Economia

MARCELLO PILI

I SEGRETI DELL’ECONOMIA
(INTRODUZIONE ALL’ECONOMIA POLITICA e testo di base PER STUDENTI UNIVERSITARI, IMPRENDITORI, STUDENTI)


Edizioni La Sfinge


La sfinge rappresenta il rapporto con la natura che l’uomo incontra quando vuole sapere e conoscere. La natura si presenta Enigmatica e l’uomo la deve interrogare e darsi le risposte con la scienza e con la logica. L’economia è materia di falsificazione perché tramite essa si può costruire dominio. La falsificazione è a difesa di chi il dominio gestisce contro gli interessi di tutti. Verità e benessere sono la base dell’economia vera, mentre la falsità e la credenza per fede danno povertà, e problematica sociale creata ad arte.

Marcello Pili è Docente all’Università La Sapienza di Roma. Autore di numerosi articoli scientifici. Si occupa dei rapporti tra sviluppo parziale e generale dell’economia. E’ esperto di questioni finanziarie, nazionali e internazionali.

 

“Per Ashnan edificarono una casa;
Di un aratro e di un giogo le fecero dono.
Lahar nel suo ovile
E’ un pastore che incrementa i prodotti dell’ovile.
Ashnan in mezzo ai raccolti
E’ una vergine amabile e generosa.
L’abbondanza che viene dal cielo
Lahar e Ashnan la fanno comparire sulla terra;
Alla società essi arrecano l’abbondanza;
Al paese essi arrecano il soffio di vita;
Essi fanno eseguire le leggi degli dei;
Moltiplicano il contenuto dei magazzini;
Riempiono i granai da scoppiare.”
(Tavoletta Sumer)

 

(La scoperta dell’Agricoltura viene trattata in maniera sacrale data la grande importanza economica e del benessere che essa ha dato: tavoletta sumer di 4.500 anni fa; Ashnan rappresenta l’agricoltura e Lahar l’allevamento del bestiame.)

SOMMARIO

 

I Segreti dell’economia

 

Parte I            Lo sviluppo economico della società degli uomini 

Capitolo I         Le origini

Parte II           La Teoria economica

Capitolo II       Le ipotesi di funzionamento

Capitolo III      La produzione

Capitolo IV      I settori produttivi

Capitolo V       Ricerche, Avanzamento

Capitolo VI      Il ruolo storico, giuridico ed economico dello Stato

Capitolo VII     Letture di storia e dell’economia molto antica

 

INDICE 

 

I segreti dell’economia                                                  

Introduzione                                                                                               

Parte I – Lo sviluppo economico della società degli uomini

Capitolo I - Le origini                                                                                         

I.1 I Primordi                                                                                        

I.2 L’origine del mercato. Il commercio internazionale.

La divisione del lavoro                                                                         

I.3 L’origine della moneta                                                                    

I.4 Il tempo odierno                                                                              

Parte II – La teoria economia                                                         

Capitolo II - Le ipotesi di funzionamento                                                           

II.1 Le utilità                                                                                       

II.2 I prezzi                                                                                            

II.3 I costi                                                                                             

II.4 Lo schema generale di domanda e offerta                                        

Capitolo III – La produzione                                                                               

III.1 La produzione in monopolio                                                         

III.2 La funzione di produzione: inutilità del concetto                         

III.3 La influenza della concorrenza sui costi e sui prezzi secolari      

III.3.1 L’andamento della curva dei costi non più a U ma orizzontale 

III.4 Esercizi                                                                                        

III.5 E’ facile fare impresa? E’ facile fare l’imprenditorialità giovanile?                                          

Capitolo IV – I settori produttivi.      Riservato                    

IV.1 Il settore industriale (I settore)                                                    

IV.2 Il settore agricolo (II settore)                                                        

IV.2.1 Il settore agricolo oggi.                                                              

IV.3 L’economia dei tre settori produttivi e dello Stato                      

IV.4 Conclusioni                                                                                    

Capitolo V – Ricerche. Avanzamento. Il sistema monetario                              

V.1 Cos’è il sistema monetario?                                                           

V.1.1 Variazione recente del valore dell’oro                                        

V.1.2 Inconvertibilità del Dollaro e mercato dell’Eurodollaro             

V.1.3 La stabilità della moneta e dei sistemi monetari                        

V.1.4 Cos’è l’offerta endogena della moneta?                                                        

V.1.5 Il controllo dell’inflazione                                                            

V.1.6 La teoria dei prezzi                                                                      

V.2.1 La moneta, il risparmio e l’investimento                                                       

V.2.2 Documentazione storica della conoscenza economica                                   

Capitolo VI - Il ruolo storico, giuridico ed economico dello Stato                     

VI. 1 Il ruolo storico                                                                              

VI.2 Il ruolo giuridico                                                                            

VI.3 Il ruolo economico                                                                        

VI.4 Cos’è il capitalismo?                                                                     

VI.5 Avvertenza                                                                                    

Capitolo VII - Letture di storia e dell’economia molto antica                           

VII.1 Attività industriali in Europa dal Medioevo alla

“Intensificazione industriale”                                                               

VII.2 Moneta e finanze nelle tavolette di argilla Mesopotamiche

(4500 anni fa)                                                                                         

VII.3 L’origine dell’economia nella Persia arcaica                              

VII.4 Economia Antica in Attica                                                           

VII.5 L’origine della città in Platone                                                    

 

 

Introduzione

 

Il primo segreto che ognuno, studente o imprenditore, o negoziante o curioso, deve sapere è che l’economia è materia di sofisticazione e di alterazione del sapere per fini politici e per garantire una società illiberale anziché una società liberale.

Tenendo presente questa premessa in questo libro verrà fatta una analisi storica della generazione conoscitiva dei contenuti della materia indicata come economia e contemporaneamente alla esposizione storica verrà fatta la critica dei punti più importanti e vedere così come le conoscenze generate vengono poi manipolate per ottenere un punto di vista favorevole o sfavorevole ad un modello dell’economia liberale.

 Fatta questa premessa di ordine generale il corso parte da una attenta storia delle origini della disciplina che non sono per niente recenti.

Tra i testi classici (Greci) ci sono L’economico di Senofonte, L’economia di Aristotele, mentre una grande quantità di testi di economia e diritto è ricavabile dalle tavolette incise in cuneiforme (circa 30.000) e ritrovate a Ebla in Siria dalla missione italiana dell’Università “La Sapienza” di Roma che ha studiato con risultati interessantissimi la città di Ebla e una civiltà fiorente di ricchezza e commerci basata sulla grande città, di circa 5.000 anni fa.

Questi testi, contratti di vendita, cessione di tributi, matrimoni con relative transazioni economiche equivalenti alla dote, trattati tra stati e città, sono incisi nelle tavolette di argilla ritrovate negli scavi di Ebla e tradotti dal cuneiforme dagli esperti, e nelle tavolette Sumer conosciute e tradotte da tempo.

Queste premesse antiche mettono in evidenza che l’economia non è scienza recente ma accompagna la storia dello sviluppo della vita umana, della sua capacità di provvedersi via via maggiori mezzi di sussistenza, che ovviamente derivano dalla capacità progressivamente acquisita di governare il modo di produrre questi mezzi di sussistenza che sono i beni economici.

Quindi la conoscenza economica nasce con lo sviluppo umano che corrisponde alla maggiore possibilità di disporre di beni in abbondanza.

Tale conoscenza economica non diventava un testo dei criteri corrispondenti ai modi di produzione perché addirittura questi modi di produzione precedono la scoperta della scrittura e la conoscenza tramandata dei modi di produrre, e la conoscenza stessa dei modi di produzione era il primo testo di economia (non scritto) conservato nella pratica dei processi produttivi e nell’esperienza di fare, oltre che nella tradizione orale.

Con la scoperta della scrittura molte di queste funzioni vennero trascritte nella forma di contratti di transazione tra stati, di rapporti di pagamento dei tributi e dei trattati con gli stati esteri che avevano anche il contenuto economico relativo alla costituzione di buoni rapporti e quindi di scambi commerciali (Tavolette Sumer e Babilonesi).

Non era sempre nettamente evidenziata la natura speciale dell’economia perché la “produzione” era ancora mescolata alla “predazione” e quindi i fatti economici erano mescolati ai problemi della guerra e i testi riportano infatti queste due faccende integrate e non sempre separate.

Solo dopo altro tempo, quando si è potuto distinguere tra il contributo dell’economia e quello della guerra e della stabilità dello Stato, si è incominciato a studiare specificamente le leggi dell’economia, distinte da quelle della stabilità dello Stato di ordine militare e degli ordinamenti, consentendo di avere una descrizione degli elementi di benessere dell’uomo in elementi componenti quali: dottrina dello Stato, la difesa dello Stato, il modo di produrre il benessere economico o materiale.

Evidente che il benessere dei cittadini è dipendente da come questi tre elementi possono sviluppare i loro migliori benefici.

Se una grande capacità di produrre beni non è garantita da una capacità militare di difesa e da una buona organizzazione dello Stato, questo benessere potenziale viene sprecato, perché con rapine e distruzioni e disarmonia dello Stato si disincentiva lo sviluppo dell’economia dato che manca la possibilità di beneficiare di questi beni; cioè se si toglie il principale incentivo alla produzione economica che è la possibilità di godere o di fruire di questi beni e del relativo benessere non si fa nessuna economia.

Ciò è quello che succedeva generalmente per esempio 5.000 anni fa quando l’uomo cercava la forma di organizzazione più adatta al suo benessere e ha sviluppato i suoi sistemi di difesa e militari, i suoi modi di organizzare lo Stato nelle forme che poi sono state classificate in Monarchia o Tirannidi, Aristocrazie o Oligarchie e democrazie o gestioni demagogiche, e ha ordinato i modi di produzione che essendo principalmente legati all’industria e alla agricoltura si sono trasmessi come modo tecnico di produrre i beni nell’industria e in agricoltura e incorporati in osservazioni economiche contenute nelle tavolette Sumer nella forma sacrale data l’importanza di benessere raggiunto tramite queste conoscenze.

La superiorità della coltivazione rispetto alla caccia e alla predazione è una evidenza economica che determina la scelta della coltivazione e dello sviluppo dell’agricoltura. Quindi lo sviluppo dell’agricoltura è la prova che la scelta economica precedente è stata fatta anche se si tramanda solo che l’agricoltura è migliore e semplicemente si fa solamente questa produzione (ci sono però tracce di questa che viene considerata ottima scelta nelle tavolette Sumer).

Lo sviluppo dell’agricoltura ha determinato il maggiore sviluppo delle popolazioni e delle civiltà localizzate su buone terre fertili come per esempio la Mesopotamia e la valle del Nilo che risultano le terre più fertili in area di clima temperato. Queste terre erano quelle dove l’uomo si poteva impiantare con il minimo di dotazione quali capanne di frasche o di argilla e quindi sono le prime a svilupparsi.

Dopo che il relativo benessere dovuto alla introduzione delle coltivazioni, principalmente del grano e poi della frutta, ha dato una maggiore disponibilità di beni si è potuto dedicarne una maggiore quantità alla costruzione di abitazioni più complesse e più soddisfacenti con ciò consentendo di superare la difficoltà di climi più freddi.

Questo passo è fondamentale per il passaggio dallo sviluppo dalle zone temperate d’origine alle zone più fredde perché queste ultime erano più fertili, con maggiore disponibilità di acqua, e nello scambio tra sole e acqua (più sole e meno acqua nelle zone temperate-calde e meno sole e più acqua nelle zone temperate fredde) il risultato economicamente vantaggioso è quello di meno sole e più acqua, che è più produttivo di grano e di erba abbondante per il bestiame.

Con queste conoscenze le migrazioni verso l’ovest europeo da Mesopotamia e Nilo, oppure semplicemente la migrazione delle conoscenze della tecnica agricola, hanno sviluppato le popolazioni precedentemente installate in Italia e in Grecia che fino ad allora vivevano di caccia, senza grande sviluppo.

Con lo sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento regolare del bestiame (pastorizia) lo sviluppo umano risulta molto rilevante in Italia e in Grecia; in Italia sia per le colonie Greche che per le popolazioni italiche precedentemente installatesi.

Con queste osservazioni siamo arrivati quindi al periodo storico della nascita di Roma in Italia e dello sviluppo della cultura classica ed Ellenistica in Grecia, che tanto contributo hanno dato alla definizione dello Stato e della bontà dello stato basato sulla libertà dei cittadini rispetto a quello basato sulla tirannide che era la norma fino a quel punto della storia.

A questo punto era abbastanza sviluppata la tecnica militare della difesa, la conoscenza dei sistemi di produzione agricola e dell’allevamento, e quindi era necessario procedere nella definizione dello Stato più adatto a dare un maggiore benessere con i buoni apporti dell’economia già raggiunti (agricoltura, industria, e miniere) e della buona difesa.

In questo periodo nascono le più importanti elaborazioni della teoria dello Stato rappresentate con la Repubblica di Platone, che traeva le conclusioni delle forme dello Stato già sperimentate fino allora e che faceva balenare la preferenza per la Costituzione che garantiva la maggiore libertà dei cittadini e quindi la preferenza per la democrazia degli uomini liberi, e diretta da uomini sapienti.

Questa elaborazione è quella che poi da Atene classica ed ellenistica si trasmette a tutto il mondo.

Già da prima però una importante componente dell’economia si sviluppava: il commercio.

