticità di sistema dovuta all’alta tassazione che proprio disincentiva l’impresa e le sue trasformazioni, poi si aggiunge l’inelasticità individuale e territoriale del mercato del lavoro, le mancate infrastrutture, una scadente professionalizzazione della scuola.

Alcuni aspetti negativi oggi ne nascondono altri. Per esempio il basso assorbimento di giovani, favorendo i migliori nasconde le carenze della scuola che si sarebbero verificate meglio sui giovani residui ove assunti, cioè quelli che oggi vengono scartati e sono disoccupati.

Lo sviluppo odierno di alcuni settori, ad alto potenziale di sviluppo, quale quello dell’informatica, di internet,di media – internet – informatica mescolati può far dimenticare gli aspetti di inelasticità di sistema di cui abbiamo parlato prima e da cui siamo afflitti e che ci portano ora allo sviluppo zero.

Lo sviluppo in un piccolo settore, ancorchè moderno, il settore informatico – media – internet, non ci deve far dimenticare l’arretratezza del resto del sistema produttivo. Infatti lo sviluppo di questo settore – blocco in movimento tecnologico non può soddisfare l’intero fabbisogno di occupazione di una economia rigida per rigidità di sistema e che perciò lascia troppa disoccupazione.

La disoccupazione trova poi comunque un aggiustamento di lungo periodo nel calo ulteriore della natalità, sul quale calo non si può più parlare a vanvera se non si dà elasticità al sistema produttivo.

Il settore media – informatica – internet è il settore che la tecnologia ha reso disponibile perché ovvia a tutte le rigidità del sistema. Sviluppa le capacità individuali, ha un basso costo d’esercizio, e, siccome le capacità individuali ci sono, queste fanno d’un tratto direttamente a basso costo ciò che già avveniva nel mercato primordiale del neolitico e poi dei metalli, dell’ambra e dell’ossidiana, vero mercato di alta professionalità e di scambio anche allora.

Questo avviene ogni volta che si accede allo scambio (e ciò è avvenuto già nel neolitico) e dà potenzialità individuali che diventano ricchezza con lo scambio.

Oggi attraverso Internet si parte come nell’età della pietra lavorata con un flusso di azioni di domanda e di offerta e di conoscenza che fluiscono lungo il sentiero agevole del collegamento diretto che circumnaviga l’ostacolo, la montagna della rigidità del sistema di oggi, mentre allora doveva navigare i mari e superare i monti per ridurre le distanze che erano impedimenti reali e non volontari.

Questa di oggi è una risposta potente ma parziale che ci indica che altri settori hanno le stesse potenzialità di sviluppo ma il loro flusso di ricchezza dello scambio è impedito della montagna ostruente che è la rigidità di sistema.

Il libero mercato, le potenzialità di scambio diretto, devono essere di tutti e non solo di quanti passano per il settore informatico – mediatico – internet che pure richiede una professionalità di soglia che non può essere richiesta d’un tratto a tutti gli altri; e poi rimane aperto il problema della misura limite di espansione dello spazio di riferimento di questa attività (lo spazio omega).

Questo settore sfugge alle pastoie ma parte del sistema resta dentro. Perciò se non si vuole imporre la selezione Darwiniana degli abili – internet bisogna sbloccare le rigidità di sistema e riprendere lo sviluppo equilibrato che vuol dire poi sviluppo più alto (cioè sviluppo di internet + sviluppo degli altri settori).

 

Notizie sull’Autore

 

Marcello Pili è Docente di Economia Politica a “La Sapienza”, Roma.

Si occupa delle aree valutarie ottime come approccio all’economia regionale delle aree sovranazionali.

Autore di numerose pubblicazioni scientifiche è collaboratore de Il Sole 24 Ore e del Corriere della Sera.

 



 

UNA CORRENTE DESTABILIZZANTE CHE LEGA TUTTE LE GRANDI CRISI FINANZIARIE

                                                                              7

 

Marcello Pili*

(l’Opinione 5.11.94)

 

 

L’AZIONE destabilizzante effettuata sulla lira nei giorni scorsi ha fatto protestare esatte relazioni tra la situazione politica interna italiana e la situazione finanziaria interna e internazionale. In un precedente articolo avevamo detto, a proposito della reclamata "autonomia" della Banca d'Italia, che non era in discussione l’autonomia, ma la fedeltà e l’affidabilità si. Ciò perché da molto tempo e con operatori ben esperti è in atto la destabilizzazione “anticapitalistica” e questo strumentario corrotto, fatto di persone e di mezzi, è ben presente tuttora e gestisce fatti come quelli dei giorni passati a Londra, come quelli dalla svalutazione della lira di due anni fa (1992), ed è arroccato all’interno del nostro paese con un tasso di interesse elevato, che “paga” la partecipazione al poker di finanza e di paesi da distruggere.

            Il primo episodio di questo fenomeno fu la crisi del 1929. Crisi di idiozia e tecnicamente stupida, basata sull’infedeltà e sulla inaffidabilità di alcuni banchieri centrali dell’Occidente.

            La banca centrale aveva da sempre fatto fronte a crisi di liquidità, mediante offerta di mezzi monetari e, quindi, per i secoli precedenti non c’era nessuna crisi possibile, né della borsa, né dei conseguenti effetti distruttivi nel sistema bancario e poi produttivo in genere.

            Ma si sa che la moneta è per taluni “strumento del diavolo” e ancor più se dà un “diabolico” benessere, come quello che si aveva negli Stati Uniti negli anni ’20, quelli della belle èpoque. Questo “diabolico” benessere nel mondo faceva ombra di fico ad un “nuovo progetto di società” comunista, che derivava dritto dritto dalle esperienze di gestione gesuitiche dell’Uruguay del ‘600. Tale esperienza si presentava fallimentare e perciò si suggerì, se non si poteva far sviluppare l’economia comunista, che si potesse distruggere almeno l’anello economia-benessere-diabolico-consumista del capitalismo.

            Appena installato il comunismo in Russia, per l’ambizione dei comunisti a confrontarsi con le cose importanti (USA), fu installato negli Stati Uniti un vibrione chiamato malavita, appoggiato alla comunità italiana, che beneficiava del tradizionale uso del brigantaggio e dalla emarginazione, a vantaggio dell’antistato di quel momento.

            Già dal 1921 si installa negli USA il fenomeno delinquenziale, noto alla storia per la malavita di Chicago, che, dopo la seconda guerra mondiale, diventa ufficialmente e organicamente la mafia, vera “malattia del capitalismo” procurata. Verso la fine degli anni ’20, visto che l’azione di disturbo ottenuta dalla squadra di Chicago era ridicola e scompariva nel largo benessere americano che si diffondeva all’Europa, come succede oggi in Italia, si cercò un’altra azione facile-facile, che è stata quella del punire uno strumento del benessere, quale quello della Borsa di New York, trascinando poi il sistema bancario, che forse in un primo momento aveva partecipato al “gioco”, rassicurato che il gioco aveva una portata limitata, ad una “lezione storica” sulla “diabolicità” della Borsa.

            Quello che successe dopo fu causa dell’infedeltà dei banchieri centrali e di loro funzionari, che invocarono il non intervento per manifestare la loro infedeltà.

            Si sa, l’economia senza la guida umana, come la vita umana stessa, va alla morte che sola è condizione immanente. Ma qui si voleva colpire quella libertà dell’uomo nei comportamenti dell’economia, che erano stati fruttuosi di benessere e che avevano fatto uscire il mondo dal Medio Evo. Questa libertà fu colpita pesantemente e indicata come causa colpevole, procurando un danno all’umanità enorme: la crisi economica del ’29 prima e la guerra mondiale poi, dove il comunismo si trovò invece spalleggiato.

            Fecero dire ai corrotti che essi agivano secondo le regole del “laissez-faire”, come oggi ci dicono che ciò che vediamo è il libero-operare del mercato di Londra, dove le regole di controllo monetario delle valute sono state fatte saltare con la crisi valutaria del 1992.

            Chi sostiene la giustezza di quelle operazioni del 1992 fa da base di appoggio per le provocazioni di oggi e di quelle di domani, giacchè il meccanismo non opera solo contro l’Italia, ma opera, anche, offrendo guadagni e distribuendo danni, a livello mondiale. L’aver accreditato il comunismo come “teoria sociale”, accettandolo come interlocutore, come modo di organizzare l’economia, anziché come antistato capace di distruggere lo Stato, la vita sociale e il benessere, fa sì che questo suoni il flauto magico che porta i topi al fiume. Se noi non vogliamo fare la fine dei tipi di fronte al flauto magico, dobbiamo contare su quella differenza di cervello che la natura ci ha dato, per vedere che la vita è faticosa e fruttuosa e che la vita beata predicata dai comunisti è ed è soltanto la morte.

 

*Università di Roma “La Sapienza”.

 



 

L’ETERNA LOTTA DELL’ITALIA LIBERISTA

                                                                          8

Marcello Pili*

(l’Opinione 27.11.94)

 

RINGRAZIAMO il Giornale di Feltri che ci sta dando una storia d’Italia non melensa e non di racconti da osteria, come era quella precedentemente fatta sullo stesso giornale da Montanelli. Nella storia di Feltri, che non è eccellente, c’è almeno la cronaca ed è veritiera: si vede come il Risorgimento italiano sia stato osteggiato in maniera parossistica ed i patrioti colpiti a fucilate e incarcerati per impedire la formazione dell’Italia liberale.

            Le forze che volevano impedire l’unificazione dell’Italia liberale erano gli Stati del Nord, del Centro e del Sud, legati da un solo filo antiitaliano: il filo della “dea Madre” mediterranea, rimasta, dopo aver distrutto l’Impero Romano. E’ la stessa dea che veniva dall’Oriente e che fu fermata dagli eserciti Assiri; quella che i Fenici chiamavano dea Tanit, che incuteva loro tanta paura, da indurli a sacrificare ad essa i loro figli. Questa dea non riuscì mai a passare i confini del mondo occidentale ellenistico. Così l’Impero Romano potè estendersi su tutto il mondo allora conosciuto e, con esso, la cultura occidentale, fruttuosa di un benessere, mai visto prima di allora, basato sulla costituzione del primo mercato comune della storia, che univa il Sudan attuale e l’Etiopia alla Scozia, con i vantaggi del libero scambio e della divisione del lavoro e del commercio per specializzazioni. Laddove, poi, il valore e la professionalità sono stati sostituiti dall’apologia della debolezza e della vita facile, dalla da Madre, l’Impero Romano è crollato e il mondo è caduto indietro nella barbarie per mille anni e più.

            Solo la revisione religiosa e il rinascimento delle arti, mestieri e attività economiche, sotto l’esempio dell’Impero Romano, hanno consentito di riprendere il cammino della storia e del benessere, dopo il pesante contributo di un millennio pagato alla da Madre. Ma questa dea Madre non si è data per vinta, ha chiamato la debolezza socialità e la professionalità sfruttamento ed è ripartita con il vibrione della discordia dentro la società riformata dell’occidente.

            Tale discordia è stata chiamata lotta di classe mentre era ed è lotta al benessere, che emancipa il cittadino-figlio dalla dea-Madre assistenziale. Se un vostro figlio di un anno impara a camminare cadendo, potete accettare che qualcuno gli offra un bastone “per aiutarlo”? Certamente no! Tutti capiscono che chi “lo vuole aiutare” in realtà lo vuole dipendente, zoppicante malfermo ed insicuro. Ciò che vediamo oggi nei telegiornali è la replica di quanto vediamo nei fascicoletti di Feltri sul Risorgimento: fucilate ai patrioti, che si battono per l’Italia liberale, dalle stesse forze che hanno osteggiato il Risorgimento, la formazione dell’Italia liberale ed il suo cammino unitario e che ora operano dentro l’Italia, come partiti che hanno come caratteristica l’essere contro l’Italia liberale e l’Italia degli italiani.

