MARCELLO PILI
(COPYRIGHT 2004 )
NOVELLE LANUSEINE
Poesie, storia, lingua, economia della Sardegna
Edizioni La Sfinge.
Novelle Lanuseine
Poesie, storia, lingua, economia della Sardegna
Sommario
Novelle Lanuseine
Poesie
Storia
Lingua (Cognomi della Sardegna e linguistica)
Contus
Economia
Novelle Lanuseine
INDICE
Novelle Lanuseine.
10. La nave Ichnusa, i velieri
11. Gennargentu, Bau Mela, Tombe giganti
25. Lo specchio della finestra
Poesie
Storia
Lingua.
Contus
Economia
NOVELLE LANUSEINE
Novelle Lanuseine
Premessa
La Sardegna ha una storia molto più ricca e interessante di quanto comunemente è conosciuto.
Anzi, ormai questa consapevolezza è intuita abbastanza generalmente per la frequenza di vestigia di città e villaggi nuragici, ma la nozione di storia precisa e ricca, modulata dai fatti precisi non è molto conosciuta. Questi documenti rinforzano l'idea di storia di tutto rispetto, fino ai tempi dell'oblio recente.
Una generale cancellazione del passato lontano (3.500 - 4.000 anni fa), e di quello recente (Romano) è parte di una cultura di dominio imposta e non vera.
La conoscenza è l'incontro con la storia, piena di documenti di pregio.
Avamposto Miceneo in Occidente in epoca antichissima (3.500 anni fa), la Sardegna documenta l'arrivo massiccio di popolazioni progredite e guerriere che hanno costruito villaggi e torri a difesa dei villaggi e che tenevano i rapporti con le popolazioni di oriente da cui venivano i Micenei.
La linea di movimento e di arrivo dei Micenei può essere quella classica della navigazione Micenea e del commercio Miceneo, che si è installata su quella più antica della Sardegna con l'oriente dell'Asia mediterranea che esisteva dall'età della pietra , quando il commercio con la Sardegna prendeva ossidiana, grezza e lavorata, sale e pelli, prima della scoperta dei metalli, che poi diedero un altro impulso al commercio e anche all'arrivo dei Micenei. Questa è la linea Acaia, Creta, Egitto, Cirenaica, Cartago, Cale (Cagliari).
Dall'Africa si saliva agevolmente con lo scirocco e si scendeva col maestrale, e nelle giornate chiare le montagne del Sud della Sardegna sono ben visibili da lontano, e al largo della costa africana si può intercettare la vista delle montagne del Sud dell'Isola a forma di Sandalo.
Queste storie vengono raccontate con ciò che le pietre dicono, i luoghi e gli dei Mani.
NOVELLE LANUSEINE
Indice
25. Lo specchio della finestra
NOVELLE LANUSEINE
La spada piegata (Il cavaliere Celtico)
Filippo venne da me portandomi un trofeo: una spada piegata.
Questa era vera, con l'elsa in bronzo, un po’ arrugginita perché stava sottoterra, ma era in buone condizioni.
Nessuno di noi capiva perché una spada fosse piegata, ma in fondo era un regalo, un dono, un ritrovamento e interessante.
Le cose degli antichi apparivano, qua e là, e chi era il più pioniere e audace riferiva di qualche nuova cosa. Lì c'è una tomba, lì c'è un nuraghe.
Già io avevo notato in una campagna di mio padre, Santa Lucia, delle terracotte a pezzi nel terreno, che io raccoglievo, e poi anche pezzi di mole, quelle pietre nere forgiate a segnare cerchi, pezzi di cerchi, bacini o pezzi di bacini di mole che io riconoscevo perché fatti di pietre diverse, forate, porose, che avevo visto più lontano, pietre nere, diverse dalle pietre rosse, lisce, o bianche - grigie del granito di cui era fatto il terreno. Pietre basaltiche. Quelle rosse le chiamavano pietre di Serragus, ed erano spezzettate perché la originale intrusione della roccia si era raffreddata in fretta, forse, e quindi la roccia si spezzettava.
Così era il terreno lungo la strada per andare a Santa Lucia: granito rosso e granito bianco. E proprio entrando nel podere di Santa Lucia c'era un passaggio sopra il "Serragu" che dava l'accesso all'oliveto; olivi di mille anni e più, fichi, mandorle, e un bellissimo fiume che scavava il granito con delle bellissime vasche, sotto l'ombra degli ontani, con cascate e rumore di uccelli e gazze (Marapicas, forse Malae pichae, "Orrende piche" come le chiama Dante per il suo stridore orrendo del verso, ma bellissimi uccelli che abitavano quei fiumi).
Tutto questo era meraviglioso, straordinario.
Un regalo inaspettato della natura. Era un piacere andare a mangiare sotto quegli alberi, col fiume vicino, con le vasche d'acqua lucente, una piccola sorgente sotto roccia di granito dove si incontravano i "giornalieri" (giornaderis, operai agricoli giornalieri) e le giornaliere per il pranzo.