Se l’agricoltura e le miniere erano legate alla presenza del territorio adeguato dentro lo Stato, l’unico modo di provvedersi di prodotti necessari e non ritrovabili dentro il territorio dello Stato era quello del commercio e dell’industria propria.

La estrema necessità del commercio per provvedersi di tutti quei beni necessari che non era possibile produrre all’interno è stata la causa che ha agevolato in tutti i modi il commercio in epoca antica, e contemporaneamente ai primi ritrovamenti della società organizzata (Ebla 5.000 anni fa) questo era già molto sviluppato.

Questa estrema necessità del commercio non è però condizione sufficiente per lo sviluppo del commercio stesso. Ciò che rende il commercio possibile oltre che necessario è il grande vantaggio dell’esercizio del commercio, cioè i suoi guadagni enormi in confronto ai guadagni del lavoro agricolo o delle miniere. (Ai tempi dei Fenici era di 30 volte il capitale impiegato)

Questi enormi guadagni hanno spinto popolazioni audaci a specializzarsi in queste attività altamente redditizie già dall’antichità.

Già da 3.200 anni fa, cioè ai tempi della guerra di Troia, il Mediterraneo era pieno di empori commerciali dei Fenici, che avevano empori in tutto il Nord Africa, il Medio Oriente, Sicilia, Sardegna e Spagna.

L’emporio di Cadice in Spagna era addirittura fuori del Mediterraneo (Atlantico) e i Fenici commerciavano lo stagno con gli Inglesi (le popolazioni celtiche di allora).

Questi enormi guadagni derivavano dal fatto che nel mondo di allora rappresentato dai territori che si affacciavano al Mediterraneo e del Medio Oriente i prezzi dei beni agricoli e dei metalli si formavano a seconda dell’abbondanza e della facilità di produzione e all’incontrario a seconda della scarsità e della difficoltà della produzione e della loro utilità alta.

Questa regola dei prezzi che si formano alti in proporzione alla scarsità e bassi in proporzione alla abbondanza non è una caratteristica dell’antichità ma è la condizione normale di funzionamento dell’economia ed è quindi una legge economica.

In virtù di questo fatto, lungo le coste del Mediterraneo si avevano prezzi diversissimi per molti prodotti ed in particolare per prodotti di maggior pregio quali i metalli, cari perché scarsi e molto utili in quasi in tutti i luoghi, e meno cari dove venivano prodotti. Così comprare i metalli, rame e stagno, poi ferro, e oro, e trasportarli verso i popoli che non li producevano per venderli magari lavorati ricavandone prezzi molto alti era un’attività molto proficua che si è sviluppata moltissimo già dall’antichità.

 L’importanza del commercio è ciò per cui, al di là della guerra, gli stati cercavano di stabilire trattati di buon vicinato e di alleanza, dando dei lasciapassare ai mercanti e stabilendo anche delle leggi e regolamenti per definire le controversie commerciali.

Cogliendo i vantaggi dei diversi prezzi degli stessi beni in luoghi diversi, cioè comprando dove i beni costavano poco e vendendoli dove erano cari si otteneva un vantaggio per il commerciante che guadagnava la differenza, un vantaggio per il primo venditore che vendeva un prodotto abbondante altrimenti difficile da vendere e un vantaggio per l’acquirente che trovava un bene altrimenti difficile da trovare se non più caro.

Il risultato del commercio sarà poi un prezzo più basso dove si vendeva caro e un prezzo più alto dove si comprava a basso prezzo, tendendo così il commercio a livellare i prezzi dei beni nei vari luoghi con vantaggio di tutti e a beneficiare tutti.

Se i prezzi dei beni hanno oggi quasi lo stesso livello dovunque è perché lo sviluppo del commercio tra economie è tanto e tale che i prezzi sono praticamente livellati, anche perché il costo del trasporto che rappresenta il differenziale irriducibile di prezzo è bassissimo data l’efficienza dei servizi del commercio e dei trasporti che comporta bassi costi.

La condizione che migliora lo sviluppo del commercio e lo rende massimo è lo sviluppo all’interno di uno stesso sistema di garanzie giuridiche certe che diventano garanzia del commercio.

Ciò avviene quando uno stato o un impero racchiude una quantità di territorio elevata come è avvenuto nell’antichità con l’Impero Romano. In questo caso tutto il commercio che prima era commercio estero e soggetto ai condizionamenti, ai rischi e ai pericoli della guerra, ora diventa commercio interno allo stato e all’Impero e perciò diventa stabile, duraturo e perciò più benefico e proficuo.

Con l’Impero Romano si è ottenuta di fatto un’area di libero scambio, producendo offerta abbondante di beni, la divisione del lavoro e della produzione nei territori più produttivi, col risultato di avere la maggiore quantità di beni disponibili e i prezzi più bassi, anche per la concorrenza tra una quantità di produttori maggiore nel mercato più ampio.

Questa situazione che nell’antichità si è verificata principalmente nell’Impero Romano dando un livello di benessere al mondo mai raggiunto prima di allora si trova ora in Europa col mercato comune europeo che anche senza unificare gli stati ha consentito una comune normativa di commercio basata sul libero scambio e comune normativa giuridica, per cui si ottiene una situazione per il commercio uguale a quella dell’Impero Romano, che era di libero scambio essa stessa e di uguale normativa del diritto.

Lo sviluppo oggi dell’area di libero scambio in Europa si riferisce alla stessa area coperta dall’Impero Romano, dato che i confini verso i paesi dell’est europeo di oggi sono praticamente gli stessi dell’Impero Romano.

Con ciò abbiamo delineato brevemente il corso dello sviluppo economico dall’inizio della Storia ad oggi badando ai fatti grossi già detti, mentre d’ora innanzi si baderà oltre che ai fatti grossi anche a quelli minori e a tutti quegli strumenti necessari per capire come questi fatti economici grandi e piccoli si determinano e perché.

Ci sentiamo di usare come definizione dell’Economia e del lavoro dell’Economista quella data da Adamo Smith nella sua opera che risulta la prima del periodo moderno e sufficientemente analitica e sistematica.

Tale opera come  anche la definizione dell’economia si intitola: “Ricerca sopra le origini e le cause della ricchezza delle nazioni”. Questo titolo ben rappresenta l’obiettivo e il limite della disciplina che si chiama economia e che in questo nostro libro sarà sviluppata.

Il libro di Adamo Smith è comunemente inteso come il primo dei trattati moderni, cosa su cui concordiamo, ma non è certamente il primo libro di economia. Gli scritti di economia precedenti sono molti ma la disciplina fino al ‘500 aveva poca possibilità di svilupparsi perchè c'era un contesto anche della religione cristiana contraria all’economia e al benessere umano.

Solo dopo il ‘500 con lo sviluppo della riforma religiosa e la voglia di provvedere un miglioramento del benessere dei cittadini, che era caduto spaventosamente nel Medio Evo dopo la caduta dell’Impero Romano, sono ripresi gli studi e le elaborazioni sia sulla religione, col protestantesimo, sia sull’economia come teoria del benessere che facesse a meno della guerra come teoria dell’arricchimento che non portava vantaggio economico se non a danno di altri.

Lo sviluppo di una teoria del benessere che non facesse capo alla conquista e alla guerra, ma che desse i criteri dello sviluppo delle nazioni in condizioni di pace, era la necessità che avevano le nazioni che erano divenute protestanti e l’Inghilterra che con lo scisma anglicano aveva bisogno di svilupparsi in maniera indipendente dalla situazione del resto dell’Europa, fino là totalmente condizionata negativamente quanto allo sviluppo economico della chiesa cristiana.

La necessità di sviluppare l’economia inglese per sfuggire ai condizionamenti della chiesa cattolica e nel principio di libertà che serviva per tenere lontana la stessa chiesa e difendere la scelta di differente interpretazione religiosa, che comportava diverse conseguenze di benessere perché i protestanti accettavano l’economia come non peccato, ha portato in tutta Europa la riscoperta e lo studio del periodo classico, Romano e Greco, e sull’onda di quel recupero storico, ideologico, e lo studio dei testi, si è avviato quel processo conoscitivo dell’economia e l’applicazione allo sviluppo da cui è sorto lo sviluppo dell’epoca moderna.

Così si può pensare che la modernità sia la prosecuzione dello sviluppo del periodo classico, che si era fermato per il lungo periodo del Medio Evo e per la cattiva influenza della chiesa cristiana sulla iniziativa umana verso il benessere, che i cristiani bollavano ideologicamente col negativo di indicarle come “cose terrene” (mentre la povertà “portava in paradiso”!).

I modi con cui produrre il benessere delle nazioni è quindi l’argomento di studio dell’economia.

Tale corpo finale di nozioni e postulati non è cosa molto facile e omogenea ma, come nella costruzione di un organismo, ogni singolo pezzo svolge una funzione da solo o insieme agli altri pezzi per cui nell’insieme si devono valutare i contributi dei singoli pezzi, e quindi è anche complessa.

Come il cuore, il sangue e le ossa, gli aspetti dell’economia si riferiscono a pezzi e funzioni diverse e con logiche a volta diverse che nell’insieme producono un organismo che potremo con semplicità chiamare “macchina del benessere”, oppure corpo di idee e comportamenti per il maggior benessere e lo sviluppo delle nazioni.

Di questo ci occuperemo nel nostro libro qui avanti.

In conclusione quindi l’Economia è scienza antica come la storia dell’uomo e già 5000 anni fa ci troviamo di fronte a società economicamente evolute e ricche.

La localizzazione di queste civiltà a forte sviluppo economico più antico in zone calde con fornitura naturale di acqua indica il ruolo che, a un certo punto dello sviluppo che fu agli inizi primordiali di sviluppo industriale (litico, dell’osso e del legno), ebbe l’agricoltura.

L’agricoltura quindi arriva come secondo settore, sviluppato dalla concomitanza delle condizioni naturali favorevoli del caldo e dell’acqua.

Queste basi e passaggi dalla prima industria e poi alla agricoltura e ai metalli portano direttamente all’età moderna che è collocata 5000 anni fa.

La buona conoscenza storica della generazione dell’economia comporta che così la metà della economia è già conosciuta. L’altra metà si ottiene integrando fenomeni e schemi semplici come quello di mercato e badando a non uscire dagli schemi semplici verso cose false o ideologiche. Tutto è però sempre riconducibile a cose semplici.

 

 

Parte I - LO SVILUPPO ECONOMICO DELLA SOCIETA’ DEGLI UOMINI

Capitolo I – Le origini.

  

I.1 I Primordi

 

L’uscita dell’uomo dalla condizione primordiale ha comportato il passaggio dalla natura ferale e quindi dalla vita di randagio e cacciatore a quella di essere stanziale e produttore e manufattore (trasformatore) dei beni necessari alla sua sopravvivenza.

Tale passaggio indica il superamento della fase in cui la natura era presa come vincolo per l’attività umana vivendo della caccia e cibandosi di questa come fa ogni animale ancora oggi e l’avvio verso la fase in cui l’uomo manipola la natura a proprio vantaggio, scoprendo una infinità di piccole modificazioni accessibili via via e più complesse progressivamente, che risultano capaci di dare una quantità di beni crescente e offrendo all’uomo una vita sempre più agevole e agiata.

La prima di queste scoperte è la ricerca di strumenti d’aiuto per la caccia: bastone, pietra, bastone appuntito o altro che hanno offerto valido strumento d’aiuto per la caccia.

Il passo successivo e fondamentale è quello in base al quale l’uomo adatta questi strumenti naturali al proprio fabbisogno prima con lavorazioni grezze quali lo scheggiamento delle pietre con altre pietre per fare mazze adatte alla caccia, punte di freccia o di lancia da mettere in cima ai bastoni appuntiti e poi alle stecche di canna o legno dopo l’invenzione dell’arco per fare le frecce adatte alla caccia di animali che scappano veloci.

Questa prima manipolazione degli strumenti naturalmente disponibili già cambia notevolmente la vita degli uomini rendendo la caccia molto più facile e offrendo con la scheggiatura di particolari pietre quali la selce e l’ossidiana impareggiabili strumenti di lavoro quali pugnali, lame, punte di freccia particolarmente micidiali (quali quelle di ossidiana, pietra nera vetrosa di origine vulcanica che deve la sua caratteristica di vetrosità al raffreddamento veloce della lava e produce schegge di varia forma e taglientissime.  Es. fig. 1)

                                                                      

- Punte di freccia e laminavetrosa per taglierina

-Lama di pseudo coltello e pugnale rudimentale in selce  

. 

Questi strumenti sono indicati come relativi al periodo della pietra scheggiata, detto anche paleolitico (cioè antica età della pietra).

Una notevole innovazione avviene quando l’uomo incomincia ad adattare i suoi strumenti oltre la scheggiatura e la lavorazione grossolana.

Siamo all’età della pietra lavorata, lavorata con altre pietre e per sfregamento producendo ora da qualunque tipo di pietra, non più solo ossidiana o selce, mazze ben forgiate in pietra, da innestare su bastoni in legno a incastro o legate con lacci di pelle.

Da quanto detto sopra deriva che la prima attività umana, e che caratterizza il passaggio dalla condizione ferale a quella umana nel senso che definisce tale passaggio quando si verifica questa condizione di manipolazione e produzione degli strumenti di lavoro e di caccia, è l’attività industriale. Infatti l’industria è definita come quella attività di manipolazione di materie prime disponibili in natura per trasformare in beni nella forma utile a un impiego diretto dell’uomo (in questo periodo, età della pietra, gli archeologi parlano di industria litica).