            Da sempre, l’Italia preunitaria di tanti Stati era dilaniata dai partiti che sono riconducibili, come oggi, a due: uno per la dea Madre, l’apologia della debolezza, dell’assistenzialismo e della sudditanza politica; uno per l’efficienza del lavoro, per l’indipendenza e la libertà del cittadino, la professionalità che sola è matrice di benessere.

            Lo scontro politico in atto è nulla di nuovo, è la solita storia degli Stati reazionari contro l'Italia liberale, che ora si chiamano comunisti e cattocomunisti. L'avere legittimato questi partiti e questi valori come interni allo Stato democratico è un errore. Essi perseguono invece l’indebolimento dello Stato liberale italiano, tramite l’apologia, la pratica della debolezza e l’assistenzialismo, per consegnare l’Italia allo straniero, anche vicino, e tenerla sottomessa come nuovo Stato della dea Madre.

            I liberali devono sapere che la libertà e la patria non sono cose che si conquistano una volta per tutte, anche se i nostri libri sussidiari della terza elementare (forse non disinteressatamente) insegnavano che “ormai abbiamo l’Italia unita”, “ormai abbiamo la libertà, grazie al Risorgimento”, invitando implicitamente a dormirci su. Così non è: la libertà non difesa si perde; all’efficienza si sostituisce la debolezza, l’assistenzialismo e la miseria. Tutto questo è proposto oggi come opinione di una parte politica, ma è un vero progetto di morte. La dea Madre non vuole che il figlio si emancipi ed esca dall’età della pietra.

            Ciò è già avvenuto ed è stato superato una volta, ma vediamo che non è superato una volta per tutte, e dobbiamo vincere la tentazione della debolezza e della morte e dei suoi fautori, ogni giorno. La ripresa della cultura liberale, la difesa del libero pensiero individuale e non l’indottrinamento di massa debbono, sia nell’informazione che nei rapporti con la pubblica amministrazione, essere la base di quell’igiene personale e mentale che dà al cittadino il senso di essere un cittadino.

            Non bisogna oggi farsi fuorviare dal fatto che l’apologia della debolezza viene fatta sempre con nuovi nomi, quali mafia, camorra, ‘ndrangheta, comunismo, droga, assistenzialismo, questione meridionale, disagio urbano, inquinamento eccetera, eccetera, eccetera.

 

*Università di Roma “La Sapienza”

 



 

 

SOVRANITA’ DEL CITTADINO E LIBERTA’

                                                                            9

di Marcello Pili

 

Dalla teoria economica si ricava che il monopolio è lo strumento con cui si espropria la sovranità del consumatore imponendo ad esso prezzi alti per beni che ne avrebbero più bassi in caso di concorrenza.

Indirettamente si potrebbe anche fissare quali beni vendere ed a che prezzo.

Quando ci sono più operatori economici lo stesso risultato si ottiene col coordinamento dei comportamenti dei venditori (chiamato trust o cartello ) che diventa in tutto e per tutto un monopolio. Traslando il discorso alla politica vediamo che un gruppo di diversi partiti (costituenti un trust o cartello perché nessuno varia atteggiamento) espropria la sovranità del cittadino perché nessun partito (leggero o meno) accetta il controllo del cittadino e tutti i partiti sono concordi nel respingere il tentativo di controllo democratico delle scelte politiche. Come in economia qualcuno nega il monopolio o il cartello dicendo “ma ci sono vari operatori”, oppure che le quote di mercato variano, così in politica tutti si protestano democratici perché ci sono vari partiti, e variano le loro quote di elettorato.

Così come nel monopolio economico il riscontro definitivo è l’alto prezzo del bene richiesto (massimo danno) dal consumatore e la sua perdita di sovranità, così in politica c’è il maggior danno del cittadino e la perdita della sovranità democratica (che appartiene al popolo anche secondo la Costituzione) quando non c’è il controllo democratico del partito che protesta di essere democratico perché lo votano.

La democrazia presuppone uomini liberi e non condizionati o minacciati da politiche di danno (fiscale e inefficienza) o di promesse (assistenziali o corruzione nell’attribuire i posti di lavoro ai “nipoti o affiliati”) e in grado di controllare i partiti che prendono il loro suffragio sulla base della struttura democratica dei partiti che però in Italia non è definita per legge come non è definita per legge la funzione e la verifica di democraticità dei sindacati.

(La verifica per esempio che ci sono sindacati dei pensionati fa solo ridere se si pensa che questo nasce dalla mancata applicazione della costituzione sulla sostanza del sindacato che oggi è in pratica, senza legge, un protettore).

Così, se i partiti si regolano (trust, cartello) rifiutando il controllo democratico della base, tutta la costruzione di presunta democraticità crolla e ci troviamo partiti che si dicono democratici perché qualcuno li vota ma non sono democratici perché non vogliono nessun controllo democratico, e qualcuno li vota perché non c’è scelta dato che tutti rifiutano il controllo democratico (monopolio). La democrazia quindi non esiste se non c’è controllo democratico dei partiti che ricevono i voti e questi quindi fingono solo di essere democratici essendo in realtà d’accordo (chi volentieri chi meno) per esercitare un potere tirannico nell’insieme.

Insomma i partiti decidono quali cose si fanno e non accettano controllo democratico e i cittadini possono “cambiare partito” senza che questi mai sentano i cittadini perché tutti sono d’accordo su questo (trust-cartello).

Così non è democrazia perché non c’è sovranità del popolo e il cambio del voto non è simbolo di democrazia, come i più diversi produttori in economia non fanno concorrenza e sovranità del consumatore se questi produttori sono sotto cartello o trust e in pratica un monopolio. L’idea del movimento delle libertà, o di iniziativa liberale, è quindi la giusta risposta a questa mancanza di democrazia, che comporta l’azione del tiranno in riduzione della libertà (come riduzione della sovranità).

La dittatura è stata storicamente associata a condizioni di vita sociale e culturali precarie (povertà e mancata definizione dello Stato), così oggi vediamo che ci si serve degli stessi strumenti riduzione del benessere e indebolimento della funzionalità organizzativa e democratica dello Stato come base per la dittatura dato che queste sono le premesse.

Qui abbiamo chi crea come azione politica (per mancanza di controllo democratico dei partiti) l’indebolimento dello Stato e la povertà per instaurare una dittatura o regime i cui passi sono messi tutti i giorni. I liberali devono capire che la libertà non difesa si perde come la stiamo perdendo oggi e che la libertà richiede organizzazione e sostegno con la discussione e con la pratica del partito liberaldemocratico.

Questo non è uno dei due poli il cui altro può essere il comunismo. I due poli possono essere solo dentro lo schema liberaldemocratico e con la sovranità ai cittadini. I liberali si devono subito candidare a tutte le elezioni per scalzare il governo illiberale con l’immediata applicazione di concordare le candidature con la base a cui spettano almeno al 50%. Organizzazione, discussione, democrazia, questo è il progetto liberale in tempo di soffocamento delle libertà.

Tutti i settori sono corrotti ormai del non fare ciò che si dice con le dittature settoriali di fatto e i rapporti di prepotenza di un governo illiberale sui cittadini. Ai settori dell’economia e dell’informazione saranno rivolti i nostri interventi prossimi.

 



QUESTO PIL PROVVIDENZIALE CHE FA TORNARE I CONTI POLITICI

                                                                          10

 

Marcello Pili

(l’Opinione 30.10.94)

 

 

Dopo numerose revisioni dei dati della contabilità nazionale, il cui dato più importante, il Pil (Prodotto interno lordo), è intuitivamente la misura del reddito nazionale da cui differisce per piccole componenti, la gente si incomincia a chiedere se non abbiamo passato la misura della tolleranza e della credibilità di queste operazioni. Anche il nostro giornale ha ospitato un articolo-richiesta di chiarimenti a cui cerchiamo di dare una risposta. Le revisioni della misura del Reddito Nazionale (e del Pil da cui differisce di poco) – corrispondente il primo alla misura dei redditi totali distribuiti ed il secondo al valore totale di beni e servizi prodotti – sono state tre: nel 1978 del 9 per cento, nel 1986 del 18 per cento e nel 1990 dell’uno per cento. La prima revisione, quella del 1978, fece sollevare un dibattito sul reddito prodotto e non registrato (sommerso), che aveva qualche ragione di stupore, e fu digerita con l’idea della novità: l’economia sommersa, irregolare, che aveva dato un aiuto all’occupazione, alle esportazioni e alla produzione italiana.

Il merito non fu tanto analizzato, dato il clamore della novità e la suggestione di questa economia sommersa. L’insieme di altre novità quale la buona rispondenza della nostra economia ad un’esigenza di maggiore penetrazione nei mercati internazionali, particolarmente efficace nei due settori del tessile-abbigliamento-calzature e nel meccanico, entrambi a media tecnologia, hanno lasciato anche questa correzione dei dati con il dubbio del possibile.

Quando dopo meno di dieci anni (1986) c’è stata un’altra rivalutazione, stavolta del 18 per cento, si è incominciato a sentire puzza di bruciato, confermata da alcune cose poco chiare sulla ricostruzione dei dati, distribuzione territoriale dell’aumento, metodo usato per ricostruire le serie dei dati passati. Il dubbio era sempre più forte e la verifica che i dati non erano più buoni per l’analisi econometrica, col fatto che alcune ricostruzioni erano fatte con modelli econometrici, faceva rompere l’assunto di base, che il dato sia una misura, anche con un po’ di incertezza, ma sempre una misura, e non una valutazione di un modello econometrico.

Chi conosceva l’Istat dei tempi di De Meo non ha mancato di vedere che gente laboriosa, professionalmente preparata, lavorasse là e il vedere conti scritti a matita su fogli di protocollo a quadretti ha oggi lo stesso sapore di quando si vanta il vino di una buona cantina. Quelle serie e quei dati davano il riscontro efficiente di ciò che succedeva nell’economia: gli investimenti si vedevano variare chiaramente al tasso di interesse e ogni sensazione materiale di chi conosce l’economia e di chi viaggia poteva trovare conferma o smentita.

La seconda rivalutazione non ci trova consenzienti né per la misura (18 per cento), né per la credibilità delle partite singole rivalutate, né per il metodo ed il presupposto non chiaro. L’ultimo ritocco, anche se minimo (uno per cento), ci causa lo svenimento. Basta, diciamo basta! La credibilità dei dati è importante e l’abuso suggerisce che anche le cose intoccabili nel nostro Paese finiscono nella tramoggia, se c’è un interesse politico.

Il rialzo totale delle rivalutazioni ha superato il 30 per cento e ha abbassato così artificiosamente la pressione fiscale del 30 per cento, permettendo di spacciare la pressione fiscale italiana come “non la massima in Europa”. La pressione fiscale reale è invece, sulle misure del reddito non sommerso, del 12 per cento circa più alta (40 x 0,30) di quella oggi dichiarata: è come se noi avessimo - ma forse qualcuno lo ha - l’obiettivo della massima pressione fiscale, come strumento di coercizione della libertà di voto. Una seconda ricaduta ridicola è quella che vede il nostro grado di apertura al commercio (esportazioni su Pil) diminuire a livelli di grado di apertura dell’ottocento (al 15-20 per cento) che non corrisponde minimamente a quello che è il comune senso delle cose (e della credibilità).

Se l’Istat ha preso una parte delle funzioni dell’ufficio del Piano di sovietica memoria – che collabora a realizzare gli obiettivi del Piano per la parte non realizzata dalle industrie – speriamo che perda rapidamente queste funzioni, anche perché l’Istituto è ritornato agli statistici (non anche il direttore generale), i quali hanno una educazione al rispetto dei dati.

Questo tema dell’affidabilità dei dati statistici ci fa pensare ad altri settori che stanno entrando ora in discussione: la Banca d’Italia. In questo caso incomincia ad affiorare il dubbio che ciò che si dice non corrisponde ai fatti. Non si capisce – e non viene spiegato o lo si fa con spiegazioni inadatte agli economisti – l’accanimento al rialzo dei tassi a tutti i costi. Si dice che la Banca d’Italia è autonoma e si invoca l’autonomia per non dare spiegazioni plausibili e in linea con la comprensibilità economica di ciò che si fa.