Tutto parlava di una bellezza pagana, le pietre, le terracotte, il fiume, il bosco intricato sul fiume, le giornaliere, buona compagnia, straordinaria, i segni di mura di una casa antica. Eh già, era una fuga, una bellissima fuga, da dove non si sapeva, da dove non ti dicevano, che i Sardi avevano un passato, che costruivano Nuraghi, che mai se ne vedeva, e in campagna qualcuno diceva: "dovevano essere proprio grandi questi Sardi per costruire con queste grandissime pietre" le tombe giganti che allora si dicevano "le tombe dei giganti", ad indicare quei "giganti" costruttori di tombe e nuraghi. Tombe di cui c'era qualche notizia lontana, nessuno ne parlava con precisione.
Là nel luogo del non sapere, là dove non ti dicevano, là il luogo della "dottrina" la domenica pomeriggio, era il luogo della fuga.
Suonata la campana della "dottrina", Filippo passava sotto casa. Ajòh! Andiamo. Poi Piriorgiu, la ferrovia, a passo svelto, otto minuti eravamo a Selène. Respiro forte. Il passo nei boschi, fuori del non sapere, dove non ti dicevano. Lì c'era un Nuraghe, lì c'era una tomba, un extra che nessuno voleva acquisire, tanta era la paura nel non essere, nel non sapere.
"Dottrina", catechismo, scuola, non sapere cattolico. Il regime non lasciava spazio, non dava notizie perché pagane, che forse aveva distrutto.
Filippo intanto aveva fatto raddrizzare la Spada. Una bellissima spada, tutta lavorata sull'acciaio e l'aveva fatta lucidare. Una spada vera, una meraviglia. Ma nessuno osava, nessuno sapeva, perché lì era il non sapere e il non dire.
Dove era stata trovata la spada? Mai e poi mai chi poteva usarla?
Così questa spada si vide un po’. Era bella, era straordinaria, ma in fondo non si sapeva, non si diceva.
E così un giorno subì un danno, irreparabile. Il non sapere, e il non dire se l'erano consumata. L'avevano portata dal fabbro e l'avevano mangiata. Io avevo visto il suo corpo scavato dalla grave pietra di mola.
Il suo corpo era lucido che gridava il dolore del ricordo perduto, di essere una spada, di chi sa chi?
Era diventata un pugnale, contrastante tra quell'elsa in bronzo, grande e autentica e la lama mangiata dalla mola del ferro.
Un dolore lontano la voleva ridare al non dire al non sapere.
Questi pensieri restavano là, senza sapere di antichi, di navigatori audaci ed Achei venuti a colonizzare la Sardegna e risaliti dalla costa lungo le valli (Su Acu) fino ad arroccarsi a Selènis, dove i Romani li condussero più in basso, dove potevano fare l'agricoltura più calda verso il sole alto (Su Acu).
Seppellirono i morti con i loro pettorali di fàlere antiche e costruirono qui le nuove case, quadrate.
Oggi si racconta di esercitazioni, nella scuola per l'agricoltura, quando non si diceva, fatte sulle tombe, a Marcìa.
Là dove c'era la sorgente e il pozzo (acqua Marcia?) e dove le donne andavano a raccogliere l'acqua, comunemente, quando non andavano a Marcusei, più lontano.
Lì a Marcìa, in Su Monti Sperrau, c'era un cimitero (Sperrau dall'acqua di Marcìa). Forse antico. Quando mi dicevano che zappavano sulle tombe chiedevo: ma si è trovato qualcosa? Eh sì! cungialeddas mi hanno detto. Così ho pensato al Cavaliere Celtico, Longobardo, Vandalo, alla sua spada. Non era ancora possibile non sapere, non dire.
Le venti pecore.
La corriera di Contu passava una volta al giorno e andava a Cagliari. Ma era più frequente trovare chi andava a Cagliari per "l'impresa" e faceva il viaggio in compagnia.
Seicento pulcini pigolavano per tutto il viaggio di ritorno instancabili, interrotti solo un momento quando c'era una frenata o una accelerata.
Si era passati prima a Cagliari a raccogliere i pulcini "già vaccinati" e ciò sembrava una cosa incredibile, che i pulcini fossero vaccinati quando ancora non si era sicuri di vaccinare le persone. La mattina si era partiti all'alba, alle 5. Si camminava per Sa Serra che offriva un accorciamento di tempo ma tra curve e polvere.
All'alba arrivammo a Gruxi 'e Ferru. Ancora buio, trovammo la mamma che ci offriva una colazione, come sempre le donne anche in campagna danno gentilezza. Poi a Cagliari. La continuità faceva sforzi di essere capita, ma tutti vedevano una modificazione della stabilità di secoli che nel 1950 aveva la fine del Medio Evo in Sardegna.
Pochi sapevano che bisognava ringraziare gli Americani. Qualcuno diceva che gli Americani volevano annettersi la Sardegna e dicevano "magari fosse stato".
Una buona situazione si stava creando e vedeva abili interpreti tutti: chi faceva l'impresa, chi studiava, chi ancora si attardava sulla campagna, e qualcuno era pastore.
Ma si parlava come se si fosse smesso il capotto vecchio, e nessuno aveva premura per il ruolo che svolgeva, tanto tutti si usciva.
Si scopriva il saggio che era nel pastore, che aveva il tempo e la solitudine per la riflessione.