Quindi l’industria si sviluppa prima dell’agricoltura, e prima dell’agricoltura c’era la raccolta di frutta e di tuberi ma non la coltivazione, in parallelo con la caccia semplice, prima della scoperta di poter lavorare le pietre e i legni.

L’agricoltura si fa risalire al periodo della pietra lavorata che quindi consente una ampia fornitura di strumenti di lavoro in pietra quali punteruoli (aratro) per bucare la terra e seminare, avendo visto che il processo naturale della germinazione era quello e quindi dopo qualche esperimento venne ripetutamente praticato inventando l’agricoltura.

La selezione dei semi ha fatto il resto e così con la semplice coltura del grano o dell’orzo si poteva far fronte ai periodi della carenza di cibo e alla integrazione della dieta precedentemente di sola carne e frutta, ma non continua.

Ovviamente con la scoperta del fuoco avvenuta precedentemente si potevano ormai cuocere i cibi. La cottura è stata prodotta come fenomeno casuale quale l'incendio di un bosco che prendeva un animale e poi, visto che la carne era migliore, la cottura è stata ripetuta. Poi visto ancora che il fuoco su terreni argillosi lasciava sul terreno della terra indurita, che noi chiamiamo terracotta, essi capirono che potevano modellare l'argilla quando era bagnata, quindi lasciarla asciugare e cuocerla facendo strumenti di ogni genere quali pentole, boccali, lucerne, che poi venivano decorati con impressione nell'argilla fresca con stecchini a fare segni di pagliette o addirittura appoggiando alla argilla fresca tessuti di giunco, canne o altro, che lasciavano impressi i segni per decorazione.

L’attività di produzione di servizi si sviluppò conseguentemente perché il prodotto agricolo o quello della caccia doveva essere stivato, conservato o trasportato e cucinato.

Così dal tempo primordiale esiste l’attività industriale, quella agricola e quella dei servizi. Tale classificazione noi ancora la usiamo per classificare l’attività umana di produzione di beni e servizi che chiamiamo economia di una nazione.

Lo sviluppo di questi settori economici segue una strada evolutiva graduale e naturale. Primo, il produrre strumenti primordiali di caccia e pesca dà il primo sviluppo dell’industria. Secondo, la vicinanza di acqua in climi caldi suggerisce l’uso razionale  dei prodotti agricoli (grani, tuberi, frutti) e quindi lo sviluppo dell’agricoltura e l’economia stanziale. A queste due attività si aggiunge quella dei servizi per conservare, trasportare i prodotti e venderli, che rappresentano i servizi di base privati a cui si aggiungono quelli dei servizi dello Stato, che erano all’inizio quelli della corte del re o capo dell’orda e dell’esercito. Con questo settore dei servizi abbiamo la struttura odierna dell’economia in Industria, Agricoltura e Servizi, che funzionano con un mercato e cioè con produzioni per l’uso proprio o per lo scambio. In fondo a tutto il nostro ragionamento si potrebbe dire che il primo settore sia quello dei servizi (che poi riaffiora e si sviluppa) perché i servizi si rendono anche nelle società degli animali (servizi di cure familiari, difesa, preparazione del cibo, etc.).

 

 

I.2 L’origine del mercato. Il commercio internazionale e la divisione del lavoro.

 

L’origine del mercato è così pure immediata perchè la produzione agricola e la pastorizia hanno portato subito che il contadino poteva avere eccedenze agricole ed il pastore non poteva mangiarsi tutte le pecore mentre aveva bisogno del grano ed altri prodotti agricoli per integrare la dieta.

Dato che la divisione del lavoro tra chi coltivava principalmente e chi allevava principalmente era molto proficua perché consentiva un maggior prodotto per ciascuno, dovuto alle cure e alla specializzazione della capacità di seguire la produzione a buon fine, ben presto si smise di produrre ciascuno ciò che gli occorreva di ogni bene e si passò alla produzione divisa per categorie che consentivano una buona specializzazione e un prodotto molto più elevato (ciò si chiama divisione del lavoro; se abbiamo dei dubbi pensiamo a cosa costerebbe farci le scarpe da soli o fondere il ferro per fare un cacciavite ad es.).

Questa produzione specializzata e in eccesso dei propri fabbisogni, insieme alle eccedenze casuali di produzione, se esisteva una certa convivenza pacifica tra le popolazioni confinanti, ma anche in periodi di guerra, veniva portata ad un luogo comune dove con l’occasione di una gran festa (oggi fiere paesane) ognuno cercava di smerciare il bene di cui aveva eccedenza, prendendo beni per lui più utili che erano prodotti in eccesso da altri.

In particolare chi allevava bestiame, quando questo raggiungeva un certo sviluppo, era costretto a disfarsene altrimenti risultava impossibile continuare ad allevarlo per il gran consumo di erba che richiedeva il mantenerlo.

Per dare sbocco a queste eccedenze dell’allevamento vennero costituite in epoca antichissima luoghi di ritrovo annuale, con richiamo alle divinità della fertilità e della riproduzione e con feste di vari giorni, in cui avvenivano questi scambi di animali allevati nell’anno passato e di cui disfarsi a vantaggio dei contadini che per esempio avevano bisogno di questi animali per il lavoro dei campi, cavalli, buoi e asini, oppure capre e pecore da latte per uso personale o familiare, o animali per la carne.

In queste occasioni si svolgeva una gran quantità di affari, quali contratti di ogni genere, per pascoli, alleanze politiche, e discussioni sulla gestione degli affari più estesi oltre la tribù, e quindi i rapporti organizzativi tra tribù e affari nazionali in piccolo.

Per i prodotti industriali, altamente utili e di elevatissimo valore, è sorta subito la convenienza di commercio internazionale (che poteva pagare l’alto costo dei viaggi marittimi internazionali). Questo commercio ha riguardato l’ambra, l’oro, l’argento, il bronzo, poi le ceramiche votive ed altro, e dava guadagni fino a 30 volte il suo costo.

In sintesi nelle migrazioni dei primordi si faceva commercio primordiale tramite doni che i primi uomini si facevano per rendere meno pericolose le migrazioni e raccogliendo e scambiando via via i “doni” più desiderati. Tale fu l’ambra in antico (molto antico), poi la dotazione di ossidiana e sale, che accompagnavano l’orda selvaggia come dotazione del gruppo e così, mediante l’opportunità dei doni per rendere la migrazione meno pericolosa, incominciarono i primi scambi internazionali, nel senso di scambi tra orde migranti.

Si consolidò lo scambio in Europa tra l’ambra portata dalle popolazioni del Nord col sale e l’ossidiana portati dalle popolazioni provenienti dal Sud.

Questa base di scambio di doni atti a salvare l’orda dalle stragi inutili e pericolose dava origine alla raccolta di beni di alta utilità quali l’ambra, l’ossidiana, la selce e il sale che venivano trasportati con l’orda, e poi con vere e proprie spedizioni mercantili per mare già in età neolitica.

Il commercio internazionale arcaico comporta la primissima divisione del lavoro che poi prosegue nel neolitico col commercio di prodotti industriali e agricoli. Chi ha dei dubbi sulla importanza della divisione del lavoro che potenzia l’economia pensi di fabbricarsi le scarpe da solo, una lavatrice o  un’automobile o un aereo!

(Gli archeologi parlano bene e appropriatamente di industria litica per il periodo primordiale e di commercio internazionale in epoca neolitica).

 

 

I.3 L’origine della moneta.

 

L’origine della moneta è interessantissima e graduale.

Nei mercati ognuno portava i beni da lui detenuti in eccesso e cercava un bene che gli fosse più utile da trarre in cambio. Ciò alla fine risultava quasi sempre possibile perché la fiera durava alcuni giorni e quindi c’era la possibilità di vedere e rivedere finchè le persone si accordavano a scambiare un bene contro altri in un rapporto per esempio di un cavallo per dieci pecore, o di 15 quintali di grano, che poteva essere un prezzo ritenuto adeguato e soddisfacente da tutti.

Così si incominciarono ad avere i primi valori delle merci, che erano nient’altro che le quantità di un bene che servivano per comprare un altro bene. Come abbiamo visto prima ad esempio 10 pecore per un cavallo che quindi era il valore del cavallo se scambiato con le pecore e 15 quintali di grano per un cavallo che era il valore del cavallo in termini di grano che era necessario per acquistarlo.

Così il valore era la quantità di un bene che era necessaria per acquistare una unità di un altro bene. (si dice prezzo se riferito alla moneta, si dice valore se riferito ad altra merce).

Ben presto si vide che cercare il bene esatto che serviva in cambio delle nostre eccedenze era un lavoro anche difficile; così, salvo qualcuno che trovava esattamente la cosa di cui aveva bisogno, gli altri cercavano qualche bene che comunque andasse bene o qualche bene che avrebbero più facilmente collocato ad altri anche in un momento successivo.

Ciò per evitare di rimanere con le eccedenze che richiedevano costi di custodia (grano) o di allevamento (pecore) o potevano deperire (frutta e vino).

A questo punto si andava al mercato con la premura di disfarsi delle eccedenze e, se non si trovava esattamente ciò che poteva essere utile che era però più raro, si accettava un bene che risultasse poi più facilmente conservabile (pecore ad esempio, o grano).

Ecco quindi che la moneta era stata inventata con quel bene più conservabile e che tutti accettavano in cambio per una maggiore utilità intrinseca (moneta merce).

Si aveva così presto che una merce fungeva da mezzo di scambio, cioè si scambiava agevolmente con tutti gli altri beni per la grande utilità e la non deperibilità dello stesso che garantiva che chiunque avrebbe poi gradito e preso questo bene in pagamento di ogni altro bene.

Questi beni, pecore e grano, sono state le prime monete usate, tanto che nella volgata ancora il denaro si chiama grano e la parola latina di moneta (pecunia) viene da pecus che vuol dire pecora, indicando che i Romani erano all’origine degli allevatori e pastori. Questo fatto portava una apparente contraddizione perché implicava che era più conveniente fare due scambi, uno della nostra eccedenza verso il bene usato come moneta e un altro tra questa merce-moneta e la successiva merce che ci serviva espressamente, piuttosto che uno perché questo uno era molto più difficile che la somma dei due.

Ad esempio si può portare il fatto che il primo scambio si poteva fare in una fiera e il secondo in un’altra, oppure uno scambio in un periodo e il secondo in un periodo successivo.

In entrambi i casi lo scambio unico sarebbe stato impossibile quindi due scambi erano vantaggiosi.

Questo girare per fiere, poi, ha portato a professionisti del commercio che disponendo di eccedenze facevano una continua trasformazione delle eccedenze in moneta e di questa in nuovi acquisti per cogliere vantaggi derivanti dalle differenze di prezzo tra una fiera e l’altra o tra la fiera di un periodo e quella successiva. Questo ultimo esempio del commerciante che acquista e vende alle fiere successive è esattamente ciò che succede alla Borsa Valori, dove chi dispone di una eccedenza di moneta compra titoli per venderli alla “fiera” successiva, cioè quando vuole perchè la fiera, cioè il mercato della Borsa, è aperta tutti i giorni.

La moneta poi da queste forme iniziali si evolve verso i metalli, che avevano tutte le caratteristiche della merce moneta quali la forte utilità e la non deperibilità, a cui aggiungevano la maggiore concentrazione di valore in una piccola quantità di metallo e l’utilità per una quantità ancora maggiore di persone.

Con la scoperta dei metalli quindi vennero usati questi quale merce-moneta delle transazioni, senza che il baratto tra singoli beni fosse escluso quando uno trovava esattamente quello che cercava.

I metalli servivano a tutti, perché rifusi fornivano punte di frecce, in rame o in bronzo, e tutti quegli utensili estremamente necessari che prima si facevano a fatica lavorando personalmente la pietra ed erano ora in metallo di forgia e di utilità molto maggiore perché più precisi.

Con poco metallo si facevano coltelli, pugnali, raschiatoi, ciotole, poi con più metallo asce e mazze, le fibbie, le spille, tutte cose di moltissima utilità di metallo che si possono vedere abbondanti nei musei archeologici di tutta l’Italia.

Dal metallo in genere si passa poi al metallo coniato, cioè segnato normalmente con figura dell’imperatore o del re o di altro segno di buon auspicio quale la spiga, la nave, il fabbro, la Minerva, il cavallo o altro, in cui il valore indicato dalla moneta era spesso maggiore di quello del metallo contenuto, evitando così di usare una quantità più grande di metalli per le transazioni e aumentando la concentrazione del valore di quel metallo coniato (Questa era l’utilità del conio).

A questo punto sorge la possibilità del conio falso perché è molto conveniente coniare i metalli, ma la repressione in epoca antica era molto pesante, e il costo del conio pure, per cui questo non risultava un problema rilevante.

La coniazione di metalli in moneta può risalire a circa 3.000 anni fa.

Ci sono monete Fenicie e Puniche e Romano Repubblicane in tutti i Musei.

Con questo stratagemma del conio e con l’uso di metalli preziosi quale l’oro e l’argento la mole del metallo da avere in cambio dei beni era sempre più ridotta e lo scambio in moneta-metallo sempre più gradito. L’oro in particolare era ambitissimo per il segno di molto valore che aveva, per la decorazione di cui si faceva uso e per il segno di potere e indirettamente segno solare che rappresentava.