Il problema in realtà è la fedeltà e l’affidabilità, come i dati statistici, che incomincia ad essere meno chiara. Alla Banca d’Italia deve essere chiaro che anche a noi è chiaro che i profitti delle banche si fanno con gli alti tassi di interesse ai danni dei cittadini e degli imprenditori e che deve prendere le distanze dagli interessi delle “Sette Sataniche” del tasso d’interesse, come saggio di oppressione.

 

Università di Roma “La Sapienza”

 



[1] Tale coefficiente rappresenta il rapporto tra la quota di intermediazione bancaria (impieghi a breve) della regione registrata e quella riferita all’ipotesi di equidistribuzione nel territorio.

 

 

 

GLI STRUMENTI DEL REGIME

Marcello Pili

(L'Opinione 25.06.97)

11

 

         Il controllo dei media è uno strumento del potere di regime e viene simbolicamente esibito come segno che gli oppositori non riescono a fare alcuna opposizione dovendo arrancare addirittura per dare l'informazione.

         Così se ci limitiamo ad arrancare nell'informazione senza preparare una azione politica che dia prospettive a quei 25 - 30 milioni di Italiani che non condividono e sono oppressi da questo regime, allora lo sforzo sull'informazione, che già è forte e faticoso, risulta inutile. Non si capisce perché il Polo non fa opposizione e l'idea che si usi l'incaprettamento giudiziario di Berlusconi per occupare le sue reti di Televisioni e Carta Stampata e per ottenere l'acquiescenza pol?itica è più che un sospetto.

         Con un'azione giudiziaria, e una legge sull'emittenza pronta a fare il lavoro del boia dell'iniziativa privata questo è verosimile. Il millantato conflitto di interessi vede ora tutta l'informazione o quasi è controllata dai comunisti (in senso largo) e sembra che non ci sia più conflitto di interessi per i nuovi possessori di questa informazione.

         Il possesso (ancorchè non proprietà) e l'uso di questa informazione come strumento di regime è compatibile con la libertà? Io dico e grido di no! ! !Se tutta l'informazione si prona all'ulivo - comunista è il regime. Se questo pronarsi è ottenuto con minaccia mafiosa di distruzione delle aziende, distruzione civile delle persone, di perdita del sostegno statale, di possibili agitazioni del personale dipendente allora questa democrazia può essere solo democrazia - totalitaria come erano democratiche le repubbliche sovietiche. Quello che si sta preparando in Europa, con tredici su quindici governi ulivo - comunisti, è esattamente quello che si sta sperimentando in Italia. Cioè la dittatura democratico - totalitaria. Non è vero che all'estero c'è tanta più libertà, forse il regime non è così spinto come in Italia per ora, ma basta vedere le televisioni Inglesi e Americane così cariche di messaggi occulti o palesi di propaganda comunista, ecologista, buonista, con spettacoli di interesse dramma generazionale (droga), occupazionale (dramma cosiddetto del capitalismo), problema razziale, immigrazione clandestina etc. etc., per capire che questo è indottrinamento.

         E questo spiega perché le televisioni e l'informazione siano attaccate da rabbiosi dai comunisti più o meno ulivisti.

         Da altra (?) scuola si ricava che la propaganda fide si può reggere sul giornale e la scuola, con più l'uomo liberale che deve fingere di vivere in una realtà liberale e lasciare agire i mestatori della libertà accettando come scenari di "accadimenti" la droga che travolge generazione dopo generazione i giovani, la disoccupazione di "quel porco capitalismo", l'inquinamento udite udite de "le fabbriche", del traffico, mentre un bel governo europeo di biciclettari, anzi meglio se vanno sugli asini così è più difficile distinguere, dovrebbe restaurare quell'Europa povera di tutti a piedi, tutti schiavi legati alla terra, con i poveri che bussano a milioni alla solidarietà del buon convento che gestiva poderi di 30.000 ettari gestiti con schiavi legali alla terra.

         E le chiese erano ben piene di sofferenti.

         Per vedere bene questa lotta al capitalismo, che è lotta contro il benessere, contro il liberale - capitalista - pagano dobbiamo aggiungere lotta al protestante (di religione) per capire.

         Con lo scisma anglicano di Enrico VIII l'Inghilterra ha dovuto elaborare un appropriato sistema di valori per difenders?i materialmente e in termini di immagine dalle reazioni romane.

         L'Inghilterra ha trovato così come poi tutti gli altri protestanti che il loro dio non è contro l'economia, che dà benessere in terra (un po’ dio - pagano) e che ama la libertà ben amministrata degli uomini. Contro questa realtà Roma non ha potuto reagire per molto tempo, perché i padri anglicani e i vescovi erano all'avanguardia  nel riscoprire i valori classici (altro che rinascimento italiano) con la funzione imprescindibile della libertà e del progresso materiale, fino ai liberi pensatori del settecento inglese (Toland e gli altri) quasi tuffi vescovi o preti anglicani.

         Con ciò facendo una grande potenza dell'Inghilterra che si è poi difesa anche come potenza. Ma la reazione non ha tardato; ha usato il dolore che ancora rimaneva nella gente quando precariamente passava dal lavoro schiavo della terra al lavoro salariato che vieppiù si sviluppava, e via via la reazione ha inventato sindacalismo, socialismo, e comunismo che buttando la maschera massacrava il capitalismo perché fonte di benessere massacrando i cittadini sia materialmente che con la povertà.

         La parola chiave di questo processo era "sfruttamento", che era falsa perché massimo doveva essere lo sfruttamento dove invece massimo era il benessere delle economie capitalistiche mature.

         Ma anche sulla menzogna per fini di povertà ancora si propone qualunque variante della parola falsa "sfruttamento" del capitalismo con capitalismo - spinto, egoismo, consumismo (e non comunismo!), problemi strutturali, problemi sociali, competizione - globale, problemi ecologici, buco (del cervello?) dell'ozono, sostenibilità dello sviluppo, salveremo il pianeta, che sono tutte ugualmente false come lo "sfruttamento" e volte a portare in Europa la povertà.

         Di questo si devono occupare i liberali.

                                                                                           Marcello Pili

                                                                                                Università "La Sapienza" di Roma

        

 

 

INSINDACABILITA' SOVIETICA

Marcello Pili

(24.07.98)

12

 

         I comunisti e Mussi vogliono dare a intendere l'insindacabilità delle sentenze e la "rottura costituzionale" di chi lo fa appellandosi all'ingiustizia di sentenze che sembrano ineque.

         Forse Mussi allude all'insindacabilità delle sentenze sovietiche e alla rottura della costituzionalità comunista. In campo occidentale la sindacabilità per sentenze ineque o inique è prevista dal trattato per i diritti umani a cui l'Italia non comunista ha aderito dal 1955, sindacabilità presso la corte o la commissione per i diritti umani di Strasburgo a cui Berlusconi farebbe bene a rivolgersi!!!

         In realtà i comunisti protestano che Berlusconi si agiti quando loro gli posano la testa sul ceppo, se lui non protestasse tutto andrebbe più liscio e potrebbe apparire in Europa o potrebbero dire che Berlusconi in realtà si è ritirato dalla politica da solo se senza clamore si ritirasse. Se si ritirasse potrebbero dire che aveva qualcosa da nascondere come si può dire oggi a chi non vuole o vota contro (comunisti) la commissione d'inchiesta su tangentopoli.

         Se volete conoscere l'equità delle procure nei confronti dei comunisti potete vedere quante denunce contro TECCE e annessi comunisti all'Università la Sapienza di Roma sono state archiviate e ancora saranno archiviate alla procura di Roma pur coi dati di prova.

         In realtà i comunisti non si sottraggono ai riti barbarici di tagliare la testa ai nemici e buttarla nel campo avversario.

         Ciò fecero i Punici col Console Romano rimasto in Spagna all'epoca della spedizione di Annibale, ripagati poi dai Romani con la testa di Asdrubale, fratello di Annibale, gettata nel campo di Annibale.

         I riti barbarici hanno sempre accompagnato le azioni dei comunisti che sempre hanno usato sicari per eliminare i propri nemici: da Troskj colpito con la scure in esilio, a Mussolini colpevole di avere fatto una dittatura al p?osto loro, poi al dopoguerra con l'assassinio di Kennedy per l'oltraggio subìto dai comunisti a Kuba; poi Aldo Moro che dichiarò contro i comunisti che la DC non si faceva processare da loro ebbe la stessa sorte e guai a trattare.

         In Italia tutti quelli che stanno contro i comunisti subiscono processi politici a decine.

         Non certo Craxi, ma Cossiga subì affronti e non difese che gli erano dovute e poi processi finchè non ha rinunciato. Montanelli dichiarava sul suo giornale di avere 62 (sessantadue) procedimenti pendenti finchè non ha abbandonato lo scomodo giornale e di 62 procedimenti non parla più.

         Nella storia la capacità di rinunciare ai sicari è poca e si rammentano solo due casi di persone veramente grandi Giulio Cesare e Alessandro il Grande (Magno) che ripagarono i sicari con la morte per avere ucciso loro Pompeo Magno e Dario.

         Agli altri non si può chiedere molto.

         Certo ai Komunisti non si può chiedere molto dato che tutti sanno chi sono. Se qualcuno crede alle loro falsità che si presentano col vestito della nonna di Cappuccetto Rosso sono affari loro.

         In realtà Berlusconi sbaglia a prendersela con i giudici e a trattare coi Komunisti in parlamento.

         I comunisti sono all'origine di tutti i ricatti. Ha senso quella messinscena da arrabbiatura quattro anni dopo per l'avviso di garanzia?

         No, No non ha senso. Solo un governo di cretini si dimette per un avviso di garanzia e dà retta a chi avvicinato dalle indagini proclama a reti unificate "non ci sto". Anche Berlusconi doveva dire non ci sto e tirare diritto. Forse che Prodi non ha subìto un processo senza alcun clamore né dimissioni. Se Berlusconi vuole agire bene deve lasciare perdere i consiglianti e vedere quello che dice Mussi. Se Mussi dice che Berlusconi deve smetterla di protestare contro i giudici che le sentenze non sono eque, quello Berlusconi deve fare ma non in Italia dove tutti sanno cosa succede e cosa fanno i comunisti ma deve andarlo a dire a Londra, dove pure ci sono i laburisti che fanno il Kappuccetto Rosso e intanto chiudono il terrorismo irlandese con un premio al terrorismo Kristiano, sempre con l'obiettivo dell'attacco all'integrità dell'Inghilterra, cosa che in Italia per Bossi è reato.

         Poi vada a Bonn e rammenti ai Tedeschi cosa sono i Komunisti, e che se non stanno attenti se li trovano a casa. Poi deve andare a Bruxelles dove ormai da quando ci sono tredici paesi socialisti in Europa sta diventando la capitale del burocratismo anziché dell?a libertà.

         La cosa che deve fare subito Berlusconi è la riapertura degli 8.000 (ottomila) club di Forza Italia, vera forza senza la quale sarà sempre aggredito, ma deve farlo proprio subito.

         Berlusconi era stato minacciato che se usava la piazza…….Se teneva i club……….Se rompeva con la bicamerale……..così lui seguendo le minacce si è trovato solo e facilmente colpito.

         Se non riapre subito i club, entro pochi mesi avrà la sentenza di appello. Allora diranno che proprio Berlusconi se ne deve andar, ora per fargli accettare la cosa dicono che può fare appello.

         Quando questo sarà fatto i comunisti toglieranno la maschera di nonna di Kappuccetto Rosso e Berlusconi capirà d'un tratto ma troppo tardi dove si è trovato.

         Alla fine dei conti la forza fondamentale su cui contano i Komunisti è la debolezza e l'insipienza dell'altro e si prodigano nell'indurre gli altri in questo inganno.

         Chi segue il flauto magico delle loro ciance non protesti se poi finisce al fiume.

         Quando un ministro del governo Berlusconi ha chiesto al Procuratore Generale di intervenire sul Pool di Milano ha ricevuto la risposta giusta. Perché non intervieni tu? A questo si riduce la sapienza del governo Berlusconi? A volere che altri facessero quello che dovevano fare loro?