Gli eredi dei re - pastori, degli Achei, avevano il culto del sapere, del pensiero, venivano dal tempo antico quando il sapere era fatto a fianco alle pecore e al vomere (si dice che il poeta Esiodo si facesse i vomeri da se per arare la sua terra).
Il contatto con la natura, il controllo del ciclo naturale per l'agricoltura e la pastorizia, il sapere medico per l'allevamento, facevano di queste persone piccoli impegnati alla conoscenza. Chi lamentava la poca scuola fatta, per le pecore. Altri vantavano la quinta, chi addirittura la sesta.
Così capitava che lo studente o lo studente universitario aiutasse il padre nelle cose familiari e discutesse con gli anziani che rappresentavano l'antico Omerico, non tanto attardato, quanto ritornato col cattolicesimo per la provocata caduta dell'Impero Romano.
Un giorno si ritornava da Cagliari e c'era sulla corriera un giovane più grande che studiava a suo tempo con lo zio prete e qui aveva "preso" la terza media. Lo avevo conosciuto dallo zio prete quando facevo "l'esame di Ammissione"……alla prima media.
Chi cercava di uscire in estremis dal cesto del Medioevo studiava in privato, tutte le materie, perché non c'erano scuole o voleva recuperare di non averle fatte.
Parlando del più e del meno, piano piano sentivamo due anziani al posto avanti a noi che tenevano un ragionamento importante.
Pian piano ci sembrava che l'argomento fosse quello, sì, proprio. Parlavano di Samuele.
Questo nome che veniva dagli ortodossi, dall'Impero di Oriente, da dove la Sardegna si era staccata tardi portandosi appresso il governo dei giudicati, nel paese dove si chiamano Priamo e Pilimedda a ricordo della storia, riportava noi studenti alla storia.
Sentimmo efferatezze tremende, storie di servi pastori, di audacie difficili, di protesta dell'essere immersi nel medioevo e sacrificati: tutto si poteva ora vedere e dire perché non era più realtà e anche nei matrimoni delle famiglie dei pastori si ballava.
Perciò si fece avanti e disse: "E' vero che Samuele ha ucciso venti persone?". Zzu, è stata la risposta; eh!?...quindici!.E ci raccontarono il primo che Samuele sparò.
Era un suo parente, uno che fuggiva e che si era riparato in un altro paese. Là Samuele lo raggiunse e lo sparò.
"Ma cussu cane non sind'er benniu a bidda? E non fu m….!"
"De tando Samuele du su……..".
Così noi fummo trasaliti e il racconto successivo sembrava divertente.
Uno dei due di un paese vicino era più anziano e aveva conosciuto Samuele.
Avevano fatto qualche operazione insieme. Avevano rubato un giogo di buoi. Poi si avviarono per Cagliari e per strada rubarono un altro giogo di buoi e poi un altro.
Tutto "andò bene", arrivarono a Cagliari, vendettero i buoi e rientrarono.
Arrivati al paese dopo qualche tempo Tizio fu fermato, poi un altro, poi un altro.
I bollettini erano firmati da un veterinario morto.
Una volta Filippo su questa stessa strada disse: rientriamo con Contu!
Il pomeriggio era caldo, era primavera. La corriera quasi piena, noi ai posti davanti. Si sonnecchiava. Appena avevo visto un autista giovane sulla trentina con lenti molto spesse.
Dormivano quasi tutti nel pomeriggio caldo fiduciosi nel nuovo.
Poi bom, bom, borobobom! Urti sordi…..il crepuscolo arrivava, belati. Beeeh, beeeh. Il soprassalto. Uscimmo, e sette, otto, dieci pecore o più erano stramazzate. Il nostro nuovo non riusciva ad evitare lo scontro col vecchio.
Oggi lo scontro è alimentato da chi amministra i veleni e, come diceva Lucrezio, prima i veleni uccidevano mentre ora più si usano per uccidere gli altri.
Monte Tricoli
Monte Tricoli è il padre della valle, Su Acu è il nome romano della valle, da Vacum o Vallum.
Il monte è compagno del viaggio e del lavoro, ti guarda sempre e prima ti dà la luce, il sole, e poi il mantello di ombra per la notte.
Alla mattina quando ti affacci al fresco de Is Orgiolas (dall'orzo che anticamente si trebbiava) il monte è già lì. Ti dà la sua frescura e poi via via il calore. Camminando lungo la strada di Su Acu, Is Calaregus, percorri la strada romana che portò i primi guerrieri a coltivare la terra.
Terra dura, terra secca, ma buona di ogni frutto con poca acqua, come diceva Strabone per la Sardegna.
Là vigneti, mandorleti e uliveti, con orti e frutta, sono la base della vita del paese.
Ma molto si deve agli impiegati, che ci sono in abbondanza per l'abbondanza degli uffici pubblici, vera sottoprovincia e sotto prefettura.
Così molti impiegati pubblici offrono i cognomi forestieri, mentre i Sardi sono qui dal '300 con gli stessi cognomi e forse da Roma. Angius, Cabras, Piras, Boi e così via, e il paese ha un'aria continentale di più generi.