L’oro quindi prese a diventare la moneta essenziale per gli scambi di rilevante valore e in particolare per pagamenti di merci o tributi tra stati, e con le genti straniere si scambiava solo contro metalli preziosi (Fenici).

La moneta aurea risultava quindi la moneta dei pagamenti internazionali e ciò dall’antichità fino ad oggi perché ci sono ancora oggi regolazioni internazionali in oro e sicuramente fino al 1971, anno in cui fu decretata la inconvertibilità del Dollaro americano che fino a quel punto era convertibile in oro al prezzo di 35$ per oncia troy di oro fino (di 31gr. circa) e poteva quindi circolare come moneta dei pagamenti internazionali.

 

- Il baratto

 

Il baratto è una forma di mercato zoppo, in cui non ci sono prodotti validi per tutti con funzione di moneta, e si scambiano con difficoltà beni contro beni. Questo commercio è più difficile e riaffiora quando l’economia è particolarmente povera o distrutta (nel tempo di guerra ad esempio).

Il baratto in realtà non è un vero e proprio mercato, perché se c’è il mercato subito c’è la merce moneta e lo sviluppo, ma è una condizione riduttiva degli scambi senza moneta. Una razionalizzazione intermedia del baratto è il viandante che baratta un suo prodotto artigianale (in legno ad es.) contro grano o volatili o altro.

L’origine della moneta è semplicissima perché già l’ambra, l’ossidiana, la selce e il sale erano moneta in quanto servivano per lo scambio con altre merci. Ed erano moneta per l’uno e merce per l’altro. Al Sud in Europa si raccoglieva ossidiana e sale che erano così moneta per comprare l’ambra e viceversa. Oppure al Sud si raccoglieva l’ossidiana per “comprare” il sale e quindi quei beni erano già moneta.

Con lo sviluppo degli scambi la funzione di moneta si estese ai prodotti agricoli e dell’allevamento; il grano, la pecora divennero moneta, come ancora si dice: il grano, la grana o pecunia, dal latino pecus, pecora. Quando per pagare il lavoro si usava il sale si dava il nome di salario. C’era già il mercato del lavoro allora e l’uomo poteva già dedicarsi per intero al lavoro organizzato dagli altri (imprenditori) che ne decidevano il contenuto per l’utilità e la moneta che ne volevano ricavare. (Questo sempre da 5000 anni fa)

Dopo, moneta furono i metalli, rame, bronzo, poi argento e oro. Oggi solo l’oro tiene parzialmente la funzione monetaria nelle Riserve Ufficiali delle Banche Centrali e non circola più neanche a livello internazionale come moneta. La moneta oggi è solo cartacea o contabile (chiamata impropriamente moneta virtuale) e il metallo rimane solo per gli spiccioli (moneta divisionaria).

 

 

I.4 Il tempo odierno.

 

Il tempo odierno si configura esattamente come lo abbiamo descritto fino qui con settori produttivi: agricoltura, industria e servizi, e tra i servizi figurano quelli resi dalla Pubblica Amministrazione come da sempre avviene.

Esiste una moneta che è intermediaria degli scambi, riserva di valore e strumento di conservazione del valore nel tempo e nello spazio, che non è necessariamente moneta metallica sia pure coniata, né oro, ed è ormai comunemente moneta carta o carta moneta o moneta-segno che tiene tutte le caratteristiche della moneta metallica dato che la legge consente di assolvere le obbligazioni di debito con pagamenti in questa moneta che non è più convertibile in oro, anche se i biglietti di banca (della Banca d’Italia) qui da noi portano ancora la dicitura “Pagabili a vista al portatore” (nelle mille lire, dicitura che sta scritta sul biglietto da quando il biglietto era convertibile in metallo pregiato a vista al portatore del biglietto).

La carta moneta inconvertibile trae la sua forza dall’obbligo di legge di accettarlo in pagamento perché comunque il nostro debitore assolve al suo debito se paga con i biglietti e si basa quindi sulla stabilità dello Stato e del suo ordinamento giuridico.

La carta moneta ha il vantaggio del più basso costo che bisogna affrontare per disporre di una data quantità di moneta (Per produrla cioè, dato che è un pezzo di carta).

Non c’è più necessità di scavare le miniere, e il basso costo della produzione della carta-moneta impone allo Stato misure contro i falsari e le contraffazioni, questa volta sì rilevanti.

Finita l’evoluzione della moneta, vediamo che 15 o 30 o 50 biglietti di banca da 100.000 lire, oggi costituente uno stipendio del lavoro mensile, stanno comodamente in tasca mentre ai tempi del baratto occorreva avere un locale per deporre il grano o custodire le pecore o l’olio.

Oltre alla carta moneta è in vigore oggi l’uso di avere e disporre di moneta (risparmio), però depositata presso le banche, tramite ordini di trasferimento che la Banca accetta di eseguire e che si chiamano assegni.

Gli assegni sono ordini di trasferire moneta propria a vantaggio di altra persona, che se sono entrambi clienti di una stessa banca tale moneta non si muove neanche praticamente.

Anche se gli assegni muovono moneta tra clienti di banche diverse non c’è in realtà movimento materiale di biglietti perché anche tra banche esistono rapporti di conto corrente che consentono di accreditare il destinatario dell’assegno addebitando la banca su cui l’assegno (ordine di pagamento) è stato tratto.

Il tempo odierno è la sola somma di questi elementi indicati dai primordi, e tempo moderno senza grandi novità è da 5000 anni fa.

La novità vera è che in questo periodo varie volte si è tornati indietro ad una organizzazione quasi primordiale e di povertà.

Il periodo particolare è il Medio Evo dopo la caduta dell’Impero Romano, quando agli spiriti vitali si sono sostituiti gli spiriti della debolezza e della povertà del cristianesimo.

Con la Riforma Protestante riprende lo spirito vitale dell’iniziativa economica con i frutti di libertà e benessere che hanno cancellato i secoli di schiavitù e di povertà con l’economia gestita dalla chiesa in Europa. La povertà del Medio Evo è quindi dovuta alla sostituzione degli spiriti vitali e liberi con la schiavitù.

Con ciò si vede il ruolo che la libertà ha nello sviluppo economico, come libertà di cercare merci utili, commerciare e guadagnare dal commercio comprando dove costa poco perché le merci sono abbondanti e vendendo dove le merci sono scarse. All’inizio del commercio c’è sempre un luogo dove le merci sono care e dove le merci sono a basso prezzo.

Commerciando poi tutto, queste differenze di prezzo tendono a scomparire. Ciò è frutto del commercio che prende le merci dove sono abbondanti e le toglie alzandone il prezzo per venderle dove mancano abbassandone il prezzo. Così i prezzi si livellano e tutti guadagnano di più:  venditori, commercianti e acquirenti.

 

 

Parte II - LA TEORIA ECONOMICA

  

Capitolo II – Le ipotesi di funzionamento

Normalmente i libri di economia partono in modo astratto e dando concetti astratti quali l’utilità, i prezzi, la moneta che ora noi possiamo già capire e quindi riprendiamo il modo in cui comunemente viene spiegata l’economia politica nei libri scolastici e universitari, non perché non sia bene seguire un’altra impostazione, ma perché è bene che questa nuova impostazione emerga in confronto di quella vecchia e comunemente usata in modo che vada bene per chi ha già studiato, crediamo con difficoltà e poco risultato di comprensione, sui testi comuni di insegnamento e perciò può fare i confronti, e per chi non li ha studiati mai e così sa anche come sono fatti questi libri e ne può preventivamente conoscere i difetti in modo che non si perde tanto tempo con cose che non portano nessun costrutto e nessun senso di comprensione e perciò sono di molto dubbia utilità.

Molte di queste cose di dubbia utilità sono presenti nei corsi normali di economia e quindi è bene sapere come questi testi sono formati e sarà sempre data l’interpretazione in modo da capire quando una cosa è utile e quando non è per niente utile.

Lo schema utile per studiare l’economia è quello funzionale fisiologico. Ogni pezzo della teoria spiega una funzione, un aspetto, dell’economia e va visto separato e poi insieme alle altre parti. Non dove destare meraviglia che per ogni aspetto della teoria si portino argomenti di natura diversa come ad es. la scelta delle macchine con questioni meccaniche e di efficienza tecnica per le aziende, contro la scelta del consumo individuale che ha motivazioni di utilità e psicologiche, sempre però legate tutte alla convenienza e quindi alla economicità e quindi all’obiettivo di maggiore produzione. Altra differenza importante di impostazione è quella tra la teoria detta classica che fa dipendere le scelte dai prezzi del mercato e quella cosiddetta keynesiana che fa dipendere le scelte dai flussi: redditi percepiti ad esempio e consumati o altro.

II.1 Le utilità

 Questo concetto dell’utilità del bene economico è posto alla base di tutta la costruzione economica tradizionale. Questo però va inteso nel senso banale che l’uomo fa uno sforzo di procurarsi una cosa o un bene che gli serve perché ne ha bisogno, fisiologico, basilare o voluttuario che sia. Quindi i bisogni e il fatto che i beni sono utili per soddisfare i bisogni, cioè hanno una utilità, vanno intesi in senso banale come necessari all’uomo e non disponibili in quantità illimitata (cioè sono scarsi: l’aria infatti pur essendo utile è disponibile in quantità illimitata e non costa niente, né si deve produrre, né si commercia).

Consegue così che l’uomo deve provvedersi delle cose necessarie che non sono disponibili in quantità sufficiente in natura.

Gli animali hanno un rapporto con la natura per cui quando hanno esaurito le disponibilità della natura, questa, la natura, impedisce il loro sviluppo. Gli animali hanno la loro vita dipendente dalla natura, per esempio con la disponibilità di erba e territorio. Esaurito questo, lo sviluppo dell’animale viene bloccato per cui l’animale non sviluppa una sua autonoma produzione di beni, ma la sua vita è regolata dalla natura e dalla disponibilità illimitata o limitata del suo sostentamento.

L’uomo, avendo imparato ad allargare i vincoli naturali alle risorse che sono di natura parzialmente disponibili, diventa creatore del suo sviluppo e riesce a spostare il confine dei limiti naturali.

Questo però seguendo procedure precise e modi di calcolo che tengano presente il comportamento umano che deve in finale servire ad allargare i margini naturali.

Una delle conclusioni di questo procedere è che l’uomo non deve mai produrre un bene ad un costo che sia maggiore del prezzo a cui questo bene può essere venduto. Se si viola questo principio si riducono le risorse complessive perché si consuma una quantità di valore per produrre un bene maggiore del valore del bene stesso. Ciò porterebbe alla riduzione delle merci prodotte in complessivo, valutate queste a prezzi che si riscontrano in un mercato organizzato per lo scambio.

Quindi abbiamo detto che le utilità dei beni scarsi sono uno degli elementi che bisogna tenere presente quando si decide di acquistare questi beni.

Evidente che la produzione per il proprio consumo verrà effettuata per quei beni altamente utili in rapporto al costo, sia di fatica e quindi di disutilità, sia in rapporto al costo di altri beni impiegati per produrlo.

Ad esempio le schegge di ossidiana venivano impiegate per fare punte di freccia la cui utilità era legata alla possibilità di cacciare animali (e quindi era alta) e non venivano impiegate per fare collanine di decorazione dei bambini perché l’utilità di queste decorazioni era allora molto bassa mentre il costo di questa ossidiana era alto perché la pietra si trovava solo in determinati luoghi e per di più lontani, dato che si trovava solo presso alcuni vulcani del Mediterraneo: Sardegna, Eolie.

Il rapporto qui illustrato fra utilità e costo può essere rappresentato graficamente nel seguente modo, assumendo che l’utilità di un bene è misurata dal prezzo a cui saremmo disposti a comprarlo.

Questo grafico, noto come curva di domanda e offerta o grafico del mercato, indica con la curva di domanda il prezzo massimo a cui ciascuno comprerebbe il bene, dal più alto (perché ha più utilità) al più basso (perchè ha meno utilità). Con la curva di offerta si indica invece il costo via via più alto di chi produce il bene meno efficientemente, e partendo da chi lo produce più efficientemente a costi più bassi. Questo grafico non è una astrazione ma rappresenta la situazione che ognuno di noi ha o cerca di avere quando vuole fare un acquisto: si fa un giro per negozi e vede a quale prezzo un dato capo si trova magari tramite sconti etc. etc.. Questa sequenza di prezzi offeri per un bene simile indica in concorrenza la differenza dei costi e quindi è una curva dei costi.

Viceversa il vu-cumprà o il venditore cerca di costruire la curva di domanda, e così fa quando dice “quando vuole pagare?”, con ciò cercando di costruire la curva di domanda dei suoi clienti potenziali a cui lui si propone con il suo costo di produzione dato, e cercando di vendere il suo bene a chi lo valuta di più chiedendogli un prezzo più alto.

 

I principi di “non danno” per cui i costi devono essere più bassi dei prezzi sono essenziali perché producendo per aumentare i beni è importante che seguendo procedure complesse e molte operazioni non si perda di vista che lo sforzo deve essere fatto in direzione di aumentare i beni disponibili e non di ridurli, altrimenti si produce in perdita.

In termini spicci il discorso è molto semplice e un bene sarà prodotto se sarà conveniente produrlo: per il produttore se il prezzo di vendita è maggiore del costo monetario necessario per produrlo.