         Ma questo è il mondo dei bambini!?!

         Adesso qualcuno dice che c'è la guerra civile e tutti protestano che invece c'è solo una aggressione! ! !

         Ma perché non si manda Ferrara su Mediaset a fare Radio Londra, perché lo si è tolto da Panorama e Feltri dal Giornale?, nei cedimenti ai comunisti. La risposta è in ciò che è successo dopo: i comunisti chiedono azioni di indebolimento e di mutilazione per la trattativa per rendere più facile il regolamento finale.

         Se in Italia tutti abbiamo subito impassibili il supplizio di Cossiga, che è vero padre della libertà in Italia, tutti subiamo le conseguenze di chi non difende il padre. Le offese passano poi contro i figli che per ignavia o debolezza hanno lasciato offendere il padre, fonte della propria libertà.

         Se Berlusconi non reagirà subirà tutte le conseguenze di chi si sottomette e perderà tutto senza processo.

         La soluzione come gli ho già detto è all'estero, Berlusconi vada fuori e protesti ad alta voce a New York, a Londra, a Bonn, Parigi, Bruxelles, e sapendo che ci sono sempre Komunisti specie nella stampa non si limiti a passi formali come conferenze stampa in paesi dove ci sono Democratici, Laburisti, Socialisti sempre Komunisti, ma incontri i conservatori Inglesi e Americani, i Gollisti e attenzione alle internazionali democristiane, per il retaggio confessionale. Se ciò non farà subito non avrà più tempo.

 

 

LA CHIESA E L'IDEOLOGIA

Marcello Pili

(L'Opinione 04.06.98)

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         Si è per molto ripetuto delle falsità ideologiche del comunismo e delle sue peggiori realizzazioni aspettando che di fronte all'evidenza i cattivi smettessero di essere cattivi.

         Ciò è impossibile. Il comunismo è stato creato come un virus parassita capace di crescere sull'organismo sano a distruggerlo. Se si correggesse da solo dovrebbe autoeliminarsi. Questo è il motivo per cui i comunisti perseverano, e quelli che il virus hanno inventato e distribuito (la chiesa), e ai laici e ai liberali resta l'obbligo di sconfiggerli non accettando nessuna falsità buonista.

         Il comunismo si nasconde sempre dietro un falso "bene". Le società del paradiso in terra". Le società di "eguali". La società della protezione dei deboli etc., etc., dove "il paradiso in terra" corrisponde "all'inferno in terra", tutti eguali equivale a tutti morti e nessuna possibilità di divisione del lavoro e quindi di nessun benessere, la società della protezione dei deboli è una società di tutti deboli per il controllo del tiranno. Nella fattispecie dell'ultimo secolo comunismo e cristianesimo si sono messi insieme e hanno aggredito la Russia, l'Italia e la Germania. La Russia perché ormai patria degli odiati Ortodossi, l'Italia perché sempre intesa come stato della chiesa, e la Germania come generatrice di Martin Lutero di cui vendicarsi. Siccome Italia e Germania hanno reagito negativamente all'aggressione comunista, poi nella seconda guerra mondiale si è utilizzata la forza del gigante buono addomesticato con i voti "democratici", c?ristiano americani e comunisti - sindacali (gli U.S.A.), per aiutare la forza comunista Russa che era perdente e schiacciare Italia e Germania, e riprendere poi dopo la guerra la lunga marcia contro l'Inghilterra tramite il "movimento di liberazione" di tutte le colonie d'Africa.

         Liberazione che le ha liberate di quel po’ di benessere e ordine per consegnarle alle stragi e al malessere e come conseguenza di stragi, malessere e comunismo al cristianesimo. L'ultima operazione è in corso contro il territorio metropolitano d'Inghilterra. Si usano le falsità ideologiche dell'autodeterminazione terroristica dell'Irlanda, la falsa autonomia della Scozia tramite un partito comunista - laburista il cui obiettivo è distruggere la Corona d'Inghilterra e riconsegnarla ad un controllo cristiano. Però in Italia l'operazione comunista, battistrada della repubblica confessionale, si è potuta giovare della particolare insipienza liberale, o di quelli che si dicono liberali e dicono che il comunismo è cambiato perché cambia continuamente nome per il complesso di colpa e d'imbroglio. Si chiama ora Cosa Sinistra, Democrazia Sinistra, e il bene che loro indicano è sempre la sofferenza, e la pace è la giustizia della distruzione totale del benessere. Ora su queste questioni la chiesa deve precisare se le sue chiacchiere sociali di "anticomunismo" e "solidarietà" sono contro il benessere o no, perché fino qui la chiesa fa anticapitalismo, sostiene i comunisti senza dire precisamente che è contro lo sviluppo, come lo è sempre stata, come lo è stata con Roma Antica.

         Il sostegno che la chiesa dà ai comunisti in Italia ha un unico sostituto p?ossibile: il controllo diretto della chiesa. Si è verificato in questi giorni in Italia il teorema fondamentale dell'uso dei comunisti della chiesa. Tale teorema fondamentale della chiesa dice che per fare accettare un male minore (gestione cristiana del potere civile: democrazia cristiana) basta inventare un male peggiore (comunismo, inferno) affinché la gente sia portata ad accettare il male minore della gestione cristiana diretta dello stato. Questo è ciò che stiamo vedendo in questi giorni. Infatti Berlusconi non riusciva ad avere ragione dei soprusi comunisti finchè non ha chiesto l'adesione al PPE, partito popolare (cristiano) europeo, e fattosi così coraggio ha respinto i ricatti comunisti e strano fra tutto ha cominciato poco poco a difendersi dalle aggressioni comuniste. Ciò è bastato perché il popolo sottoposto all'inferno comunista votasse in massa Forza Italia. Subito insospettabili democristiani quali Martinazzoli dichiarano che "ora" Berlusconi ha ragione. La cui ragione può essere: se rifà la D.C. va bene.

         Così Berlusconi ha preso i voti dei liberali, non ha formato un governo liberale, ha riempito di democristiani il suo partito ed è stato portato alla sconfitta. Se farà la D.C. potrà vivere, altrimenti? Berlusconi non si è difeso quando è stato attaccato come liberale. Non è andato, come avrebbe dovuto fare, a fare conferenze stampa a Bruxelles, Bonn, Londra, per accusare di essere oggetto di aggressione e ricatti comunisti e dire che il comunismo - morte della Società è pienamente attivo in Europa. Abbiamo in Italia che i "liberali" sono i democristiani, e i "laici" sono Maccanico e Casini, cioè cattolici, e giornale "laici" è il Giornale cattolico; quindi non c'è posto per laici e liberali. E' vero che sia preferibile la D.C. ai comunisti come la parassitosi ?dello stato alla morte rapida, parassitosi che abbiamo sperimentato negli ultimi quarant'anni. Tutto ciò esclude lo stato liberale e laico dal panorama politico è quello della lotta per uno stato cristiano oppure lo stato comunista. Esattamente come succede in tutto il mondo nonostante o proprio per il sonno dei liberali. Sappiamo che il sonno della ragione liberale crea mostri, e i mostri di cui siamo pieni: droga dei ragazzi, disoccupazione prodotta intenzionalmente dalla gestione comunista dell'economia e assecondata dalla chiesa, accadimenti catastrofici (treni e territorio) in continuo, si cerca di farli passare per "accadimenti", accadimenti per cui si lavora alacremente. I liberali devono venire fuori allo scoperto e organizzarsi nel dibattito e politicamente perché non è liberale il democristiano ancorchè possa sembrare meno peggio del comunista.

                                                                                                                Marcello Pili

 

Liberali e deformazione dei media

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         Abbiamo visto che l'economia è un terreno di falsificazione dell'informazione molto praticato. I termini del benessere vengono alterati fino al punto da essere confusi con altri concetti di corrosione quali millantata solidarietà, non egoismo, centralità dell'uomo (povero) etc., etc., con altri bla, bla.

         Chi dà il benessere è il mercato, la libertà, l'iniziativa libera economica che è lo strumento di maggior produzione di benessere che si distribuisce col mercato al massimo livello in tutta la popolazione. Questo perché lo strumento liberale e liberista è lo strumento che la selezione naturale ha trovato per il maggior benessere dell'uomo. Questo meccanismo è la traduzione in economia del meccanismo biologico della competizione che premia chi fa meglio: in economia vuol dire maggiori mercati, minori prezzi, più guadagno per l'operatore di impresa e di tutti i dipendenti e del consumatore per i più bassi prezzi di concorrenza.

         Un meccanismo del genere non può andare bene a quei due elementi, comunismo e fondamentalismo religioso (fondamentalismo contro lo Stato e la libertà dei cittadini), che occupano con tirannide molta parte del mondo.

         Ed ecco la falsificazione. Il Bene diventa Male, e il Male diventa Bene.

         Il benessere materiale, portatore di libertà dal bisogno e frutto della ?libertà dell'uomo di organizzare il soddisfacimento dei suoi bisogni, viene indicato come peccato, egoismo, corruzione del valore superiore dell'"uomo" (povero s'intende). L'organizzazione produttiva viene indicata come paganesimo di adorazione del dio (pagano), il capitalismo come macchina (infernale) con problemi "strutturali" che Marx farneticava che doveva produrre "impoverimento crescente"; farneticazioni tanto a ora, di un disoccupato pagato per costruire scemenze e danno con molte ore da utilizzare dato che era disoccupato.

         Poi a questa "propaganda fide" si è aggiunto, con Marx e poi con tutti gli economisti baciati dalla convenienza di servire l'ideologia in danno della società per soldi o cariche o prebende, l'astuzia già messa in campo da Marx: la falsificazione della teoria economica e il suo uso contro l'economia.

         Marx ha inventato che il mercato liberale delle attività produttive era una "lotta inevitabile tra antagonisti" cioè "lotta di classe". Con questa lotta di classe i proletari occupati venivano indirizzati a distruggere la loro azienda così finendo sul lastrico con la loro stessa azione. (Così potevano mettere l'uomo, sempre povero e derelitto, al centro e pronto poi con la vita presente così distrutta ad apprezzare "un'altra vita migliore", con la scelta tra vita presente e futura molto agevolata a vantaggio di quella futura migliore dalla distruzione provocata ad arte di quella terrena presente).

         Così si è visto che bastavano un po’ di economisti, di cui si diceva e si dice ora "di chiara fama" (comunista), economisti del calibro (zero!!) appoggiandoli ad altri che all'estero avevano avuto vantaggi dai comunisti, per inventare dal nulla che loro economisti "di chiara fama" ci indicavano la via giusta fatta di alti tassi di interesse per evitare l'inflazione (loro volevano farci credere senza neanche conoscere le cause) e così foraggiando quel compagno di lotta anticapitalistica che è il tasso di interesse, che ripaga gli economisti comunisti con presidenze di banche comuniste, consigli d'amministrazione comunisti etc., e buone consulenze.

         Tutto questo comodo prendere poltrone e soldi di oggi si appoggia sul guadagnato degli anni '70 dove lo scontro di fabbrica protratto ha fatto delle vittime (come la Fiat) cui è stato fatto credere che non si sarebbero più salvate senza un "compromesso storico" col Pc. Compromesso che ha permesso l'uso della stampa per sempre maggiori intraprese comuniste.

         Abbiamo avuto l'uso salariale come ariete, che dopo venti anni di servizio anticapitalistico a "pressione salariale", indicata dagli economisti in forza al Kgb come situazione del tempo, lascia oggi salari di 1.200.000 che sono sicuramente di fame e che farebbero doverosamente parlare di oppressione salariale (dovuta al Pc) piuttosto che di pressione salariale.

         Già Ricardo diceva che i salari non contano nulla nell'economia e possono essere portati a contare molto solo con ?la distruzione dei salari stessi (pressione salariale) e dell'occupazione. Ciò è successo in Italia e i disoccupati di oggi, tutti quelli che hanno perso il lavoro in questi 20 anni di "lotta salariale" devono ringraziare chi ha organizzato per questa corsa verso il baratro suonando il flauto magico del comunismo con la propaganda di Bene che risolve tutti "i problemi del capitalismo" che sono provocati invece da azioni distruttive comuniste.