La strada de Sa Serra portava al mare da cui erano venuti i padri ed erano risaliti lungo il Su Acu, ed il territorio congiungeva il Monte Tricoli col mare.
Il Monte guardava complice il notevole forte e villaggio con la coda dell'occhio, e loro protetti scrutavano il mare da cui ormai non arrivavano solo fratelli ma altri. Il lavoro era duro ma i frutti buoni e abbondanti. "Sa sciuttura" era la condizione normale ed ogni anno c'era l'apprensione per la stagione.
Ma non si vedevano fuochi, chè questi sono volontari.
Da lì si vedeva il villaggio di Selènis, il nuraghe di Taccu e il gruppo che non era salito a Selènis e si era fermato a Perda 'e Sorris, vicino ai luoghi sacri del sole, a Paùlis. Altri erano rimasti vicini alla spiaggia a Musedu.
Il monte Tricoli sorvegliava i suoi figli e ospitava la bella foresta che dava la barba al vecchio, mentre sulla testa saettavano i fulmini. Piccolo Olimpo di Nuraghi, grondava sorgenti, dava la legna al bisogno.
Austero ed ampio copriva la salita che si era fatta necessaria dal mare.
Altri erano andati più in dentro a Ruìnas, per poi riscendere a proteggersi sul Monte Idòlo, e altri ancora più in dentro si proteggevano sul Monte Correboi e sotto il grande padre Gennargentu, vero padre dei Sardi che li ha protetti.
A Bau Mela ci sono insediamenti arroccati ed anche a Montarbu di Tonneri e tutti si conoscevano ed andavano a S. Vittoria di Serri a Maggio.
Ci furono poi cose cruente, il Monte vide schiere salire e riscendere tutti alla valle, a Su Acu, per una vita di lavoro.
Molti figli aiutavano i padri e furono costruite case per le aziende agricole e ancora lì stanno pietre, le terracotte, gli olivi di duemila anni, le strade pietrate.
La porta di mezzogiorno, parete verticale di orientamento Sud - Nord, avvisa della pausa per il pranzo e il riposo de s'ora 'e su soli, che trova conforto nelle fresche acque delle sorgenti di Su Acu e delle ombre che fanno ombrello sulle sorgenti.
Ora camminando in sa strada 'e is orgiolas, verso Tucci, sembra che il Monte non abbia più niente da dirci.
Ma l'occhio si volge a guardarlo, con rispetto, per la maestà, anche se un po’ sembra stanco.
Sembra si appoggi a Mezzogiorno, verso il declino verso il mare, come è dall'altra parte un po’ franoso e sembra stanco.
Ma non è vero. Si vede lontano il Monte Astili, detto perchè era lontano verso il mare e faticoso il ritorno verso Selènis.
Allora si andava al mare sempre nelle terre della stessa famiglia, da Tricoli alla spiaggia, perché quella era la strada che avevano fatto i padri, lasciate le navi sulla bella spiaggia, piano piano erano saliti.
C'è chi vuole far dimenticare le dimore e la storia dei padri, la geometria delle pietre che furo armoniose e buone case.
E' la gente fenicia arrivata, che fa i sacrifici umani alla sua dea ancora all'opera in Sardegna.
L'onore dei Sardi è piegato dalla confusione e si intende per Sardo quello che Sardo non è ed è fenicio.
I sacrifici umani che ancora si fanno in Sardegna sono fatti per soddisfare la dea Fenicia che divide e impera così.
Con Roma il Fenicio è zittito e la Sardegna vive sei secoli di pace e benessere. Dopo, i Fenici ripresero la distruzione dell'impero Romano fondando una "nuova" religione, ma vecchia, che fa i sacrifici umani.
Il padre, il Monte Tricoli, guarda stanco e non approva. Coloro che non guardano la sua disapprovazione e fanno sacrifici umani alla dea Fenicia oggi non visitano più le case dei padri, persi come sono.
Il Fenicio oggi si finge Sardo e spinge i Sardi ad usare il valore contro se stessi per fare grande la dea Fenicia che vuole distruggere la Sardegna.
La storia e l'onore dei Sardi servono a togliere l'ingenuità che fa oggi i Sardi vittime sacrificate alla dea Fenicia
Piazza Martiri
Chi è nato sotto i Savoia da più di cento anni e non è stato sotto Baroni e Caporali degli altri regni del Sud sa perché in Sardegna non c'è la sopraffazione del caporalato.
A Piazza Martiri ci si incontrava la Domenica mattina, in quel piccolo spazio, raccolti e forti. Là c'era la pasticceria, l'offelleria, là si incontrava la gente importante: generali, medici, avvocati, professori universitari.
Per chi veniva per gli studi la differenza era questa: i Martiri d'Italia. Al paese c'era l'offelleria, c'era il medico, l'avvocato, ma non era chiara la presenza della patria e della forza intellettuale che la sosteneva. Anche se le vie si chiamavano via Zanardelli e via Siccardi e sicuramente i patrioti erano forti nel pensiero.
A piazza Martiri si incontravano le persone che già erano a Cagliari da tempo.
Lì, il Bastione era la porta del moderno con l'antico.
Loro, in un cippo a Vittorio Emanuele II, partecipavano della vita che avevano consentito.