Se ci troviamo a dover decidere come consumatori, compreremo un bene se è più utile dei soldi che costa il bene, cioè se il prezzo a cui lo compreremmo è maggiore del prezzo effettivo.

Dopo questa spiegazione passiamo alla definizione dei prezzi.

Dopo l’analisi storica che fa vedere l’origine dei settori produttivi: industria, agricoltura e servizi abbiamo visto in quale maniera si può misurare l’utilità, o il grado di necessità di un bene vedendo come l'utilità di quei beni per vivere, o per commerciarli, sia la base di tutta l’attività economica.

Presi i beni necessari per vivere non disponibili illimitatamente si fa un calcolo del costo di produrli rispetto alla loro utilità espressa dal prezzo massimo a cui ciascuno e disposto a pagarlo.

Verranno prodotti i beni più utili perché tanto più saranno acquistati a prezzi più alti.

I prezzi a cui saranno venduti faranno si che i costi non li possano superare, anzi ci sarà lo spinta poi ad abbassare i costi di produzione di tutti i beni e sempre per aumentare il guadagno di chi li produce e li vende, come avviene per i dati storici dei costi che sono sempre più bassi nel tempo.

Questi beni saranno poi venduti a prezzi storici via via più bassi per l’effetto della concorrenza tra i produttori tesa ad accaparrarsi le vendite e i clienti.

Nel lungo periodo quindi il vantaggio della riduzione dei costi si trasferisce a vantaggio dei consumatori con la riduzione dei prezzi (vedi l’elettronica oggi e molti prodotti agricoli per il Mercato Comune Europeo e mondiale che fanno grande concorrenza). Pertanto lo schema delle utilità, dei prezzi e dei costi fa vedere che a prezzi di scambio o di mercato il vantaggio del mercato c’è per tutti: venditori e compratori. Prezzi più bassi del prezzo utile o massimo per i compratori e costi più bassi dei prezzi con guadagno per i venditori.

Tutti i beni che sono a sinistra del punto d’incrocio delle curve di domanda e di offerta saranno venduti e comprati perché è conveniente venderli e comprarli. I beni a destra di quel punto non saranno venduti e salvo gli errori non si presenteranno più nel mercato i venditori con costi più alti dei prezzi.

I prezzi effettivi che si formeranno nel mercato saranno indicati dall’altezza P del punto di incrocio delle due curve di domanda e offerta e questi prezzi coprono bene i costi dei produttori che venderanno i beni nel mercato (indicati col segmento o – x) e saranno vantaggiosi per i compratori dello stesso segmento di beni o quantità o – x perché inferiori al livello dei prezzi massimi a cui loro li avrebbero comprati, che sono indicati dalla altezza della curva di domanda.

  
P = Prezzi
U = Utilità
C = Costi
X = Quantità

 Se qualcuno si chiede come mai quelle curve stanno in quella posizione, possiamo dare la spiegazione ovvia.

1)      Se la curva dei costi sta sopra la curva di domanda allora o il bene è troppo caro e non si produce o è poco utile e non si domanda.

2)   Rimane quindi solo la posizione economicamente utile che è fatta di curve di costi che sono più basse delle curve di utilità. Di queste tratta l’economia e queste sono le merci che si comprano e si vendono.

3)   Esempi del primo caso sono i viaggi turistici sulla luna (troppo cari) o tutti i beni sostituiti da altri beni tecnologicamente più efficienti (che sono quindi poco utili) e che non si usano più (carrozze, cavalli da trasporto etc) per l’oggi, e tanto tempo fa erano molti i beni che erano quasi tutti troppo cari e di conseguenza la loro utilità era insufficiente a motivare l’acquisto per la difficoltà dell’industria di darli a prezzi più bassi.

  

II.2 I prezzi

 I prezzi sono intuitivamente compresi come la quantità di moneta che è necessaria per acquistare un dato bene. Questo è il prezzo del bene.

Per intendere più profondamente cos’è il prezzo del bene bisogna ritornare al baratto in cui il prezzo era formato in quantità (numero di unità) di un bene che serviva per comprarne un altro: es. 20 pecore per un cavallo.

In questo caso le pecore erano la moneta.

Se poi si va alla moneta metallica si hanno 20 pesos o 20 dracme o 20 dinari che sempre identificano il peso del metallo, fino a che oggi del peso del metallo rimane solo la menzione della quantità e così se un maglione costa 100.000 lire vuol dire che ci vogliono centomila lire di metallo per acquistare un maglione, indicando pure che il metallo (in questo caso oro) contenuto nell’unità di moneta lira è molto poco (che comunque è conoscibile e dato dalla Banca d’Italia).

Se noi usiamo, per cercare la sostanza del significato del prezzo, la relazione che c’è nella forma più elementare di scambio, qual’ è il baratto, e che consiste in:

                                                          

pa qa = pb qb

 

dove c’è uno scambio di tot qa con tot qb (quantità del bene A contro le quantità del bene B ai vari prezzi pa e pb) abbiamo che

 

pa         qb

----- =             -----

pb         qa

 

per cui posto il prezzo pa in termini del prezzo dell’unità monetaria posto uguale a 1 (pb = 1), abbiamo

 

pa         qb

----- =             -----

1          qa

 

cioè il prezzo del bene A in moneta è uguale alla quantità del bene B (cioè di moneta) che si da in contropartita di una (ogni) unità del bene A. (Con ciò si esprime la cosa tecnicamente)

I prezzi sono ovviamente soggetti a variare volta volta nello scambio a sfavore di chi ha più bisogno dello scambio, cioè maggiore domanda o minore offerta.

Dopo un po’ che gli scambi sono usuali e sistematici come nella realtà attuale i prezzi non oscillano più ma semmai si muovono sempre più verso il basso come tendenza di fondo, secolare, con oscillazioni stagionali e casuali, e possono salire solo quando la tendenza storica di fondo verso il basso viene manipolata in qualche modo.

La forza che muove i prezzi verso il basso è la concorrenza e la risalita dei prezzi deriva dalle forme diverse dalla concorrenza che alterano il mercato.

Tali forme di mercato diverse dalla concorrenza sono: il monopolio, il cartello o trust (cioè l’accordo di alcune principali imprese di un dato mercato per fare una politica dei prezzi comune e quindi di fatto fare un monopolio nell’insieme), e altre forme intermedie e miste che vengono confusamente chiamate oligopoli e che verranno adeguatamente trattate nel testo.

Tra gli esempi di forte influenza della concorrenza sui prezzi a scendere c’è oggi il settore mondiale dell’elettronica e dell’agricoltura.

Come esempio storico recente di cartello o di monopolio indichiamo il cartello petrolifero che dal 1972-73 al 1986 ha fatto alzare il prezzo del petrolio e di tutti i beni che lo incorporavano nella produzione. Tali beni erano poi tutti quanti i beni, dato che tutti i beni sono prodotti consumando energia (elettrica ad esempio) e quindi il movimento in salita riguardava tutti i prezzi dei beni, anche se in maniera diversa, e la misura media di variazione di tutti i prezzi viene chiamata inflazione.

Se abbiamo una economia come quella che abbiamo appena descritto con l’inflazione su tutti i prezzi, quei settori che operano in concorrenza avranno prezzi più bassi in genere, ma siccome c’è l’inflazione, essi avranno una inflazione minore, come differenza tra l’inflazione generale e il minore livello dei prezzi che questo settore avrebbe per via della concorrenza.

 

Un settore che in Italia non è stato in concorrenza è il settore delle banche che davano credito ad un tasso (che è il prezzo del credito) che è stato dell’ordine del doppio dei tassi del mercato internazionale, che erano di concorrenza.

La presenza di monopoli incide negativamente sull’economia di mercato ed è vietata dalla legislazione della CEE assunta dagli stati nazionali a legge nazionale.

Ciononostante in Italia il settore bancario è stato in monopolio forse anche perché l’autorità contro il monopolio delle banche (l’antitrust insomma) è la Banca d’Italia, che sempre banca è.

 - I valori

 Se i rapporti di scambio non sono riferiti alla moneta ma ad altre merci (ad esempio un bene vale venti pecore o altro) si chiamano valori. I valori espressi in moneta sono quindi i prezzi.

I prezzi misurano il valore di un bene in termini di un altro chiamato moneta.

Così 100.000 lire per un pantalone indicano che ci vogliono 100.000 piccolissime quantità di oro per comprare un pantalone. Ciò come riferimento all’origine della lira. Oggi che la lira non è convertibile in oro si può sempre dire che la lira è 1/18.000 di grammo d’oro, dato che l’oro costa 18.000 lire a grammo.

  

II.3 I costi

 L’andamento della curva dei costi è caratterizzata dall’andamento ad U.

Questo andamento della curva indica che i costi unitari sono prima alti poi più bassi al crescere della produzione e poi più alti. Ciò perché sono più bassi in corrispondenza della quantità di produzione per cui quegli impianti sono predisposti. E’ evidente quindi che se una fabbrica è tarata per tot di produzione, in corrispondenza di quella quantità di produzione i costi saranno più bassi, e prima e dopo più alti.

E’ uso indicare la curva dei costi unitari, marginali o medi, nella sola parte crescente perché in questo tratto crescente c’è l’incontro con la curva dei prezzi e così è questa la parte rilevante.

  

II. 4 Lo schema generale di domanda e offerta.

 Questo schema generale di domanda e offerta rappresenta la situazione del mercato.

La curva di domanda è decrescente:

1)    perché le persone che domandano il bene sono ordinate secondo il prezzo massimo a cui sono disposte a comprare e quindi la curva è decrescente, da chi è disposto a pagare un alto prezzo verso quelli che pagherebbero un prezzo via via inferiore.

2)    Se invece la curva di domanda è di domanda individuale, la curva è decrescente perché dopo che un individuo ha comprato un bene è parzialmente soddisfatto e la successiva quantità dello stesso bene gli è  meno utile e così sarà disposto a pagarla di meno.

La curva dei costi è crescente (nel ramo ascendente) perché:

1)    nel mercato ci sono i produttori ordinati secondo i loro costi e questi saranno ordinati dai costi più bassi a quelli più alti, ottenendo una curva crescente.

2)    Se il produttore di cui si analizza la curva dei costi è unico, la curva sarà crescente perché oltre il punto corrispondente all’ottimo uso degli impianti, per quantità prodotta, ci sarà una crescita progressiva dei costi per l’impossibilità degli impianti dati a produrre quantità maggiori di quelle per cui è costruito per inefficienza oltre quel limite.

Questa inefficienza oltre la quantità di produzione tecnicamente predisposta dalle macchine si immagina progressivamente crescente e così la curva dei costi unitari, marginali e medi, è crescente.

 

Lo schema generale di domanda e offerta individua sempre una zona (di produzione o – x) dove i prezzi a cui si vendono i beni sono maggiori dei costi a cui si producono questi beni. Ciò deriva dal fatto che tutti i beni che non hanno questa caratteristica, ma hanno quella opposta di avere prezzi di vendita più bassi dei costi, non hanno interesse economico e questi prezzi non si formano se non per gli errori nei mercati. In questo senso (nel senso di beni prodotti erroneamente a costi più alti dei prezzi di vendita) si possono eccezionalmente trovare nel mercato, ma a prezzi più bassi dei costi (per smaltimento).

La decrescenza della curva di domanda è caratteristica naturale e la curva dei costi crescente è pure caratteristica naturale di offerta.

L’area sotto la curva di domanda fino al livello del Prezzo P di equilibrio è l’area che rappresenta il vantaggio dei consumatori, che pagano i beni meno di quello che essi sarebbero disposti a pagare, ed è quindi una spesa risparmiata, detta anche rendita del consumatore.

L’area sotto il livello dei prezzi P e fino alla curva dei costi indica il profitto del produttore, cioè la differenza tra prezzi e costo per ogni unità prodotta ed è quindi il premio del fare bene la produzione (cioè a costi più bassi dei prezzi).

Con ciò si indicano le convenienze per tutti, le quantità prodotte e i prezzi, e la ragione del funzionamento del mercato. Fuori dal mercato c’è solo l’autoproduzione e l’economia primitiva che porta la povertà per la mancata divisione del lavoro.

Questo schema è identico per tutti i mercati di qualunque bene, come è uguale per il mercato del lavoro (domanda e offerta di lavoro), per il mercato dei capitali (domanda e offerta di credito o di titoli) e per il mercato della moneta (domanda e offerta di moneta tra banca Centrale e Banche)

- Area tratteggiata        =          Rendita o vantaggio del consumatore.

- Area ombrata            =          Profitto dell’impresa o dell’insieme dei produttori.

- o – x             =          Quantità prodotta con profitto dal mercato.

- P                   =          Prezzo capace di dare tutte le convenienze a consumatori, ai produttori, e produrre una quantità x di prodotto.

 

 

Capitolo III  -  La produzione

  

La produzione avviene secondo regole la cui principale è che il valore di ciò che si produce sia maggiore del valore delle merci e servizi impiegati per produrlo.

Questa che è una ovvietà non è sempre rispettata.

Per esempio non è rispettata nelle società comuniste e non è rispettata in molte imprese delle partecipazioni statali in Italia e in molte aziende pubbliche.

In questo senso queste aziende sono dette distruttrici di ricchezza, perché il valore delle merci e servizi impiegati è maggiore del valore delle merci prodotte.

Lo stesso principio si esprime col fatto che le imprese devono produrre utili, che sono la differenza positiva tra ricavi e costi, indicando quindi la condizione normale:

                                   Ricavi > Costi.