         Una perla di questa politica economica distruttiva fatta dai comunisti è la legge detta "equo canone" che ha comportato un aggravio di quattro volte del costo reale della casa (scontato cioè il rialzo medio dell'inflazione) impoverendo tutti che per avere una casa ora devono avere 300-400-500 milioni mentre prima della legge "equa" bastava l'equivalente di 400-500-600 mila lire al mese di oggi per l'affitto e tutte le case erano a disposizione e lo sarebbero tuttora. Ciò perché la quantità di costruzioni disponibili in Italia è proporzionalmente alla popolazione molto elevata e noi abbiamo un numero di stanze per abitante che è uno dei più grandi del mondo. Così anche oggi potremmo avere tutti una casa per due soldi se non ci fosse una legge che si è spacciata per "equa".

         Questa è quindi l'equità comunista; equa è la casa che fa danno a tutti i cittadini e aumenta la loro dipendenza economica con la povertà. Queste iniziative economiche sono la base dell'impoverimento che è la premessa per stendere sulla popolazione sofferente le Bandiere Rosse ed è ciò che ha fatto la forza comunista che si è organizzata per prendere il governo italiano con la povertà.

         A questo si aggiunge il prelievo tributario che è legale fino all'esproprio totale del reddito perché non c'è limite alla pressione fiscale rendendo urgente un "Habeas corpus fiscale" dato che il governo prosegue legalmente l'azione anticapitalistica delle BR sempre con leggi "eque" come l'equo canone, la "lotta all'evasione" che ormai riguarda il nostro mangiare, la "solidarietà" verso quelli che sono stati messi nell'indigenza dalle leggi comuniste "Eque", adeguate al fine di creare bisogno e insicurezza e per abbattere con questa scusa il benessere di tutti col prelievo tributario, perché altrimenti il benessere porta la libertà. Su questo argomento continuiamo in seguito.

 

 

 

                LIBERALI E MEDIA  ( 1 )

Marcello Pili

(L'Opini?one 12.07.1997)

15

 

         Inevitabilmente dopo chiusa quella nullità che è la bicamerale inizia il vuoto dibattito blà blà sul pro e sul contro. In Italia tutta la discussione politica si svolge sul vuoto blà blà del pro e del contro del niente. Ciò come espressione di dominio del popolo che viene preso per il culo.

         Se non fosse per la torva immagine di regime a vita di un presidente della repubblica questa bicamerale avrebbe chiuso con il nulla delle precedenti Bicamerali nullità, anch'esse, fatte per dileggio della gente e per ribadire il loro nulla sopra la gente. Però questo nulla questa volta ha aspetti che si prestano ad una analisi più approfondita nella curvatura dello zero che è stata usata. In questa curvatura si legge la sottomissione di Berlusconi e Fini dell'Ulivo - Comunista.

         Fini ha il riconoscimento che siccome si sottomette quindi esiste. E se a lui va bene?!! Berlusconi quadra il cerchio scambiando la sottomissione con la prospettiva di un alleggerimento giudiziario, che noi crediamo che sarà poi totale a totale sottomissione.

         Berlusconi viene pagato con i suoi soldi che potrà incassare vendendo in borsa Mediaset, non? perdendo una Rete, e guadagnando una rete di telefonini di cui ha pieno diritto in concorrenza. (Anche qui il saldo è zero).

         Chi invece non ha il saldo zero, pur avendo dato niente a nessuno sono i comunisti e l'ulivo. Non a caso subito dopo questo atto di sottomissione si passa a nuove azioni delle guardie rosse.

         Il riccometro, dopo la millantata evasione fiscale che nessuno ha provato perché è falsa, millantata evasione fiscale fatta da gente che paga il 50% del reddito in imposte - esproprio e viene sbeffeggiata da furbi che sono veramente furbi e serve a garantire quel quadro di peccato originale e di processo già avviato contro chi non sarà trovato assolutamente povero e con la tessera comunista in tasca.

         Ciò ricorda lo sterminio dei Kulacki in Russia a milioni i quali avevano il gran torto di coltivare la terra e di non essere totalmente poveri e perciò in balia del vento comunista non totalmente. Si sta costruendo una società comunistizzata in Italia e in Europa perché questa è la premessa di un dominio confessionale.

         Il prelievo fiscale del 50 per cento dimezza il reddito, l'inefficienza volontaria ed intenzionale della Pubblica Amministrazione ne riduce alla metà il contenuto residuo, una terza volta viene dimezzato il valore del nostro reddito e della nostra vita dai veleni inseriti nella soci?età con il '68: droga, scontro uomini - donne, padri - figli, problema del costo di mercato nero della casa perché il mercato libero è ucciso dalla legge comunista che non poteva che essere da loro denominata "Equa" (ma forse equina o asinina) dell'equo canone.

         Così dopo aver diviso per due varie volte, la vita non è molto dissimile da quella dei paesi poveri, dividendo per due per ogni volta che l'azione politica comunista dimezza il valore di un aggregato generale: ciascuna come la tassazione, legge casa, qualità o degrado della vita.

         Ma questo è ciò che serve e che in Italia è già tutto pronto.

         Quello che serviva e ora c'è era lo svuotamento totale del ruolo della gestione civile (perché terrena) della vita politica tramite il fatto che tutte le rappresentanze politiche sono ridotte a sottomissione dell'elemento ideologico confessionale oggi gestito dall'ulivo - comunista, che ha in mira una società confessionale. Una società che ha il papa dei cristiani - cattolici tutti i giorni a tutti i telegiornali è una società confessionale.

         Così è successo in Africa in tutte le colonie dell'Inghilterra, occupate da movimenti di……(indovinate?) liberazione che hanno aperto la via alle stragi e che strage dopo strage stanno facendo affiorare controllo confessionale vuoi musulmano vuoi cristiano - cattoli?co. Così la proposta di riunificazione delle tre religioni monoteiste assume un significato più chiaro. L'immigrazione clandestina in Europa è una offerta alla religione medioorientale, naturalmente purchè si sottometta ai "Latini".

         Quei Latini che richiamano alla mente gli Ortodossi e l'impero di Bisanzio la cui capitale è oggi spostata a Mosca, che rifiuta oggi categoricamente l'influenza dei "Latini" chiedendo protezione all'America, ma che è però comunque occupata dai comunisti che sono comandati dai Latini, come si vede in Italia. Ciò che bisogna evitare è confondere le forme con cui questo problema appare, rivoluzione armata, occupazione dello stato e dell'economia, propaganda e occupazione dei media e della scuola (propaganda fide), rimbambimento e paralisi ecologistica, assistenzialismo e falsa solidarietà - contro l'anatema dell'egoismo che sfama i popoli invece di lasciarli morire di fame, con il problema.

         Il problema è la presa del potere civile sulle regioni laico - pagane - ortodosse - o protestanti per imporre la religione universale. Quella della dea Madre, della sudditanza, della debolezza, che oggi si ripropone nella forma di Dio unico totalitario che governa tutto stabilendo qual è il bene degli uomini, che è la sofferenza per una "altra" vita migliore.

         Il culto della dea madre (passività verso la natura) è stato scalzato da millenni con il culto dell'iniziativa privata o fallica atto a produrre i vantaggi per gli uomini che la? natura senza aiuto non dava a sufficienza.

         Tutta la storia dell'uomo è storia dell'iniziativa privata e della "coltivazione" della natura e dell'intervento.

         Il Dio unico ha usato questa astuzia di chiamare Dio unico la vecchia dea madre della passività alla natura e quindi alla dittatura, per avere la passività verso il potere religione - stato, per scalzare il Dio molteplice greco - ellenistico che era in rapporto di collaborazione con l'uomo per il suo progresso.

         Il dio molteplice greco - ellenistico dava l'articolata rappresentazione della natura che era ormai conosciuta e divisa in forze diverse e quindi dei diversi che consentivano all'uomo un arricchimento proporzionale materiale, proporzionale alla conoscenza della natura che veniva scorporata in diverse componenti o forze, chiamate poi dei, semidei, ninfe, eroi, ecc, che rappresentavano la costellazione della natura divisa in forze conosciute, fissate in modo sintetico nella storia della conoscenza che era l'Olimpo Pagano (i veri Dei).

         Tutte le religioni relative non assolute e non dittatoriali sono nemiche da sopraffare, quali il liberalismo laico - pagano in tutto il mondo, il protestantesimo che ne sarebbe l'artefice magari meritevole e i riottosi ortodossi che però sono già intanto occupati dai comunisti.

         Questa è l'ottica internazionale in cui si devono muovere i liberali, che devono vedere presto il collegamento con i liberali europei, inglesi, americani e di tutto il mondo, lasciando la presunta particolarità dell'Italia che serve solo a sconfiggere i liberali circoscrivendo l'azione e impedendo i collegamenti esterni che sono vitali.

                                                                                           Marcello Pili

                                                                                                     Università "La Sapienza" Roma

 

                                            LIBERALI E MEDIA ( 2 )

Marcello Pili

(L'Opinione 23.09.97)

16

 

Lo stato dell’Italia oggi è quello del Titanic anche se gli Italiani non ballano né suonano.

Quello che è un regime comunista è appena accennato e iniziato ora in Italia e la perdita di libertà sarà totale.

Come si vede da una inserzione a pagamento sul Giornale, c’è una Forza Nuova che vuole l’abrogazione delle leggi abortiste, la crescita demografica al centro della politica di rinascita nazionale, la messa al bando di massoneria e sette segrete, il, ripristino del concordato Stato-Chiesa del 1929.

Lo stato italiano non ha più autonomia dal 1943 ed è diventato lo stato della chiesa.

Questo dato della chiesa è gestito tramite un Governatore, anzi un Osservatore, un Osservatore – romano che dice quello che gli Italiani possono e non possono fare.

Se questo Osservatore dice che gli immigrati clandestini irregolari non vanno espulsi essi non vengono respinti.

Se gli Italiani che pa?gano con la rapina della metà del proprio reddito il governo comunista si lamentano l’Osservatore dice che sono egoisti e il prelievo continua.

Viene detto che questo prelievo viene fatto per la solidarietà – che non è nelle leggi dello Stato – ma il prelievo viene fatto sempre. Solidarietà oggi è il nome del comunismo tutto il comunismo è solidarietà: la solidarietà verso i falsi invalidi è solidarietà, la solidarietà verso la clientela dei partiti confessionali e comunisti è solidarietà, la solidarietà verso la pletora di pubblici dipendenti che dal 1970 ad oggi sono passati da 1 milione a 4 milioni questa è solidarietà, il pagare tassi di interesse doppi del mercato mondiale a carico del bilancio pubblico è solidarietà alle banche amiche, che nessuno indica né come evasori né come egoisti.

La riduzione dei tassi di interesse al livello di equilibrio internazionale avrebbe reso inutile la manovra sulle pensioni di chi ne ha diritto (non falsi invalidi che sarebbero da campione il 25%) evitando anche di allarmare tanta gente onesta che vive con una pensione irrisoria.

Diverso è invece il fatto che queste pensioni non bastano comunque a causa dell’alto prezzo dell’affitto della casa dovuto alla bella legge comunista dell’equo (e dicono proprio così!!!) canone che ha distrutto il mercato dell’affitto e ha lasciato il mercato di proprietà a carissimo prezzo di cui i comunisti non rispondono se non offrendo alle loro clientele gli appartamenti pubblici.

Così vediamo che le pensioni, pur basse della gente onesta, non bastano a niente perché non possono finanziare un affitto o una rata d’acquisto della casa, obbligatoria per la legge comunista dell’equo canone.

Così ci si scaglia contro il welfare state mentre onestamente bisognerebbe scagliarsi contro le false invalidità, le pensioni date per il voto di scambio, la legge dell’equo canone che è la causa della metà almeno della disoccupazione, che troverebbe occupazione con il trasferimento al Nord in una condizione di mercato libero delle case, come è stato negli anni ’50 e ’60 prima dell’equo canone.