Là si incontrava Raffaele, che parlava piano, molto piano, grave, così …. deo … naro, ed aveva molti anni di università (un pontefice massimo!) per l'incertezza dei redditi familiari.
Si raccontava che già dal liceo si incontravano a Piazza Garibaldi, nella fretta di essere grandi, e qualcuno dovette rientrare al paese prima.
Ma anche dopo l'attenzione a Piazza Martiri, c'era la Torre Pisana, Piazza Yenne e le mura spagnole che portavano al nucleo fondamentale, pure nella città recente, Villanova e la città moderna.
Si andava a ballare la domenica, dovunque c'era una festa ed un incontro, e sembrava una cosa generale e normale.
Poi venne la dea Fenicia. Aveva le insegne colore del sangue, istigò ai sacrifici umani. Là un drogato, là uno scippo, chiuse le fabbriche, il porto langue, le macchine sembravano tutte vecchie e ruggine.
I sarcofaghi della dea Fenicia sono in via Roma e nella vecchia sede antica di Santa Avendrace.
Riprende il fare Fenicio, non veritiero, che sostituisce quello Savoia che era già degli Achei. I soldatini Savoia, smarriti, pensano a cosa succede, a chi fa malefici e la popolazione deperisce.
La dea Fenicia vuole i sacrifici umani e cerca di indurre i Sardi ad adorarla, i Sardi che amano la vita, ma amano l'onore e la non sottomissione.
Che onore è sacrificare i Sardi alla dea Fenicia che beve il vino nero?
La tomba gigante che era sotto la torre Pisana era la tomba di Iolao, Sardus Pater, padre di Sardo.
Da allora Ichnusa fu chiamata anche Sardegna, terra dei figli di Sardo; si veniva dall'Africa con vento del Sud e si scendeva col Maestrale. Altri venivano dalla Sicilia col vento di Levante.
Il commercio era abbondante, commercio di ossidiana lavorata per punte di frecce e di coltelli, rame e bronzo, sale, pelli.
Arrivava l'oro, la grazia del dio e la luce del sole che animava la vita e decorava. Il bel vasellame si faceva con la buona argilla, manufatta già dagli abitanti Clari di Cagliari che ospitarono Iolao.
Ci furono feste e banchetti. Furono sacrificate cento capre, cotte intorno ad un fuoco lungo venti metri con gli spiedi conficcati in terra. La mensa imbandita dai Clari riportava l'omaggio del Re di Etiopia agli Ateniesi che quei Clari portavano nella tradizione.
I navigatori trovarono l'Isola meravigliosa, la credettero la più grande del mediterraneo e la fecero la più grande. La dotarono di mille e mille torri che i classici ammiravano riconoscendo ai Sardi l'arte di perfetti costruttori. La terra diede frutto abbondante di ogni cosa e divenne il territorio più popoloso e ricco di Occidente.
Movimenti di navi erano continui dall'Oriente e dai pelasgi fratelli.
Finchè le mire della dea Fenicia non attaccarono la Sardegna con la seduzione dei gioielli leziosi e con i sacrifici umani.
I Sardi opposero lotta, diedero rotta ai Fenici.
Si incominciarono ad allontanare dal mare, ricostruendo la gran torre a trenta chilometri e vi trasferirono la tomba di Iolao a Baru (Do) Minus, (Nuraghe del Re). La nuova reggia. Altri arretrarono di più a fare una fortezza a corona intorno ai monti orientali che andava fino a Bonorva.
Qui posero trincee a difesa dell'onore e della libertà e contro i sacrifici umani.
Mai furono sopraffatti dai Fenici.
Altre forze vennero e rispettavano l'onore e la libertà e non tolleravano sacrifici umani.
Fu ciò che diede la lingua, il diritto, i nomi di animali e frutti della terra, navigatori dell'occidente intero.
Vennero poi altri eredi di questi che continuavano la storia della libertà e dell'onore e si chiamavano Savoia.
I piccoli soldatini Savoia andavano a scuola ordinati, sicuri di appartenere a gente onorata e libera che rifuggiva i sacrifici umani e i riti Fenici del falso.
A Piazza Martiri i Sardi si incontravano con gli uomini liberi dell'Italia, operosi, validi e tenaci.
Nessuno si lamentava dell'avere, che era sempre abbastanza, ed era contento dell'essere qui insieme, vicino.
Piazza Martiri, luogo del fare sicuro, del futuro nobile e fattivo. Pietre a difesa, bastioni e torri, a difesa della libertà, dell'onore dei Sardi, che non furono mai sacrificatori di uomini alla dea Fenicia.
Gli Avi
Vennero, ispirati dalla Musa, e si posarono là dove il
mare risuona lungo la riva. Musa chiamarono il luo-
go che li ispirò e ancora si chiama Musedu.
Costruirono un castello a torre, in pietre grosse, sim-
bolo, richiamo e difesa, e lì rimasero i vecchi. 5
Altri si avviarono verso il campo; c'era il fiume sen-
za alberi e solo cardi, e lo chiamarono Cardedu.
Altri si avviarono verso il bosco, verso l'alto, e tro-
varono i lecci, buoni boschi, e lo chiamarono Ilixedu.