La cosiddetta teoria della produzione non è quindi una teoria per guidare l’imprenditore sul come fare l’impresa, che è cosa più complessa. Fare l’impresa materialmente vuol dire affrontare molte difficoltà, non sapere mai a priori se una scelta sarà fino in fondo positiva, avere a che fare con problemi diversi, quali problemi tecnici ad esempio per la chimica, la siderurgia, l’elettronica, o problemi della gestione del personale, problemi dei trasporti e della distribuzione, marketing, problemi di ottima localizzazione industriale e scelta degli insediamenti.

Come si vede fare l’impresa è complesso, anche se ciò non è impossibile, ma semplicemente non è banale.

Considerata la situazione attuale di alte imposte e alto prelievo fiscale, cattiva Pubblica Amministrazione e cattive infrastrutture di trasporto, fare l’impresa oggi è problematico perché disincentivato con danno di tutti.

Il nostro punto di vista è che l’economista e l’economia dovrebbero trattare a fondo questi problemi, ma in particolare nei testi di economia di base sono trattati poco e niente.

Ciò che viene indicata come teoria della produzione è in realtà la teoria, rilevante, dei vincoli della produzione.

Tali vincoli si richiamano arricchendola alla condizione generale che i ricavi siano maggiori dei costi totali e per cui il prezzo di un singolo bene deve essere maggiore del costo medio dell’unità prodotta.

L’ipotesi ulteriore di questo arricchimento è che i costi di produzione abbiano un andamento al crescere della produzione a U, cioè siano prima decrescenti e poi crescenti.

Questa posizione è accettabile perché si basa sulla constatazione banale che per ogni cosa c’è una scala di produzione più conveniente, perciò prima e dopo quel livello di produzione (che ha i costi minimi) si hanno costi più alti.

Questa posizione può essere rappresentata da un grafico che indica la curva a forma di U (o parabola)          

 

CMA= Costo marg.

CME = Costo medio

 

In questo caso ne abbiamo indicato due di curve ad U, una per il costo Medio e l’altra per il costo Marginale, o costo in genere.

Questi due costi sono definiti in modo semplicissimo.

Il costo medio si ottiene facendo la divisione tra il costo totale fino ad un certo punto e la quantità prodotta a quel punto, e poi facendo il grafico del costo medio per tutti i diversi livelli di produzione.

 

                        cT1         cT2       cT3

            cMe =    -------,            -------,            -------, …..etc, etc.

                         1           2          3

 

La curva di costo marginale taglia quella di costo medio nel punto di minimo perché prima di quel punto fa scendere i costi medi e poi li fa salire perché diventa più alto del costo medio.

Una cosa rilevante da vedere con questo grafico è che il punto di equilibrio di concorrenza è sempre quello in cui P = CMa (perché quando CMa>P non è più conveniente produrre), cioè il prezzo è uguale al costo marginale, e che corrisponde all’equilibrio generale Domanda = Offerta, dove la curva di domanda è la curva di Prezzo.

In quel punto di equilibrio si può fare un’altra verifica e vedere se la curva di costo medio in quel punto è maggiore uguale o inferiore al prezzo.

Se la curva di costo medio è inferiore al prezzo significa che ci sono extraprofitti.

Se la curva di costo medio è tangente al prezzo abbiamo che i profitti sono al minimo necessario incorporati nel costo e questa impresa si chiama impresa marginale.

Se la curva di costo medio è più alta del prezzo il costo medio è maggiore del prezzo, non ci sono profitti ma perdite e l’impresa è fuori mercato.

 

Ciò si vede col seguente grafico

CMe1 = Impresa che fa profitti

CMe2 = Impresa marginale

CMe3 = Impresa fuori mercato

 

 

Il costo marginale indica il costo aggiuntivo della produzione di quell’ultima unità che stiamo producendo (ennesima unità prodotta).

Questo costo può essere ottenuto per ogni quantità diversa che produciamo via via, insomma se stiamo già producendo una data quantità, il costo marginale indica quanto ulteriore costo bisogna sopportare per produrre una ulteriore unità di prodotto (es. un paio di scarpe in più).

Si dice che l’impresa deve produrre con profitto per cui i costi devono essere più bassi possibile e il prodotto il massimo possibile (per ampliare i ricavi).

Se una impresa sta producendo in queste condizioni andrà avanti fino a che il costo marginale non supererà il prezzo (perché il costo Marginale dopo un po’ prende a salire e quindi poi diventa più alto del prezzo). Fino a quel punto si fanno profitti, dopo di che si fanno perdite, che riducono il profitto complessivo. Se un bene costa produrlo più di quanto si ricava a venderlo, non conviene produrlo. Questo è un indice che il prodotto non serve o è prodotto male, non economicamente.

Così in teoria economica si riesce ad individuare anche il livello della attività lavorativa dell’impresa, cioè di quel livello di produzione che si produce con profitto.

Se poi si vuole sapere ancora qualcosa di più possiamo vedere che, se siamo in concorrenza e nessuno dei piccoli produttori può influenzare il prezzo del bene da vendere, che perciò si può rappresentare come una linea orizzontale per poche quantità, possiamo fare il caso che il costo medio sia più alto, tangente, o più basso del prezzo.

Se il costo medio è più alto, l’impresa è da scartare perché non produce in condizioni di economia (profitto).

Se è tangente vediamo che l’impresa può stare appena nel mercato perché il prezzo copre appena i costi.

Se il costo medio è più basso, l’impresa produce con efficienza anche extraprofitti, ma dopo un po’ altre imprese cercheranno di produrre lo stesso bene e per l’aggiunta di questa offerta il prezzo scenderà di nuovo fino a che il prezzo non sia tangente al costo medio.

Ciò che detto in parole povere indica che in concorrenza i profitti sono abbastanza limitati e se ci sono forti profitti (extraprofitti) essi sono temporanei e possono scomparire. Come si vede la teoria economica comunemente insegnata non va molto oltre a dirci come va la produzione e perché. Noi qui invece aggiungiamo che la concorrenza porterà anche un abbassamento continuo dei costi e che questo fatto ricostituisce per l’imprenditore margini di profitto maggiori che si possono di nuovo perdere per l’ulteriore concorrenza. Questa caratteristica dello sviluppo secolare non c’è mai nei testi di economia.

Questo saliscendi al di là dei grafici qui fatti è cosa molta nota agli imprenditori, che così la possono collegare alla teoria in uno schema che la tratti come facciamo noi in questo testo.

Questa situazione come fin qui presentata genera prezzi di mercato costanti o decrescenti a lungo andare. Perciò questo sembrerebbe in contrasto con l’inflazione che si è avuta negli ultimi trent’anni.

Tale contrasto è solo apparente perché l’inflazione è un fatto solo episodico e transitorio e si sviluppa quando non tutti i mercati funzionano come questo qui detto (cioè in concorrenza) e l’inflazione è quindi il segno che non in tutti i mercati vige la concorrenza. Questi mercati non di concorrenza possono essere anche all’estero come è capitato col rialzo del prezzo del petrolio negli anni ‘70 che ha trasmesso aumenti di prezzo su tutti i mercati nazionali (inflazione).

L’inflazione è influenzata poi anche dal livello dei cambi che può far variare tutti i prezzi dell’estero rialzandoli (svalutazione), e da anomali prezzi interni (tassi di interesse alti o tasse) o dall’inefficienza di sistema, come il sistema dei trasporti in Italia per carenza di infrastrutture che comportano alti costi di trasporto (di tempo e denaro).

La produzione viene trattata qui nello schema base di mercato di concorrenza e costi ad U. La regola principale della produzione è quella che il valore impiegato nella produzione (costi) non superi il valore della produzione nel mercato (ricavi), altrimenti sarebbe meglio non farla questa produzione che porta danno di spreco collettivo e fare solo quelle produzioni che danno un guadagno con ricavi maggiori dei costi. Questi sono i beni che il mercato richiede perché sono molto utili ai cittadini.

L’andamento delle curve di costo ad U si spiega semplicemente col fatto che qualunque produzione comunque organizzata ha un livello di efficienza o scala di efficienza.

Ad esempio un calzolaio è efficiente a un dato livello di produzione di scarpe e per meno o più scarpe prodotte è inefficiente (troppo poche o troppe).

Un calzaturificio avrà pur sempre una curva di costi ad U per quantità prodotte molto maggiori del calzolaio a seconda dei macchinari e dell’estensione della produzione.

 

 

III.1 La produzione in monopolio

 

La produzione in monopolio è apparentemente rara perché nessuno conosce un bene prodotto in monopolio se si eccettua il sale (che non è più prodotto in monopolio ma lo era fino a qualche anno fa) e i tabacchi. Insomma i classici sale e tabacchi che sembravano gli unici beni prodotti in monopolio. Ma molte altre sono, più propriamente nei servizi, le attività svolte in monopolio.

Luce, acqua e gas sono prodotti in monopolio, così come tutti i servizi pubblici di trasporto, metropolitane, treni etc, etc.

Così mentre si pensa al monopolista come ad uno con cappello a cilindro e possessore di una posizione produttiva totalmente privilegiata e fonte di enormi profitti, figura prodotta dalla propaganda ideologica che non è mai esistita, così si dimentica di indicare tutti i monopoli pubblici che noi abbiamo indicato qui precedentemente e che sono all’origine di gravi disfunzioni, alcune nel senso di alti prezzi quali Enel e Sip, e alcune nel senso di gravissime perdite dovute ad altissimi costi che non hanno il controllo della concorrenza e invece fruiscono dei contributi pubblici di livello spaventoso quali i servizi di trasporto, ferrovie e trasporti urbani.

La condizione di monopolista studiata per l’impresa privata vale anche per l’impresa pubblica, dove abbiamo visto è più frequente se non solamente presente, dato che nel settore privato è difficile trovare una impresa in monopolio.

Comunque la teoria è la stessa e la differenza rispetto alla concorrenza è che il monopolista può scegliere il prezzo a cui vendere il suo prodotto o servizio tenendo conto solo di quel prezzo che è più conveniente per lui mentre in concorrenza ogni produttore si trovava con i prezzi già fatti dagli altri e non li poteva modificare ma si doveva adattare a questi, che così erano espressi nel grafico come costanti.

Ciò che il monopolista può fare è la ricerca del prezzo di vendita più conveniente.

Egli alzerà i prezzi, vendendo quantità minori fino a che otterrà un incremento del guadagno delle vendite che sia superiore al costo di quella maggiore produzione.

Cioè egli alzerà i prezzi e ridurrà le vendite con un incremento del ricavo totale, detto ricavo marginale, che è via via maggiore e diventa superiore all’incremento di costo.

In questo punto non è più conveniente alzare il prezzo di vendita e questo sarà il prezzo di vendita fissato.

E’ evidente che questo è un punto di ottimo delle vendite per il monopolista perché un prezzo più alto comporta possibilità di incrementi di ricavi ancora più alti dell’aumento dei costi e quindi conviene crescere la produzione. Dopo questo punto però l’incremento dei ricavi è inferiore all’aumento dei costi, così non è conveniente abbassare i prezzi.

                                                                      

x

CMA = C. Marg.

 RM    = Ric. Marg.

PM    = P Monopolio

PC     = P Concorrenza

Ciò che è rilevante è che il monopolista può scegliere il prezzo a cui vendere ed ha anche la responsabilità di cercare questo prezzo adeguato. Mancando la concorrenza il monopolista non ha molta spinta ad abbassare i costi e per questa via è fonte di inefficienza per il sistema economico.

Come abbiamo detto il monopolio può portare a prezzi più alti di quelli di concorrenza, come per l’Enel e la Sip-Telecom Italia che oltre a incrementare l’inflazione danneggiano tutti gli altri settori produttivi che devono pagare così alti i loro servizi con gravi effetti sullo sviluppo e sui costi di tutte le imprese.

 

La rilevanza del modello teorico del monopolio è che esso consente di individuare bene i suoi difetti (alti prezzi e minore offerta, resistenza alla riduzione dei costi e all’innovazione) che fanno sì che la normativa giuridica vieti la costituzione di accordi fra le imprese per costituire monopoli di fatto collegando varie imprese, pur diverse, tramite accordi che si chiamano di cartelli o trusts.

Tali accordi sono vietati anche dalla normativa CEE e quindi anche dall’Italia, dove esiste da poco costituita anche l’autorità dell’Antitrust, mentre per i monopoli pubblici si va molto piano nell’eliminazione per la complicità politica.

Il monopolio ha da un punto di vista teorico il pregio della chiarezza che consiste nel definire perfettamente l’altro estremo opposto alla concorrenza, che pure è definito perfettamente, dando così il quadro preciso entro cui variano le posizioni teoriche e pratiche di tutte le forme intermedie che si chiamano di concorrenza imperfetta, di concorrenza monopolistica, di oligopolio più o meno differenziato e altre forme teorizzabili che hanno tutte la caratteristica di essere teoricamente comprese tra la soluzione di concorrenza e quella di monopolio ma molto meno definite precisamente.

Tutte queste forme intermedie per la scarsa importanza e per l’inconcludenza delle sue teorizzazioni sono rinviate ad un approfondimento di non grande rilievo in questa parte del libro.

La produzione viene vista in concorrenza e in monopolio che sono due schemi molto diversi. Nel monopolio il venditore si approfitta del compratore con prezzi più alti e tramite la vendita di minore quantità del necessario, mettendo in concorrenza i compratori che compreranno a prezzi più alti se più ricchi o più bisognosi.