Anche i liberali abbaiano alla luna, a tutto quello che gli si pone davanti agli occhi luminescente.

Così se si dice riforma del welfare si buttano senza distinguere tra sprechi e sicurezza sociale, senza indicare che il tasso di interesse non si discute mai, e il governatore della Banca d’Italia, porta ogni volta una nuova scusa per tenere alto il tasso di interesse italiano che sul debito pubblico è al 5-6% mentre il Giappone ha lo 0.50% e la Svizzera ha l’1.5% (vedere tabella tassi eurodivise dei quotidiani).

Un’altra parte del welfare state evitabile è il maggior aumento di pensioni dovute al prepensionamento di tutti i settori che sono una quantità enorme dagli anni ’70 a oggi.

Chi governa con lo spirito comunista o confessionale non mira a ricollocare nel lavoro persone sulla quarantina, in pieno delle forze, con famiglie giovani, preferendo metterle in pensione, così distruggendo l’intera famiglia, ma questo è il sistema comunista di creare dipendenza, invalidità, male sociale, su cui stendere bandiere rosse, voto di scambio; l’inabile o il disoccupato non può stare a vedere se il comunismo è morte perché lui muore di fame e quindi può votare comunista senza pensare.

La mancata ricollocazione della forza lavoro è fatta solo in una prospettiva di morte, di attacco al capitalismo che è invece fonte di vita e di benessere. Ma non dimentichiamoci che il benessere è attaccato con l’epiteto di comunismo pur se in Italia le famiglie che hanno un reddito di 10 milioni netti mensili sono dell’ordine dell’1-2% delle famiglie, e quindi si può dire che in Italia, più che il consumismo si fa il comunismo e si fa la fame.

Se si evita la ricollocazione delle eccedenze di occupati dei vari settori mettendoli invece in parcheggio in attesa della morte, si aumentano sicuramente i voti comunisti e quelli di chi invita a non prendere parte alle passioni terrene per prepararsi ad un’altra vita, ma si danneggia l’economia e il futuro dei figli di tutti come se nel passaggio dall’agricoltura all’industria e ai servizi che tutti noi abbiamo vissuto negli anni ’50 e ’60 avessimo avuto il blocco degli occupati nei settori di allora (agricoltura) senza ricollocazione che è avvenuta invece nell’industria, nell’edilizia, nel commercio, nell’artigianato, ricollocazione che si è potuta avere con la mobilità territoriale e verso le città che offrivano case ?per tutti a prezzi modicissimi di un terzo dello stipendio comune, (ora non basta un intero stipendio operaio per la casa rendendo non faticoso il trasloco simbolico a Milano o Torino ma impossibile).

Questo è attacco capitalistico vero, fatto da gente che insegna all’università, che boccia gli studenti pur non avendogli insegnato niente, che sta sempre nei concorsi a cattedra, (anche quelli ad estrazione a sorte. Ma che sorte?!!!) a far si che la pianta universitaria germogli sempre comunista.

A livello internazionale vediamo che il comunismo sta stringendo la gola dell’Europa, i programmi si fanno ecologistici e di solidarietà, cioè comunisti, e il prepotente intento dell’Italia di questo Ulivo di entrare nell’accordo di Maastricht a tutti i costi, con dati pure falsi o con artifici contabili, dimostra che i nostri ulivisti si sentono i nuovi padroni dell’Europa in grado ormai di affondarla tutta, nelle loro intenzioni.

L’ostacolo più grosso è l’Inghilterra perché non ha perso la guerra; c’è ogni giorno uno scandalo sulla famiglia reale, e ogni cosa che succede viene divisa tra chi è contro la Corona, che sarebbe bene, e chi rappresenta la Corona che sarebbe male.

Questa analisi degna di fumettopoli è la guerra senza dignità e squallida fatta contro la Corona d’Inghilterra perché guida i cristiani anglicani che hanno ripudiato il pope dei cristiani che si dicono generali, anzi universali, forse cattolici. Così è ? la cosa irlandese che avviene con sostegno e non sconfessione della secessione armata.

L’Inghilterra è l’ultima resistenza ai comunisti, i quali si portano poi appresso la confessione del pope romano.

Perciò si cerca di distruggerla l’Inghilterra dando luogo alla secessione (Scozia) che in Italia non è consentita perché è stato della chiesa; perciò Bossi dovrebbe chiedere la secessione della religione del pope romano, così vediamo se è reato anche questo.

                                                                                        Marcello Pili                           

                                                                           Università “La Sapienza”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                LIBERALI E MEDIA

Marcello Pili

(L'Opinione 28.08.97)

17

 

         Il regime costituito in Italia tra comunisti e partito confessionale consente l'analisi di quelli che sono stati gli strumenti per portare al regime e quali con cui si esercita.

         Ai liberali va ricordato che 2500 anni fa in epoca greca il pensiero umano si faceva strada sulle barbarie e sul buio con l'intelligenza di persone che amavano la conoscenza e la libertà di pensiero (filosofia) e che non disdegnavano di esercitare questa grande potenza dell'uomo sia a piedi scalzi (Platone e Socrate) sia con gli agi del tempo (Epicuro).

         Così oggi mancano analisi di fondo dei problemi, con invece l'attenta analisi delle banalità e delle apparenze che portano al risultato di quello che non vedeva il bosco per via degli alberi. Liberando delle fronde la nostra vista (o come si dice in vo?lgare romano levando le fette di salame dagli occhi), vediamo i principii su cui si basa questa presa del potere comunista e confessionale in Italia.

         Queste due unità si muovono in perfetta sincronia in Italia e in tutto il mondo, quindi non è occasione di alcuna meraviglia la loro azione congiunta. Questa azione congiunta si è interrotta solo per pochi anni tra la fine della seconda guerra mondiale e la morte di Stalin, che si era "montato la testa" dopo che aveva vinto la guerra con l'appoggio "dell'America" chiedendo quante divisioni aveva il papa dei cristiani che si dicono cattolici e occupando la Polonia e tenendola sotto dominio comunista. Così l'Italia ha conosciuto un periodo di prospero sviluppo tra il 1948 - 50 e il 1960, tra la rottura del 1948 e la riconciliazione con i comunisti del Concilio Vaticano II. Questa riconciliazione fatta da Krusciov che aveva liquidato lo Stanalismo come regime ma non il comunismo ebbe modesti effetti per il perdurare dell'atteggiamento degli Stati Uniti d'America che non transigevano con il comunismo con il quale facevano la guerra fredda e calda.

         Così l'Italia ha guadagnato un altro decennio di benessere e prosperità (anni '60) perché per l'Italia si accettava sì la svolta - riconciliazione del Concilio Vaticano II ma non si accettavano i comunisti al governo e quindi il centrosinistra che ne venne aveva ancora effetti positivi perché moderato nei contenuti di collettizzazione (nazionalizzazione dell'Energia Elettrica ridotta a fatto poco più che simbolico che manteneva il prezzo dell'elettricità a prezzi competitivi), con i socialisti che avevano alla base della loro azione ormai ?(dopo l'800) la compatibilità col sistema di mercato e la Comunità Europea che era una grande conquista liberale che aveva incominciato ad operare progressivamente dal 1958 e quindi dando effetti benefici per tutti gli anni '60 con saggi di sviluppo del reddito per il ventennio 1950 - 70 del 5-6% annuo (cioè enormi rispetto ad oggi). Quindi noi Italiani dobbiamo questo alla assenza dallo scacchiere mondiale e dall'Italia dei comunisti.

         Ma col 1960 la riconciliazione con i comunisti andava avanti, e questi consideravano i socialisti solo dei sostituti "temporanei" e questo spiegava "l'odio eterno" e il disprezzo che si è poi consumato con i processi recenti. La resistenza dell'America in verità forte per mano di Kennedy, che faceva parte del partito democratico che i comunisti consideravano partito fratello, fu vinta con l'assassinio di Jhon Fitzgerald Kennedy.

         La guerra del Viet-nam fu poi gestita per far perdere l'America, e così far competere la Russia "ad armi pari" almeno nel settorino spaziale e ripresentare nel mondo la larva comunista col berretto di bene dell'umanità e propaganda nel sociale via sindacati e università ('68 mondiale).

         La tecnica non era più quella delle stragi ma quella della falsità, della propaganda opprimente e il travolgimento delle strutture liberali (scuola e informazione) secondo l'uso che avevano fatto i cinesi con le guardie rosse.

         (Rivoluzione culturale delle teste tagliate).

         Il sindacato, che era stato assorbito secondo il suo statuto dichiarato a contrattatore del bene degli operai nel sistema liberale, riprese a funzionare per quello che era stato inventato: fare un finto bene degli operai e sgangherare invece il sistema liberale rivoluzionariamente. Con ciò, arriviamo al compromesso storico italiano (anni '70), dove i comunisti si fanno gestire dalla chiesa tramite il partito confessionale. Si fanno le prime prove di funzionamento comune. La chiesa abbandona alcune feste per "l'austerità". Si chiudono i cantieri delle autostrade causa del benessere capitalistico che era d'impaccio alla prorompenza di quel sol dell'avvenire che gli Italiani continuavano a rifiutare.

         Il cartello petrolifero indicava un'influenza comunista su settori del mondo (Paesi Arabi) e su settori dell'economia (Energia) in grado di danneggiare il mondo liberale gravemente. Il resto del mondo si danneggiava da se per non aver accettato le libertà.

         Così noi per non aver voluto vedere negli anni '80 quel colera che i comunisti avevano seminato, la droga anticapitalistica per i giovani, l'ecologismo antinucleare che doveva rafforzare il cartello petrolifero, il disfunzionamento di ogni settore pubblico, scuola, servizi, trasporti, ora siamo qui a questo punto.

         Negli anni '80 la sottomissione della stampa ai comunisti ci nascondeva la drammaticità di quanto procedeva, con idiozie dell'edonismo italiano, il "miracolo" darwiniano dell'industria italiana che si arrampicava sugli specchi perché dietro aveva la morte, e così i comunisti procedevano nel mondo e in Italia.

         Gli Italiani stanno per scoprire ora di essere fagocitati dai comunisti esattamente come tanti altri paesi del mondo e così impareranno che sono uguali agli altri e che si devono occupare delle cose del mondo e combattere per la libertà. Si dice con meraviglia che gli intellettuali in Italia sono tutti comunisti.

         Forse che nel Fascismo non erano fascisti anche i comunisti? Allora diciamo che i comunisti danno, assegnano e pagano tutti i posti del settore intellettuale e quindi si capisce che gli intellettuali con la loro codardia e viltà siano tutti comunisti. Non si capisce invece perché gli si dia importanza, che li si citi, che si dica il tal politologo (nientemeno!!!) ha detto……zac! Non c'è nessuno che dica cose più banali dei politici che non sia il politologo. Poi vediamo la statura dei politici. Quando c'era Andreotti (che non era Pericle) si diceva "se dura tanto è perché ha la testa più grande". Lo vediamo! Ora vediamo D'Alema che misurato a palmi non vale niente trattato dalla stampa come un "grande capo".

         Per capire il caso D'Ale?ma bisogna pensare che lui lavora in un contesto internazionale "il comunismo" e che in questo contesto qualcosa conta non per quello che ha di suo ma per quello che nel ruolo internazionale (comunismo) gli viene dato.

         Come l'asino di Caligola contava per chi lo aveva fatto senatore, così oggi D'Alema conta per avere sottomesso Berlusconi con Di Pietro e poi Di Pietro con Berlusconi, che ne chiedeva il processo.

 

 

 

QUEI MAESTRI DELLA TEORIA ECONOMICA

CHE PARLANO LINGUE DIVERSE ALL'UNIVERSITA' E IN PIAZZA

Marcello Pili

(L'Opinione 02.10.1994)

18

 

         In questi giorni si è discussa la formazione della legge finanziaria che dà il quadro totale delle entrate, delle uscite, dell'indebitamento dello Stato. Tale legge è di rilevante interesse ed è giusto che sia così sentita e discussa. Non invece sono così chiari gli argomenti in discussione e le posizioni contrastanti comunemente adottate.