Lì si fermarono per secoli e costruirono un castello 10
a torre in pietre grosse su buone terre rialzate, con
vista del mare, a Taccu.
Crebbero di numero, nella nuova patria, simile, sem-
pre rivolti al sole, da cui erano venuti.
E venne un giorno che nuove genti vennero dal mare. 15
Portavano mercanzia ma non avevano il dono della
stessa progenie. Non portavano amore ai luoghi, alle
origini, e non si fermavano.
Qualche donna pensava si potesse mercanteggiare,
ma non serviva. 20
Frutti della terra e la lana erano abbondanti e le po-
polazioni di Taccu spesso rivedevano i discendenti
degli Achei rimasti ad onorare la Musa e più vicini
al suo canto.
Ma presto saggi dissero che era meglio rientrare. Si 25
vedevano monti luminosi al bagliore del sole, luo-
ghi piovosi e il fiume d'inverno s'ingrossava a segno
delle bagnate valli dei monti.
Più navi venivano, e i saggi insistevano! Così le nuo-
ve famiglie, i piccoli figli, salirono verso le luci del 30
tramonto.
Qui il luogo era più alto e la vista maestosa.
Costruirono un castello a torre a pietre grandi che i
fratelli rimasti a Taccu chiamarono Perda 'e Sorris.
Le sorelle sposate erano andate coi loro figli. E lì 35
presero ad adorare il Sole e più su eressero un altare
naturale ai loro sacrifici.
Qui si riunivano in primavera, al sostizio, ed era l'oc-
casione per incontrare i parenti di Taccu e quelli ri-
masti a sentire il canto della Musa, nel luogo degli 40
Antichi.
Il luogo fu chiamato Pàulis dai tanti bambini che
c'erano ed era dedicato ai nuovi dell'anno, alle novi-
tà.
Poi si ritornava ai campi seminati, agli orti, alla lana, 45
ai tessuti.
Per i telai si facevano i pesi in argilla e si cacciava
ancora con le buone pietre di granito forate, che abili
artigiani costruivano con maestria, senza romperle.
Verso il mare ormai non c'era più attività e si vedeva- 50
no navi salire e scendere la costa. Navi veloci, ap-
procci di mercanzia ormai evitati.
Qualche nave Achea aveva portato la voce che all'al-
tezza delle grandi Kale c'erano scontri e i nuovi si
sistemavano sulle isolette o in rifugi protetti e poi via. 55
L'interno era attraente, buoni fiumi, buone sorgenti,
buona selvaggina, anche buon paesaggio. E così si
saliva.
Da Pàulis tracciarono una strada lungo la Serra del
monte e apparvero alla vista del monte del Tramonto. 60
Maestoso e barbuto, dotato di boschi lanuti, fino al
piano che dedicarono alla Luna e tutto intorno c'era-
no le sorgenti del Padus.
Quassù la popolazione crebbe. In estate si veniva su,
e anche chi era rimasto a Taccu trovava le sorelle di 65
Perda 'è Sorris.
Presto ci fu una grande quantità di popolazione. Si
costruì un grande castello a torre e i vecchi indicaro-
no il loro Re. Altri erano andati anche più indietro,
dietro Monte Armidda e Perda Liana e altri sotto il 70
più grande padre del tramonto che vegliava sul son-
no.
Si prese ad andare a Serri una volta l'anno. Si pote-
vano vedere tutti gli Achei, i parenti di quelli che
erano partiti insieme ai nostri avi che si erano fer- 75
mati a Musedu. Lì si era bello. Era tutto come in
Antico, ai tempi del viaggio, verso l'isola più gran-
de del mare Verde.
Ora che nuove navi portavano mercadanti e sempre
diventava difficile ritornare verso dove erano partiti 80
gli Avi, si videro un po’ perdere i valori di libertà e
di onore; ma quando c'era uno scontro i Mercadanti
fuggivano rapidi.
Sull'altopiano dedicato alla Luna la reggia dominava
la valle che gli antichi avevano salito e che scende- 85
vano spesso per le coltivazioni. La strada principale
era quella che portava dal sito dedicato a Selène, attra-
verso la Serra, ai luoghi del bosco primario di Ilixedu
e al Cardedu, e di lì al luogo delle Muse del canto.
Verso una Focea minore seminarono grano. Lì all'e- 90
state si faceva la festa del dio che aveva dato l'aratro
e perciò più frutto della terra.
Lì presto vennero tutti al primo caldo dell'estate, poi
indietro al castello dei Sulis, a quello delle Sorelle, e
gli altri risalivano più piano l'antica strada che ave- 95
vano disceso.
Un giorno venne il turbine.
I mercadanti portarono i loro nemici, che sottomisero
le città in costa. Su ci furono tuoni e lampi e poi si
fece una cerimonia, più in basso, verso le fonti di 100
Marcìa.
Ci fu una sepoltura. Eroi furono sepolti con i loro pet-
torali di fàlere guerriere.
Nuove case furono costruite, quadrate e murate. Si
prese l'uso di più comodità. La vicinanza della terra 105
e meno freddo fecero più ricco il nuovo abitato.