I due schemi sono molto diversi ma sono la base per capire qualunque forma di mercato intermedia tra concorrenza o monopolio. Tali forme sono dette oligopoli o concorrenza monopolistica, cartelli (tipo petrolifero), trusts, o altre dizioni.

Contrariamente alla opinione che può essere diffusa per la propaganda ideologica i monopoli non esistono quasi nel settore privato.

Sono invece diffusissimi (e qui sono occultati tramite non informazione) nei settori dei servizi pubblici: tranvie, ferrovie, poste, ex telefoni, Energia elettrica, ex Cartello Bancario etc, e in particolare nei servizi gestiti dalla Pubblica Amministrazione. Questa mancanza di concorrenza fa sì che i prezzi di questi servizi siano più cari o carissimi e che il servizio sia scadente per numerose altre ragioni relative alla rilassatezza del personale e all’influenza negativa sul servizio e sul prezzo di partiti e sindacati o altre forme organizzate.

Alcuni di questi servizi che erano in Italia in Monopolio pubblico sono stati privatizzati o in corso di privatizzazione. Ma la privatizzazione non vuole dire sicuramente concorrenza perché si può nascondere un cartello o accordo tra vari operatori privati per evitare la concorrenza. Quindi non basta la presenza di più aziende per fare concorrenza, ma ci vuole concorrenza effettiva che abbassa i prezzi.

In questa situazione di non concorrenza dopo la cessione della gestione pubblica e l’eliminazione del monopolio sono ad esempio le Assicurazioni, Banche, Telefonia, Elettricità etc, etc.

Ciò indica che la mano pubblica o meglio la mano di partiti nella Pubblica Amministrazione che vuole evitare la concorrenza senza dare bassi prezzi ai cittadini, e scaricando i costi non ridotti con sussidi a carico del Bilancio Pubblico, vuole mantenere il controllo di certi settori e la posizione di “sfruttamento del mercato” che prima avveniva col Monopolio e ora con Trusts o Cartelli d’intesa dissimulati.

Ciò è un indice di dominio come lo erano i monopoli in mano alla Pubblica Amministrazione.

 

 

III.2 La funzione di produzione: inutilità del concetto.

 

Dopo le cose dette precedentemente viene aggiunta una nuova trattazione della quantità prodotta, nei comuni testi correnti di economia, che noi riportiamo indicando che non dà nessun nuovo contributo alla conoscenza, se non quello di vedere le stesse cose da un’altra parte.

Vediamo per esempio che la produzione di concorrenza è quella che si ottiene producendo fino a che il costo (quello dell’ultima unità prodotta) diventato crescente non raggiunge il livello del prezzo di vendita.

Ebbene se i costi diventano crescenti è ovvio che la produttività, del lavoro ad esempio, è decrescente e se rappresentiamo la produzione al crescere del lavoro impiegato la dobbiamo rappresentare che cresce meno che proporzionalmente al nostro impiego di lavoro. Cioè si dice comunemente che la produttività marginale del lavoro è decrescente e che la produzione cresce a un tasso via via decrescente. Questo, abbiamo detto, deriva dalla ipotesi di costi unitari che vanno a forma di U al crescere della produzione e non aggiunge nessun risultato o nuove analisi che non si siano già ottenute nella curva dei costi. L’unico apporto deriva dall’aver realizzato le stesse analisi fattibili sui costi su un nuovo strumento che si chiama “produttività”. Questo nuovo concetto indica la quantità prodotta da ogni unità di lavoro (operaio anno o ora lavorata che sia) ed è utile per analizzare la produzione al variare della “produttività del lavoro”. Rimane che è la stessa cosa che si potrebbe ottenere analizzando i costi.

La produttività comunque serve per scomporre per esempio il costo del lavoro in salario e produttività essendo che

 

                                     Salario                       (per unità di lavoro)

            Costo del Lavoro = ------------------

                Produttività                  (beni per unità di lavoro)

 

che per il costo del lavoro per unità prodotta dà

 

 

                                   Salario orario               45.000 lire

                        CLUP =      --------------------              =         -----------------

                                   Produttività                              3 beni

 

                        CLUP =          15.000 lire

                        che è il costo del lavoro per l’unità di bene prodotta

 

La funzione di produzione è una cosa in più che viene presentata nei libri di testo. In realtà non esiste una funzione di produzione. Esiste una curva dei costi che dice quanti beni possono essere offerti e a che costo. Solo questa è la funzione di offerta e quindi di produzione.

Mettendo la quantità prodotta in funzione del lavoro ad esempio non si ottiene nessuna maggiore conoscenza giacchè mancano ad esempio le condizioni del mercato del lavoro che ci sono in una trattazione dei mercati, come abbiamo già fatto per concorrenza e monopolio. Funzione di produzione quindi non significa niente che non si può ottenere dai mercati dei beni con la curva dei costi e con il mercato del lavoro.

 

 

III.3 La influenza della concorrenza sui costi e sui prezzi secolari. (Mai presentata nei libri di testo)

 

L’influenza della concorrenza sui costi e sui prezzi porta a prezzi e costi storici che nel lungo periodo sono decrescenti e il modo di funzionare di questo meccanismo è semplicissimo.

Se, come è sempre evidente, abbiamo che una impresa ha costi medi più alti e una impresa ha costi medi più bassi, possiamo descrivere la situazione di tante imprese che producono lo stesso prodotto col seguente grafico.

Le imprese che hanno il costo medio più alto del prezzo scompariranno e il prezzo regolato sui costi medi scenderà perché le imprese restanti hanno costi medi più bassi.

Ciò metterà in moto un’altra riduzione dei costi perché al nuovo prezzo i profitti (differenza tra prezzi e costi medi moltiplicato per la quantità prodotta) sono diminuiti e l’unico modo per ricostituire i profitti desiderati, o quelli che si avevano prima, è quello di riabbassare i costi.

Evidentemente questa nuova caduta dei costi porterà nuovi abbassamenti di prezzi, e così via continuamente.

Con ciò abbiamo dimostrato che la concorrenza porta un abbassamento dei costi e dei prezzi continuamente nel tempo. E’ evidente che poi un abbassamento dei prezzi è già condizione sufficiente per altri abbassamenti di costi perché molti costi (es. materie prime) sono di beni con prezzi che possono scendere.

La tendenza secolare dei prezzi è  quindi quella di scendere, o al massimo quella di restare stabili nei periodi in cui non opera molto l’innovazione tecnologica frutto della concorrenza.

La misura della variazione dei prezzi lo dimostra. Ad esempio prendendo la variazione dei prezzi nel secolo scorso in Italia si ha che i prezzi sono stati stabili per tutto il secolo (‘800).

La presenza di inflazione può alterare questa tendenza di lungo periodo nel senso di opporre ad una tendenza al ribasso dei prezzi una opposta tendenza al rialzo.

Questa tendenza che origina da alcuni mercati e da alcuni beni che non sono in concorrenza produce rialzi dei costi su alcuni beni che poi si diffondono a tutti gli altri beni a seconda di quanto questi beni non in concorrenza entrano come costi in tutti gli altri beni.

In questo caso il risultato può essere di inflazione di tutti i prezzi dei beni perché la tendenza al ribasso dei prezzi è annullata dal rialzo di prezzo di alcuni beni che non hanno il mercato concorrenziale; prezzi alti che poi influiscono sui costi di tutti gli altri beni in proporzione a quanto questi vengono impiegati nella produzione degli altri beni.

L’inflazione dei periodi bellici, che tradizionalmente si registra e che in Italia è registrata sia per il periodo successivo alla prima guerra mondiale sia per il periodo successivo alla seconda guerra mondiale, ha natura particolare: scarsità di offerta per la prima guerra mondiale e inflazione volontaria quella a fine (finita) seconda guerra mondiale per ottenere l’annullamento del debito pubblico del fascismo e punire i detentori del debito.

Per quanto riguarda l’inflazione che abbiamo avuto in Italia negli anni ’70, ’80 e ancora un po’ negli anni ’90, questa è un’inflazione derivata dall’aumento del prezzo del greggio che ha avuto tre incrementi negli anni ‘70 e ‘80 fino a decuplicare il prezzo in dollari che è passato da 3$ a 40$ a barile. Il resto dell'inflazione in questo periodo è dovuta alle variazioni del cambio che possono amplificare o ridurre l'inflazione dovuta al rincaro del petrolio. Così abbiamo che l’Italia ha avuto una inflazione maggiore della media mondiale perché ha continuamente svalutato per agevolare l’aggiustamento (cioè la correzione del deficit) della bilancia dei pagamenti mentre la Germania ha avuto sempre una inflazione inferiore alla media mondiale, come il Giappone, perché il loro cambio si apprezzava riducendo l’inflazione media che avrebbero importato tramite l’alto prezzo del greggio valutato in valuta nazionale.

Questa spiegazione dell’inflazione degli anni ’70, ’80 e ’90 è diversa da quella dei periodi bellici perché questa è dovuta ad una scarsità virtuale, cioè non effettiva, di beni e dovuta alla forma di mercato monopolistica o di cartello che ne riduce l’offerta per produrre un aumento di prezzi. Nel caso della guerra l’inflazione è dovuta a scarsità effettiva di beni e non alle forme di mercato. Questa inflazione è transitoria e legata alle condizioni che determinano la scarsità (la guerra per il suo consumo e per l’assenza per ragioni militari di molti produttori).

Anche l’altra forma di inflazione, quella dovuta alla presenza o alla instaurazione di monopoli o di cartelli di imprese sul mercato di un bene, è transitoria, anche se tale periodo di mancanza della concorrenza su un mercato o più mercati di più beni può essere lungo come è avvenuto negli anni ‘70, ‘80 e ‘90.

Nei secoli passati l’inflazione non era conosciuta come fatto ordinario e non è mai stata la regola di movimento storico dei prezzi, perché solo in questo dopoguerra (anni ’70, ’80 e ’90) qualcuno è stato in grado di organizzare un cartello di paesi produttori a livello mondiale, cosa che non è certo facile, per cui si può pensare ad una Forza Contraria ai meccanismi di mercato operante su tutto il mondo, almeno a quel tempo, ed ora ridotta tale Forza ad operare su conflitti zonali o regionali e su elementi di destabilizzazione politica e non sempre economica.

L’attuale zona dell’Euro ottenuta con azzeramento dei deficit pubblici e altissime tasse sostituisce l’instabilità dei cambi con la debolezza dell’economia come forma di controllo politico.

Controllo sull’Europa e controllo delle sue iniziative politiche che non si vuole costituiscano terzo polo autonomo politicamente tra USA e comunisti.

La tendenza secolare dei prezzo può essere ben vista con un grafico di equilibrio di domanda – offerta che individua le situazioni di sviluppo primordiale e quello odierno.

Es.

Questo grafico rappresenta, col movimento verso il basso della curva dei costi, il processo secolare.

Questo ci dice che in epoca primordiale tutti i costi erano altissimi per la non capacità di fare le cose necessarie per produrre i beni a basso costo.

L’equilibrio arcaico (P1, X1) indica la poca quantità prodotta a prezzi molto alti, e a conferma di questo si indica il grande valore delle cose in bronzo indicato dai testi classici.

Col processo di concorrenza (inevitabile come la selezione naturale) i costi nel processo secolare si spostano verso il basso dando come soluzione odierna il punto (Pn, Xn) che indica per l’oggi le quantità prodotte elevatissime e i prezzi molto bassi. I beni costano per gran parte oggi pochissimo, eccetto quelli distorti da alta tassazione con fini distruttivi dell’economia e i beni che non hanno un mercato regolare (quale la casa a causa della legge che qualcuno osa chiamare di “equo canone” e che ha distrutto il mercato dell’affitto rialzando di molto i prezzi delle case in vendita).

Seguendo il grafico di domanda-offerta dai primordi vediamo che la concorrenza abbassa la curva dei costi e aumenta la quantità continuamente al passare del tempo in concorrenza dando benessere.

Un ulteriore impulso alla discesa dei costi e all’aumento delle quantità prodotte viene dall’unificazione e dall’allargamento dei mercati (U.E. e Mondializzazione) con aumento di benessere.

La riduzione delle tasse da ulteriore riduzione dei costi, come la disponibilità di infrastrutture di trasporto che riducono i costi di trasporto e ampliano i mercati.

Inoltre una disponibilità di case in affitto (che oggi non c’è per colpa della legge dell’equo canone) consente alla mobilità del lavoro che così abbassa i costi con ulteriore possibilità di aumento della quantità prodotta.

Così si vede che l’economia e l’azione della concorrenza nel tempo sono fattori di sviluppo.

 

III.3.1 L’andamento della curva dei costi non più a U ma orizzontale. (Anche questo non c’è nei libri di testo).

 

L’andamento della curva dei costi ad U rappresenta una caratteristica “naturale” dell’economia che deriva da quel principio che dice che per ogni tipo di produzione o di produttore o di scala di produzione c’è un livello ottimo.

Abbiamo detto che un calzolaio ha il suo ottimo dei costi in cento pezzi al mese ad esempio e prima e dopo è più inefficiente e quindi ha costi più alti.