         Esiste una discrepanza solenne tra ciò che si dice come buon senso che il deficit è male e ciò che si insegna all'Università.

         Spaventa Luigi, ex ministro finanziario successore di Pomicino, insegna all'Università, come tutti gli economisti, che il deficit pubblico è un toccasana per raggiungere la "piena occupazione" e che questa teoria è conosciuta come teoria keynesiana del reddito.

         Tutti gli studenti che devono fare o hanno fatto l'esame di economia sanno bene queste cose.

         Occorre allora superare la schizofrenia, la scissione dell'anima, secondo cui è male pubblicamente ciò che in "privato", nelle aule universitarie, è lecito e auspicabil?e.

         In effetti l'allegra procedura di espansione della spesa pubblica in Italia ottenuta tramite la continua crescita del deficit procede negli anni '70 e '80 dopo un martellamento durato venti anni nelle Università e nella politica, anni '60 e '70, secondo cui il ruolo del "deficit spending" era positivo ed un cattivo comportamento (deficit) moralmente negativo era benefico se era un comportamento collettivo del governo.

         Così un vizio, se applicato ai privati, era diventato virtù se applicato allo Stato. Durante questo martellamento veniva indicata con schifo la "Treasure view", cioè il punto di vista del Tesoro britannico e americano del bilancio in pareggio che era il frutto della teoria liberale della neutralità dello Stato in economia (pareggio tra entrate e uscite - neutralità dello Stato in economia).

         Così abbiamo che quelli che dicevano che il deficit aveva effetti positivi, ora, con molta disinvoltura, predicano pubblicamente la severità di ricoprire con entrate la spesa pubblica che continuano a non voler controllare, ma ovviamente continuano a insegnare all'Università che il deficit serve a dare "il reddito di pieno impiego" ed altri blà, blà. Di fronte al controllo della spesa dicono sempre di no, argomentando con la socialità che però si è creata specificamente e artatamente pensionando e prepensionando tutti e con assunzioni pubbliche a ruota libera, e continuando a chiedere che si faccia.

         Questa "socialità" viene reclamata per espandere la spesa pubblica e il ruolo dello Stato - partiti come intermediario della distribuzione del reddito, senza mai vedere o indicare la spaventosa cifra della spesa degli interessi che è dell'ordine di 180mila miliardi e di cui non si parla perché fa parte della casamatta amica dello Stato - partiti.

         "Non resta quindi che agire sul prelievo", essi concludono, ed il governo Berlusconi è stato forzato, senza cedere, in quella direzione, giacchè il vecchio sistema, in questo modo, effettuava il controllo dei Kulaki, cioè dei lavoratori dipendenti (per il loro poco di benessere) ed indipendenti italiani, che, secondo la teoria sovietica, sono i nemici dello Stato - partito.

         Il deficit pubblico in Italia è nella realtà determinato secondo uno schema keynesiano dove questo deficit è "necessario" per coprire la minore spesa privata degli investimenti, dovuta agli alti tassi di interesse. Sono quindi i tassi elevati ad essere la causa del "deficit necessario", che viene dato dal modello econometrico della banca d'Italia, come base, come dadi per la partita politica. C'è poi chi trucca i dadi, chi dice di aver fatto tredici e quattordici punti, e perciò il dibattito è infinito e inconcludente.

         La continuità dei deficit di almeno quindici anni indica questo sostanziale sq?uilibrio dovuto agli alti di interesse che fino al 1985 - 86 avevano qualche ragione, (ma non a quei livelli assoluti!!!) perché la scarsa domanda agevolava l'aggiustamento della bilancia commerciale, che aveva lievi deficit dovuti ai rincari petroliferi e al rincaro del dollaro fino al 1986.

         Dopo il 1986 questa situazione "ereditata" è stata poi mantenuta per fare la sovietizzazione, tramite l'operatore pubblico nell'economia, dal lato della spesa, e la confisca dei Kulaki col fisco che "non riusciva" e non voleva mai bastare ad una spesa sempre più diretta a sperperi e sprechi, dato il livello crescente dei redditi prodotti e da tagliare ai Kulaki.

         Questa economia - teoria della povertà, che abbiamo ereditato dai partiti - Stato e dalla passata gestione politica, è la causa della difficoltà dell'attuale governo con l'opposizione. Questo è il punto rilevante che dobbiamo superare anche nella cultura e nell'informazione.

 

*Università di Roma

"La Sapienza"

 

 

VITTORIA, SCONFITTA E RECUPERO DI FORZA ITALIA

Marcello Pili

(L'Opinione 09.07.98)

19

 

         La vittoria elettorale di Berlusconi del 1994 ancorchè incompleta perché priva di maggioranza parlamentare al Senato ha messo in evidenza il rapporto forte che si era venuto a creare tra le promesse e le premesse di partito a struttura partecipativa e gli obiettivi liberali ed il consenso, il sostegno, la partecipazione e il voto popolare.

         Purtroppo le promesse non sono state mantenute e quello che sembrava un partito di tutti con 8.000 club da organizzare, il giorno dopo le elezioni del 1994 è stato smantellato.

?

         La paura di Berlusconi è stata spinta allora dalla minaccia di fare indagini antimafia nei club siciliani, indagini che Berlusconi avrebbe dovuto eventualmente lasciar fare allontanando chi fosse riconosciuto colpevole di alcunchè.

         Invece il peccato originale di Berlusconi è stata la paura. Per evitare queste possibili inchieste (perché non si fanno queste inchieste sul PCI?) Berlusconi si è rapidamente privato della struttura partecipativa (i clubs) che erano stati il motore del consenso, così andando a successivi disastri elettorali su comunali, regionali, provinciali lasciando il paese senza strutture liberali e di controllo diretto dei cittadini.

         Questo ha consentito la scopertura dei fianchi su cui hanno lavorato gli esperti di armi corte o sicari comunisti e l'infiltrazione democristiana delle strutture burocratiche e degli eletti di Forza Italia.

         Dopo di ciò sia l'esterno che l'interno di F.I. hanno lavorato per liquidare Berlusconi.

         (Sempre con sicari ad armi corte che per questo usufruivano della posizione di vicinanza).

         Berlusconi forse non ha mai visto da Piero Angela il gioco del leone (o meglio delle leonesse o degli evirati) con la gazzella.

         Così rinunciando ad una struttura di partito che fosse di reale partecipazione ha rinunciato all'efficacia della sua politica col disastro elettorale successivo e alla sua propria difesa.

         Forse lui pensava che forse le gazzelle non sempre vengono uccise ma a volte montate.

         E così si è fatto montare i comunisti in tutte le strutture di sua proprietà.

         Contento lui! Non si sarebbe più dovuto lamentare se da quella posizione i comunisti volessero farsi anche delle bistecche, e qualche sicario volesse portare la testa ai comunisti per un posto nel parlamento dei comunisti. Ora ha cominciato a difendersi e un po’ di gente lo ha votato (recupero) perché incline a perdonargli l'inefficienza all'infinito e perché non sa cosa fare contro i comunisti. La maggioranza no, non lo perdona e un cinquanta per cento degli Italiani decide che no, Berlusconi non può fare la gazzella o la preda e rappresentare i diritti e il pensiero liberale dei cittadini. Cittadini che nel proprio devono difendersi e di cui Berlusconi non si occupa cercando di ottenere consensi in grazia cristiano - comunista nell'abbandonarli, salvo che quando lui viene trafitto dice ?che si difende "per tutti".

         Ha scaricato tutte le vittime dell'attacco comunista, da dell'Utri, a Previti, col risultato che una volta solo è stato comodamente l'unico bersaglio.

         Forse lui crede di stare tra gentiluomini (gazzella) e non tra farabutti (per tali intendo comunisti e chi li sostiene) che vivono distruggendo lo Stato e depredando i vinti (i liberali o imprenditori con le tasse al 50 - 60% del reddito che non è più quindi loro che perché siano accettati dai comunisti devono passare il reddito a loro). Questa è la dittatura comunista che comporta arricchimento dei comunisti e impoverimento dei borghesi, liberali, imprenditori. In questo comunismo invece di espropriare il capitale si espropria più proficuamente il reddito.

         Così i comunisti ritornano a quello che sono, saccheggiatori barbarici, chiamati a Roma dalla Dea Madre, per distruggere Roma ricca, pagana, liberale e del benessere per instaurare il regno del pianto, del dolore, della povertà, della preghiera, della carestia e della peste, che prima del periodo unitario intorno a Roma veniva chiamato Deserto apostolico.

         Il mercante già sapeva dall'antico di dover essere difeso perché altrimenti veniva saccheggiato e diveniva preda. Già Omero ci dice che Menelao di ritorno dalla guerra di Troia e vincitore esercita il commercio tra ?Creta e l'Egitto per cinque anni. Certo ottimo positivo esempio di mercante che si sa difendere.

         Oggi nella Guerra dei figli di Troia Berlusconi appare e vuol fare l'ingenuo. La soluzione diceva un mio eccellente professore di geometria perché il punto esca dal cerchio (o dall'accerchiamento) e che esca dal piano, in cui sta (aggiungiamo noi a Berlusconi).

         La partita che Berlusconi gioca in Italia perdendo è parte di una guerra che si svolge su tutto il mondo con esiti più favorevoli ai pagani, liberali, borghesi, protestanti, occidentali. Combattere in proprio solo in Italia vuol dire perdere, collegarsi passivamente idem stessa cosa.

         Questo fa ora Berlusconi cercando di ricavare che la sua soluzione si ottenga solo dalla adesione al Partito Popolare Europeo quando nessun Italiano lo può aiutare perché lui ha rifiutato l'aiuto degli Italiani perché ha un partito che non ha nulla di democratico pur essendo cristiano (cioè una tradizionale Democrazia Cristiana). Per uscire dal cerchio bisogna uscire dal piano inclinato in cui hanno messo Berlusconi.

         Ma le costa così molto fare una conferenza stampa a Londra, una a Parigi, una a Bruxelles una a Bonn per dire le cose che dice qui di fronte ai figli di Troia di cui s'è detto che se ne infischiano in patria tanto tutti lo sanno quello che sono e di fronte al ?popolo che lui ha fatto fuori e non lo può aiutare???

         Ha senso che Berlusconi pronunci i suoi lamenti dalle sue televisioni occupate e che ha fatto occupare dai comunisti, indicando debolezza o credere che gli Italiani siano stupidi secondo lo schema cristiano - comunista.

         Oppure che le sue lamentele vengano presentate con pietà dalla televisione del regime che gli toglie le parole e mette delle ragazzine a dire le parole che si vuole mettere in bocca a Berlusconi tagliando le altre. Non c'è neanche libertà di parola altro che chiacchiere e proteste a vanvera. Vogliamo chiedere l'aiuto europeo e del mondo perché un mostro s'aggira sull'Europa, preminentemente in Italia e poi in tutto il mondo e finiamo con quella finta che va tutto bene, eccetto piccole cose. Dopo la libertà, il benessere, il futuro dei figli che cosa possiamo perdere ancora.

         Forse non lo vede che l'attacco è alla vita per accettare la schiavitù, quello che essendo fatto dei comunisti non sarà certo denunciata da loro. Facciamo l'organizzazione delle forze liberali dovunque siano perché la libertà non difesa si perde.

                                                                                       *Prof?. "Un. La Sapienza" Roma

 

 

 

LIBERALI E MEDIA

Marcello Pili

(L'Opinione 31.07.97)

20

 

         Sembrerebbe che continuamente dire che gli altri barano nell'informazione possa non essere un argomento forte.

         La spiegazione scientifica del fatto che abbondano le notizie false sta nel fatto che tutto riguarda il concetto di vitale e mortale e che la politica è scontro tra due componenti che abbiamo detto laico - liberali - pagane - protestanti e comuniste - monoteiste che ciascuna indica per vitali le proprie scelte.