Le fonti erano tante e quelle del Padus facevano fiumi
per gli orti. Le pietre vennero spaccate e molti orti si
ebbero.
Su a Selène si saliva a trovare i luoghi degli Avi, a 110
portare il mangiare alle loro tombe ,che avevano sì la
forma del toro che aveva dato ricchezza dalla terra,
ma erano più vicine al simbolo della origine vera.
Si saliva per fare legna, per gli orti estivi che vi era-
no coltivati in montagna. I nuovi vi costruirono pic- 115
coli santuari ai loro dei.
Gli dei degli orti e gli dei dell'acqua. I Geni e le Ninfe
del luogo.
Molti salivano sul vecchio castello caduto e guarda-
vano il mare lontano, lì dove erano arrivati gli Avi. 120
Di qua si vedeva tutto il mare e ora le navi erano più
frequenti e molti abitavano le città dei porti: Merca-
danti e nuovi venuti.
Molte vigne furono messe e molto vino si faceva e
molti furono chiamati coi nomi delle cose del vino: 125
Cuboni, Carrada,Doa.
Tutto era ora coltivato e molti andarono per mare di
nuovo perché soldati, e altri poterono rivedere le città
che in Acaia si chiamavano Olbia e Tiana e racconta-
re di questa isola grande nel mare Verde dove erano 130
arrivati gli Antichi Achei.
Poi venne l'ombra e tutto fu dimenticato, e qualche
bambino raccoglieva i cocci di mattone di case qua-
drate nascondendoli nei muri di pietra insieme ai pez-
zi di antiche mole. 135
Gli antichi parlavano e i nuovi non sapevano, perché
l'ombra aveva cancellato soprattutto il racconto degli
Avi.
Grandi costruttori, fermi nei valori dell'onore, non po-
tevano essere dimenticati. 140
Tutto parla di loro, fuori le grandi opere lasciate che
non il tempo distrugge e dentro gli Dei Mani.
M.P.
La colonia Romana di Arbatax
Già da lungo tempo abitavano sotto la torre di S. Gemiliano numerosi marinai e addetti al commercio, nell'ansa della costa coperta da tutti i venti escluso lo scirocco. In realtà lo scirocco era vento estivo, mai troppo forte, e consentiva anche la navigazione in salita lungo la costa. Per scendere bastava il solito maestrale. Questo centro di marinai e commercianti si era formato sopra l'approdo di altri che già coltivavano la terra, curavano l'allevamento ed erano pescatori.
Il porto era nel canale del fiume, navigabile per un po’ verso l'interno.
La convivenza fu un po’ imposta e un po’ utilizzata perché navi in arrivo portavano molta mercanzia di stoviglie e anche gioielli e martelli e scuri che si vendevano all'interno, e altre stoviglie si caricavano (brocche, impastere, lavamani, pentole e altro). Quelle in arrivo erano care e quelle in partenza erano meno care per cui quelle in arrivo si vendevano con più difficoltà e c'erano magazzini per la custodia e addetti alla vendita che viaggiavano nell'interno con asini, solcando i sentieri, che ancora esistono, verso i villaggi di Lanusei, Talana, Tortolì.
Questi marinai erano anche buoni agricoltori e così i campi furono ben coltivati e c'era ricchezza di ogni frutto.
L'arrivo di navi portava sempre attività e novità ed erano seguite le navi anche dall'interno che le vedeva anche se con circospezione.
Crescendo il movimento si fece un nuovo approdo dentro lo stagno che si stava colmando con la formazione di un cordone sabbioso che separava il mare e garantiva un approdo riparato.
Da lì altri portavano mercanzia in arrivo e in partenza. Di lì partiva anche il pesce conservato che poi fu chiamato Bottarga, perché si portava via.
La colonia di sotto S. Gemiliano cresceva e cresceva anche il centro di Tortum (o Portum) che lavorava per i due porti lì vicino.
Poi un giorno si cambiò. Vennero nuove navi e soldati. Ci furono viaggi verso l'interno e molti furono avvicinati al mare e furono costruite strade lastricate ancora visibili in montagna.
I soldati restarono lì perché sulle montagne non tutto era chiaro, e così si sposarono e lavorarono e quando finì il servizio di soldati ebbero la terra e stettero là.
Erano soldati che venivano molti da Ponza, un'isola di fronte.
Il tempo durò a lungo e la popolazione crebbe, anche se nel centro interno di Portum (o Tortum), ma le famiglie marinare e di coltivatori sulla costa erano molte.
C'erano ancora molti che stavano più interni, ma non più tanto lontani sui monti, e c'erano le strade selciate e i vecchi sentieri degli asini.
Questo periodo durò a lungo e ancora ci sono i segni di quelle case che escono a S. Gemiliano se si ara profondo.
Il fiume aveva riempito il canale navigabile, e talvolta si usava il porto Frailis anche se più esposto al vento, ma più profondo.
Col tempo poi questo benessere divenne debole. Vennero guerrieri da Sud e devastarono e poi si ristabilì un po’ la popolazione, finchè non si doveva temere ormai costantemente dal mare e la popolazione si allontanò un po’.
Rimaneva a S. Gemiliano sempre la gente dei vecchi soldati, anche se molti abitavano a Portum (o Tortum) e altri erano saliti anche più in su.