La U si forma con l’ottimo in mezzo tra il prima e il dopo la scala di produzione ottima al variare della quantità prodotta. Se fa poche scarpe ad es. i suoi costi sono più alti perché deve pagare l’affitto del locale su poche scarpe e perciò costerà di più. Se poi ha molte più scarpe da fare “non ce la fa” e sarà più inefficiente e avrà costi più alti, (come volevasi dimostrare). Lo stesso vale per un calzaturificio con potenza produttiva di 20.000 paia di scarpe al mese, o di 10.000 o di 10.000.000 di paia di scarpe al mese. Sempre si avrà una curva ad U, e così per qualunque settore, perché ci sarà per ogni caso una scala ottima, dall’artigiano che ha un suo ottimo, alla grande industria che avrà il suo.

Una cosa però rilevante è vedere (come abbiamo già visto) che una forza della tecnologia e della concorrenza porta sempre più in basso la curva dei costi garantendo bassi costi, sviluppo della quantità prodotta, e prezzi più bassi per i consumatori. Quindi abbiamo l’effetto positivo dell’economia di concorrenza che fa abbassare tutta la curva dei costi.

C’è poi un altro effetto sempre dovuto alla concorrenza e alla “maturità” della tecnologia che ora presentiamo.

Quando si è in sistemi di produzione avanzati, cioè a tecnologia abbastanza ricca, oltre che avere curve di costi che si abbassano abbiamo anche curve di costi ad U che si aprono, riducendo il rialzarsi della U, via via fino a rendere queste curve ad U quasi piatte.

Questo non deve vedersi come se la curva ad U non fosse più ad U ma come uno sforzo per ridurre al massimo i rialzi della curva ad U, con molti sforzi e soluzioni della tecnica.

Questa curva piatta (o quasi piatta) in realtà non si ottiene per la singola impresa, ma si ottiene per il sistema produttivo nel complesso.

Sommando gli sforzi aziendali e di impresa, di ridurre il rialzo della curva ad U dopo il livello ottimo di efficienza, fatti mantenendo un buon grado di capacità produttiva utilizzabile o mediante pronte forme aggiuntive di produzione in caso di aumenti delle vendite (part-time di operai ad esempio), si ottiene per l’insieme delle aziende di un settore una specie di curva ad U quasi piatta che indica una caratteristica delle “Economie Mature” che è quella di offrire qualunque quantità gli venga richiesta ma a prezzi costanti. (Anche questa mia considerazione non trova mai posto nei libri di testo)

Si capisce facilmente che una economia di questo genere non può essere mai una economia poco sviluppata.

Si dice che questa economia è “Elastica” nel senso che a ipotetiche variazioni minime di prezzo (in crescita) si ottengono variazioni infinite (o quasi) della quantità offerta.

Questa caratteristica di adeguare l’offerta senza il minimo rialzo dei prezzi è indicata da una curva piatta (o quasi piatta per restare pur sempre nello schema ad U che è ineliminabile completamente). Solo le economie mature raggiungono quasi questo livello.

In uno schema a curve di costo orizzontali si vede quello che avviene nelle economie mature e cioè che qualunque domanda può essere soddisfatta senza rialzo dei prezzi. Nello schema che segue vediamo che una variazione della domanda da d1 a d2 non comporta variazioni dei prezzi, mentre sale tutta la quantità offerta necessaria.

Questo avviene (o quasi) nelle economie mature.

La influenza della concorrenza sui prezzi e sui costi secolari è stata già indicata.

La concorrenza, quindi la quantità di imprese numerose, la favorevole libertà di iniziativa economica, la ricerca scientifica che abbassa i costi, l’estensione del mercato, quanto più globale è tanto più saranno bassi i costi e poi i prezzi per la concorrenza dei produttori tra loro, è a vantaggio sempre nel lungo periodo per i consumatori che avranno prezzi più bassi.

Quando queste condizioni sono negate (come per esempio nel Medio-Evo, non mercato e non concorrenza) l’andamento è stato l’incontrario, cioè alti costi e alti prezzi e poca quantità prodotta e la fame e la povertà.

Queste sono le nozioni di base che consentono di trattare ora i fatti storici e di fare esercizi sulle cose dette.

 

 

III.4 Esercizi.

 

A) La distinzione tra le curve statiche dei costi e le curve storiche dei costi.

Questa distinzione è fondamentale per evitare confusione quando si analizzano le curve dei costi. Se si studiano le curve dei costi al variare della quantità prodotta abbiamo le curve statiche dei costi (perché non c’è il tempo). Se si studiano le curve dei costi al variare del tempo abbiamo le curve storiche.

La distinzione è fondamentale.

Le curve ad U sono curve statiche perché indicano le possibili situazioni di impresa, sempre la stessa impresa che può produrre di più o di meno.

Le curve storiche dei prezzi o dei costi descrivono i prezzi o i costi che si registrano nel tempo.

Così la tendenza secolare di prezzi e costi è indicata dal variare di prezzi e costi al variare del tempo, anni, decenni o secoli.

Es.

Curva statica Curva storica
X = quantità prodotta t = tempo

Per ottenere la curva storica bisogna inserire il tempo nello schema statico e vedere che l’equilibrio col tempo si sposta sempre più a destra in basso con l’agire della

                

concorrenza e col variare più efficiente della produzione e dei costi. Assegnando ai valori di Cme o P il loro tempo in cui si sono verificati si ottiene la curva storica indicata.

In realtà già dallo schema statico si vede l’andamento storico del mercato che al tempo uno ha prezzi alti e poca quantità prodotta, poi via via si hanno prezzi più bassi e maggiori quantità prodotte. Questo è il progresso mosso dalla concorrenza e dal mercato a vantaggio dei consumatori, ed è il vantaggio dell’economia libera e di mercato.

 

B) Funzionamento dello schema statico di domanda – offerta.

 

La prima base fondamentale è vedere come funziona il mercato.

E’ noto a tutti lo schema di domanda – offerta. Quello che è importante è vedere come il funzionamento effettivo del mercato viene rappresentato con i movimenti delle curve di domanda – offerta.

 

Lo schema di base indica che se un numero elevato di operatori si reca ad un mercato per comprare e vendere la stessa merce si ha che i venditori prima del valore X venderanno la merce perché il loro costo di produrre il bene è inferiore al prezzo P che si forma nel mercato e quindi la vendita è profittevole. I compratori relativi saranno quelli prima del valore X che indica nella curva di domanda tutti quei compratori che per l’utilità di quel bene avrebbero pagato anche un prezzo più alto di P e quindi l’acquisto a prezzo P è conveniente.

Se dobbiamo considerare che le situazioni di mercato cambiano continuamente, possiamo fare daccapo ogni volta un nuovo mercato, oppure possiamo descrivere le variazioni sulla base del mercato precedente, e così abbiamo l’aggiustamento del mercato in continuo e per ogni situazione.

1)    caso: variazioni sulla curva di domanda.

 

Se la domanda di un bene sale (perché ad esempio al mercato di un paese arriva gente di un altro paese) abbiamo che gli stessi offerenti devono far fronte a un numero maggiore di acquirenti.

Questo si ottiene bene tirando una linea di prezzo orizzontale e dicendo: ad un dato prezzo prima la domanda era tot e ora è tot-altro, sulla curva d2. Ad esempio se prendiamo il livello P2 la domanda sarà X2 su d2 e X0 su d1 (cioè molto più bassa). All’incontrario si può leggere una riduzione della domanda. Se sale la domanda l’equilibrio sarà a prezzi più alti e a quantità scambiate maggiori. L’equilibrio va da P1, X1, a P2, X2. Se scende la domanda si va da P2, X2 a P1, X1.

2)      caso: se facciamo variare la curva di offerta abbiamo il seguente grafico.

Se l’offerta sale abbiamo più offerta per lo stesso prezzo e quindi per ogni prezzo e l’equilibrio si otterrà a prezzi più bassi a quantità scambiate maggiori.

Come si vede subito questa è una condizione altamente positiva perché dà, rispetto a prima, prezzi più bassi e quantità maggiori.

Questo caso ripetuto è ciò che abbiamo indicato come processo secolare (di sviluppo) dell’economia basato sulla concorrenza tra produttori che devono sempre più abbassare i prezzi.

Attualmente i settori dell’elettronica e dell’agricoltura sono i settori a più forte azione concorrenziale che fa abbassare i prezzi.

Se all’opposto le curve dei costi salgono abbiamo il caso dell’inflazione che si è verificato negli anni ’70 e ’80 e che continua ancora (2000) a livelli molto bassi del 2 –3%.

In quei casi un rialzo del prezzo del petrolio aveva generato un rialzo di tutte le curve di offerta perché il petrolio entra direttamente e indirettamente in tutte le produzioni (ad esempio energia elettrica o trasporti di ogni bene). Tale rialzo era dovuto all’uscita del mercato del petrolio dalla concorrenza, che tiene costanti o fa abbassare i prezzi, per la forma di mercato che è stata il cartello petrolifero, e il prezzo più alto si ricava in uno schema di monopolio che fa rialzare il prezzo, dato che il cartello è una forma parziale di monopolio.

 

Questo prezzo più alto si trasferisce poi sulla produzione degli altri beni che sono anche in concorrenza con il rialzo della curva statica dei costi generando un rialzo di queste curve dei costi in proporzione al rialzo del prezzo del petrolio. Questo effetto di rialzo dei prezzi generalizzato (di tutti i prezzi) anche di concorrenza si chiama inflazione che negli anni ’70 ha raggiunto livelli del 25% e ora è finita con un livello del 2 –3% perché è finito il cartello petrolifero.

L’impulso del rincaro del petrolio si è esaurito nel 1986 quando il prezzo del petrolio è sceso, con una piccola ripresa l’anno scorso (2000) per un rialzo piccolo del prezzo del petrolio. Negli anni ’70 il prezzo del petrolio salì di 15 volte (+ 1500%) da 3$ a barile a 45$ mentre l’anno scorso (2000) non è raddoppiato neanche passando da 20 a 30 dollari (+ 50%) e poi ricadendo. Con ciò si vede il maggior impulso all’inflazione che è stata negli anni ’70 del 20 – 25% e ora è del 2 –3%.

 

All’azione secolare ad abbassare i prezzi si oppone l’inflazione quando qualche mercato non è concorrenziale (cartello del petrolio), così i due meccanismi si sommano algebricamente confondendo i risultati. Se abbiamo inflazione i settori più competitivi saranno quelli che hanno meno inflazione, o se c’è inflazione bassa come abbiamo ora riescono ad avere prezzi decrescenti (Es. Elettronica e agricoltura perché sono in concorrenza).

Fuori dei casi di inflazione che sono rari, nella storia vale la situazione di concorrenza a prezzi stabili o decrescenti.

 

Allo stesso modo di questo mercato dei beni qui analizzato funzionano gli altri mercati, ad esempio quello del lavoro, delle attività finanziarie e della moneta e possono essere ricavati per esercizio. Va detto poi che ogni mercato si può scomporre ad esempio per il lavoro di un certo tipo (qualificato o non) o per un tipo di attività finanziaria dove si può distinguere tra titoli di Stato o obbligazioni private e tra obbligazioni del settore industriale (mobiliare) e quelle del settore immobiliare o fondiario (costruzioni ad esempio).

Con ciò gli esercizi di base sono sufficienti e ogni approfondimento può essere fatto applicando questi schemi ai casi specifici dell’avanzamento della teoria. Così si possono studiare prezzi e rendimenti azionari e di Borsa e del mercato obbligazionario e dei titoli di Stato e fare le valutazioni della relativa convenienza.

 

 

III.5 E’ facile fare l’impresa? E’ facile fare l’imprenditorialità giovanile?

 

Fare impresa non è facile! Ma non è difficilissimo! Fare imprenditorialità giovanile non è facilissimo! Ma non è difficile! E’ una attività che molti dovranno fare perché la politica economica che si fa è criminale e sta distruggendo l’economia per produrre eccedenze sul mercato del lavoro da usare per condizionare politicamente i disoccupati, e gli studenti in prospettiva.

Queste eccedenze sul mercato del lavoro vengono ricostituite dalla politica economica criminale perché la bassa natalità, con riduzione di oltre di 5.000.000 di nati dal 1970 ad oggi, avrebbe già eliminato la disoccupazione che è di circa 3.000.000 di persone.

Resta perciò la imprenditorialità giovanile come possibilità di darsi un lavoro con gli incentivi a questa attività che sono interessanti, e che ci sono anche se sono politicamente condizionati. La difficoltà del fare non esclude che si debba fare e che si possa fare, conoscendo le leggi elementari dell’efficienza, e che non sia difficilissimo, badando a quello che sempre succede quando si realizza un progetto o si fa una esercitazione: al primo colpo non viene nulla. Bisogna distinguere un cattivo progetto da un buon progetto che pure alla prima realizzazione, che richiede messa a punto continua, non sembra realizzarsi. (Come avviene per una tesi di laurea).

Bisogna in breve trovare beni da produrre che abbiano alta utilità e che quindi abbiano prezzi di domanda alti e poi produrli a costi più bassi o molto più bassi perché sia conveniente. Un buon rapporto può essere che i prezzi siano doppi dei costi, fino a fare esperienza del produrre e del vendere. Dopo si possono trattare anche rapporti inferiori al doppio, quando però si ha già il riscontro dei costi e i prezzi di vendita dell’esperienza che porta realtà ai costi e prezzi previsti che prima della verifica dell’esperienza possono risultare infondati o molto infondati, per cui ci vuole sempre la verifica dandosi degli alti margini.

Bisogna cioè verificare che la curva di domanda sia sopra o molto sopra della curva di offerta, che è la condizione di efficienza della produzione.

 

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