         Siccome la vita è una condizione molto rara (nell'universo), essa è possibile se esistono contemporaneamente moltissime condizioni.

         Ciò fa si che l'insieme di definizione della vita è un insieme piccolissimo tendente allo zero, mentre l'insieme della morte è l'insieme di tutte le cose che capitano.

         Questo spiega perché la gran parte degli argomenti che dicono di sostenere la vita non sono veri e invece i discorsi veri a difesa della vita siano "sempre e solo quelli", con la leggera flessibilità dell'adattamento evoluzionistico. Nella politica vediamo che le religioni monoteiste e i comunisti hanno argomentato una teoria della vita nel mondo piena di condizioni che per non essere vere sono mortali.

         L'argomentare continuamente di quel bene facile facile che noi non vediamo (il sol dell'avvenire); l'evidenza dell'inquinamento della società "capitalistica" che "distrugge" la vita in città, e guarda caso la colpa di tutto è la macchina, l'industria, le autostrade che ci hanno dato il benessere e che sono invece le fonti vere della vita.

         Per intasare il traffico di una città non ci vuole niente. Basta usare un concetto non vitale spacciandolo per vitale e il gioco è fatto.

         Mettiamo che qualcuno dica che i semafori sono capitalistici e li combatta, il casino del traffico è assicurato, così lo stolto può dire che la nostra è "una società di merda" (che però gli riempie la pancia e che fa dire agli stolti queste stupidaggini), che la città è "invivibile" e come è bella la campagna (dopo aver mangiato del benessere dello sporco capitalismo).

         Un modo per intasare il traffico è quello in atto di boicottare le autostrade con motivi ideologici o ecologisti, che sono fesserie comunque.

         In Italia le autostrade sono state fermate nel 1973 con la scusa della crisi petrolifera e la necessità - diceva Berlinguer, Enrico - di un nuovo modello di sviluppo.

         Conclusione: se quello di prima era vitale il "nuovo modello di sviluppo" è mortale ed è così la morte.

         Senza autostrade, strade, infrastrutture, si strangola l'economia e? la vita, e l'unica cosa che non si può accettare è che qualcuno si permetta di dire "il capitalismo è marcio". Marcio è in testa chi impedisce lo sviluppo, lo sviluppo delle autostrade, proponendo magari un dilemma gomma - ferro il cui alto valore simbolico ricorda che i consigli d'amministrazione delle gomme sono capitalisti, ed i consigli d'amministrazione del ferro - ferrovie sono comunisti, quindi non inquinanti.

         Che senso ha spendere cifre spaventose per l'alta velocità delle Ferrovie quando il biglietto in treno costa più del volo aereo? Le argomentazioni portate a favore sono abbondanti e hanno l'unico difetto di essere false. Perché tante cose siano false in confronto alle vere che sono poche dipende dal fatto che le vere sono vitali e sono poche, quelle giuste, le altre sono tutte false, fesserie insomma.

         Avete mai passato una notte vicino ad una ferrovia per apprezzare quanto è ecologica?!!

         Si propone di bloccare il traffico su gomma ma guai a toccare il Soviet granoso delle Ferrovie Spa.

         Negli argomenti correnti, ormai solo tutti falsi, le tesi ecologiste sono sostenute da ragazzotti di buona parlantina, di quelli che non tossiscono quando dicono fesserie, che hanno insomma l'elettroencefalogramma piatto, e come l'ameba sanno ciò che rende a loro e ciò che no.

?

         Quindi l'equazione: ciò che rende loro è ecologico. Così si sviluppa il tumore ecologico (falsamente vitale) i cui esempi sono le mancate potature degli alberi a Roma con schianti invernali di alberi sulle macchine, o la distribuzione di serpi e vipere dove non c'erano (per evitare l'estinzione del falco pellegrino s'intende!!!), così l'ecologismo è a rischio di morte per famiglie con bambini che vivrebbero altrimenti la natura, anche il sabato e la domenica.

         Recentemente ho sentito uno che diceva "non esito a dire che sacrificherei l'uomo per la natura".

         Questo in effetti andrebbe reinserito nella scala degli Asini da cui proviene.

         Non si è capito perché l'ecologia non sia materia di dibattito di professori universitari comunque e non invece di quelli sproloquianti che non hanno mai finito l'università e hanno visto solo il buon stipendio ecologista.

         Vi ricordate il buco dell'ozono? Il riscaldamento del pianeta, l'avanzamento dei deserti?

         Tutte fesserie, però ben congegna?te da chi ovviamente ha occhio per il partito monoteista - comunista e che avendo capito tutto in fretta non si deve perdere a finire l'università.

         Ben congegnate dicevo: l'origine di tutto sarebbe l'anidride carbonica (detta anche C02), che viene prodotta dalle macchine, che danno benessere, quindi il benessere è peccato.

         Questa è la parola dell'ecologista - fuoricorso fisso.

         Come era meglio la società di soli contadini, o meglio di schiavi della terra (più uno è schiavo meno è consumista e più può pensare alla vita futura, data quella terrena non molto buona). Poi questa società così ecologica, così spesso visitata dalla candeggina naturale che si può chiamare la morte, andava a riempire le chiese e tutti erano felici, eccetto gli interessati.

         Nessuno di voi ha pensato che bruciando petrolio, come prima bruciando la legna, si rimanda nell'aria quella anidride carbonica che era già prima nell'aria e che l'attività delle piante ha fissato nei tronchi e quindi nel petrolio.

         Se noi mandiamo nell'aria l'anidride carbonica che già c'era che catastrofe vogliamo fare?!!! La catastrofe in realtà c'è ed è quella della nostra vita e quella dei? nostri figli, perché gente pazza vuole distruggere il benessere e distruggere la vita, perché ha scoperto che può vivere uccidendo i suoi simili, così come i primi uomini hanno appreso dalla loro intelligenza con sconcerto che erano venuti alla vita per uccidere i loro simili.

         Il dramma dell'uomo nel sentirsi bestia è rimasto testimoniato nei primi documenti letterari del mondo: l'Iliade e la Tragedia greca.

         Oggi chi vuole fare carriera uccidendo gli altri è una bestia sopravvissuta ben inserita, anche se si limita ad indicare una cosa non vitale (mortale), e fare perché sia fatta, al posto di una vitale.

         L'uomo, per uscire dalla condizione di bestia che lo obbligava ad uccidere un altro uomo per mangiare le risorse date fisse dalla natura e insufficienti per l'eccesso di natalità, ha dovuto aiutare la natura a produrre quei beni di cui lui- uomo aveva bisogno e ha prodotto i beni con regole precise che danno il massimo di benessere, che è l'economia.

         Come chi vi vuole far andare oltre dopo essere arrivati in cima al palazzo (massimo produttivo dell'economia), egli vi vuole buttare giù o far cadere giù da soli.

                           ?                                                                                  Marcello Pili

 

 

IL FLAUTO MAGICO DELL'ASSISTENZIALISMO CONTRO CUI DEVONO COMBATTERE I VERI LIBERALI

Marcello Pili

(L'Opinione 07.01.94)

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         NICCOLO' MACHIAVELLI (recentemente è stato citato a proposito!) non ha avuto alcun successo con i suoi contemporanei, se è vero che viene citato da Biagio Buonaccorsi con sufficienza ed ironia, come uno "che va in giro sprovveduto di tutto, ma presto gli arriverà la berretta di velluto" e poi "Havete tanta fermezza che non vi basta una hora ad stare in uno proposito" e che continua: "Et qui è ferma oppinione che il Papa voglia levarselo presto dinanzi".

         La ragione di quello scarsissimo successo è dovuta al fatto che già allora era chiaro che le cose non erano più quelle interpretabili con il suo Principe, opera retorica, ottenuta dalla decantazione della cultura classica.

         In realtà, dalla caduta dell'Impero romano, le cose non hanno più seguito il corso analizzato dai classici, dove Roma era per Polibio l'incarnazione del buon governo, colla divisione dei poteri fra popolo, Senato e militari ("tre erano gli organi dello stato che si spartivano l'autorità; il loro potere era così ben diviso"), divisione che solo volgarmente può essere attribuita a Montesquieu o a Rousseau.

         La divisione dei poteri, addirittura, era alla base della stabilità della Repubblica di Platone, e perciò non può essere certamente spacciata come la trovata teorica o il machiavello di stabilità degli stati moderni ed in particolare dell'Italia di oggi.

         L'analizzare una realtà diversa da quella classica è l'errore di Machiavelli e di alcuni intellettuali oggi. Questi intellettuali postulano l'esistenza di uno Stato ordinato democraticamente, basato appunto sulla suddivisione dei poteri, in cui il cittadino ha i suoi diritti contenuti in una Charta, etc, etc. Ma non è così.

         Quello che abbiamo oggi, nella realtà politica, è la mescola della cultura ellenistica con quella orientale (degli imperi preromani e della cultura della marginalità predesertica) che domina dalla caduta dell'Impero Romano. La frattura tra cultura dell'iniziativa e della costruzione della società e cultura della debolezza e della passività era stata alla base della costruzione di Roma, con la metafora di Romolo, che costruisce Roma avendo eliminato il fratello Remo, che incarnava la debolezza che è dentro di noi e le sue lusinghe.

         Per farla breve noi abbiamo una Roma, in tutto aderente all'Italia di oggi, costruita insieme da Romolo e Remo, dall'iniziativa di costruzione che viene ottusa dalla debolezza e dal culto dell'assistenza. La lettura liberaldemocratica è insufficiente e l'intellettuale propenso all'iniziativa è lamentoso di come sarebbe dovuto essere,  di come si è temporaneamente impediti a realizzare il mondo democratico e liberale , di come la velleità di comunisti e mammisti della Madre mediterranea annidati tra i cattolici siano inefficaci di per sé nel lungo periodo.

         Ciò è sbagliato: l'iniziativa toglie sì la debolezza, ma la mancanza di iniziativa, anche intellettuale, verso la passività e la debolezza, porta al prevalere della morte nella forma solo transitoria della debolezza.

         Questo è il punto: l'intellettuale pensa che esista una sola possibilità positiva e non fa quanto occorre perché l'iniziativa positiva prosperi. Subisce l'iniziativa dei professionisti della debolezza e ridicolmente, come Machiavelli, canta, nel coro della tragedia, che l'uomo ha il solo destino del bene.

         Ciò non è vero. La cultura liberale deve capire che non siamo in una situazione in cui tutti operano dentro una società liberale, ma siamo in una situazione in cui la società liberale non c'è ancora, nella forma che quasi non c'è più, perché una parte, che finge di essere liberale, opera per una società non liberale e per la dittatura e la povertà realmente, avvalendosi delle libertà liberali. I liberali devono capire questo: che non una società liberale funzionante essi hanno, ma una società in cui una parte si batte per la dittatura ed è volta alla sottomissione di tutti.

         La risposta deve essere quindi della attività fondante, che vuol dire lavoro e fatica e non opportunismi da logoro principe, come abbiamo positivamente sperimentato nel Risorgimento: impegno e lavoro e garanzia di fruire dei suoi frutti.

         Quest'ultimo nesso è fondamentale e per questo il comunismo ed il cattolicesimo combattono insieme contro di esso, bollandolo di consumismo: perché il godimento dei suoi frutti è la base del lavoro. La pesantezza finale, gli alti tassi di interesse, il cattivo mercato delle abitazioni, sono invece gli strumenti con i quali il frutto del lavoro viene ridotto a un livello misero. Questa è poi la reale base per il suono del flauto   magico dell'assistenzialismo e della debolezza a tutto il popolo italiano. Questo è il senso della proposta di un governo Pds, Ppi, Lega.

         Solo dobbiamo dire ancora che, non avendo ripristinato il sistema liberale, cioè quello in cui il cittadino beneficia del frutto del suo lavoro senza rapine, molte persone oggi possono essere disorientate. Ma la strada è quella detta e va percorsa, perché non ce n'è altra e bisogna dare una risposta effettiva e liberale, anche alle giuste aspettative delle attive popolazioni del Nord che votano Lega.

                                                                         *Università di Roma "La Sapienza"

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