Dopo, quelli di S. Gemiliano si trasferirono ad Arbatax, dove c'era la torre che difendeva il porto dello stagno, che ormai si stava chiudendo, e lo stesso porto di S. Gemiliano; ma preferirono stare più vicini alla torre.
Qui continuarono l'attività di navigazione e di mercanti, la pesca e le spedizioni e poi ebbero un porto nuovo, buono per i fondali ma esposto ai venti.
Qui tanti pescatori uscivano la sera per rientrare la mattina, e dall'interno qualcuno veniva per partire con le navi, finchè qualcuno venne anche per le sabbiature e per il mare.
Si camminava con i carri e si spedivano per Pisa o Genova il vino e la legna, o l'olio e le mandorle.
Poi il traffico divenne regolare e anche fu messa una nave di linea bianca che portava lontano.
Quando appariva in porto era festa e lì si incontravano per le spedizioni o per curiosità, per la partenza o poi gli arrivi, anche di visitatori del mare.
Non sempre quelli che si erano trasferiti da molto all'interno venivano riconosciuti, anche se portavano lo stesso cognome. Anche il paese all'interno portava lo stesso nome del cognome, Arzanu.
I tuoi fratelli sono (uguali a) i tuoi Avi
Uno raccontava che all'estero l'avevano preso per egiziano. Un altro raccontava di essere stato preso per un palestinese. In realtà, di più lo si poteva vedere col turbante bianco tuareg, un fucile a canna sola a cavallo, e abbronzatura.
Ma l'altro fratello e la sorella sembravano Ebrei, Fenici. Più alti, presto brizzolati, aperti e spigliati nel comportamento.
Su tutto dominava lo zio Giuseppe. Vero Ercole Fenicio, un Sansone, anche di giustizia, da tutti apprezzato.
Fratelli e sorelle suggerivano ora l'una ora l'altra progenie. Chi sembrava un Siriano, ma il padre aveva occhi chiari e la stirpe diversa, biondiccia. Da Progenie vicina o lontana, Pisa o Genova, o Galli o Vandali. In fondo era più facile pensare a Galli o Vandali perché c'era ormai assorbito molto dei Sardi.
Anche gli ultimi acquisti recenti portavano capelli chiari, talvolta provenienti da Greci di Magna Grecia. Certo i capelli chiari avevano anche una storia recente, o capelli rossi.
Oltre che avere capelli rossi, si chiamavano anche Ruju, Rubiu, Brundu, mentre i Sardi si chiamavano Nieddu, Murru, Murinu.
Ma erano venuti forse da poco e dalla zona Celtica recente e qualcuno si chiamava per l'avventura Robinson Crusoè.
S'era costruita una ferrovia Cagliari - Arbatax per il carbon fossile e fu fatto il lavoro da Scozzesi, i Celtici insomma.
Così lungo la via ferroviaria si sono fermati i capelli rossi, con i loro cognomi Ruju, Brundu etc.
Certo c'erano ancora i nuragici, che ben si potevano vedere con quegli occhi cerchiati scuri come i bronzetti, e si poteva immaginarli con il mantello, la mano sul petto e il pugnale del rango.
Si vedevano, e alcuni tenevano il ruolo del capo, inseriti, ma astratti dal presente.
Qualcuno preso dagli avi Sardi era piccolino, e cercando di costruire realtà solide.
Le cose ora non consentivano l'utilizzo delle valide capacità degli Avi; questo per l'intervento della dea Madre Mediterranea che ha spento i traffici e distrutto Roma.
Le barbarie, che ha adorato la dea Madre, portava indietro la vita e così sembrava di stare nel Medio Evo o forse prima dei Micenei, presi dalla difficoltà di controllare la natura.
Ma i Sardi sono comunque di stirpe navigante e commerciale e solo un'oppressione della dea Madre toglie dalla realtà questa situazione per lungo tempo.
Il recente rinnovo è avvenuto con il nascondimento della Storia ,ma tutti sono stati buoni alla scienza, al commercio, a navigare.
Ma le malizie fatte riescono, e ora di nuovo vediamo la riduzione dei commerci, della scienza, di navigare.
Schiavi della dea Madre si agitano in Vane Locus spingendo a servirla, dimenticando gli Avi che in silenzio guardano.
Dove vai schiavo, non costruttore di niente, costretto dall'oggi a non vedere domani.
Ingenuità che fu sì necessaria ai viaggiatori che partirono su navi per commerci e per scienza. Ingenuità senza niente oggi, di chi dice storie di Avi, non costruendo.
Troia fu eliminata perché tolse il bene fondamentale del Commercio (la moglie di Menelao), cioè i vantaggi del commercio imponendo i tributi e togliendo i commerci.
Oggi i Sardi dimenticano e si fanno propensi alla dea Madre, mentre gli Avi che sono i nostri fratelli dicono che bisogna costruire, navigare per scienza e per commercio.
L'ingenuità è il grande valore degli Avi che andarono a conoscere e a commerciare.
Non l'ingenuità che oggi propone di rinunciare alla scienza e al commercio perché c'è Troia che tassa e ruba il frutto della Scienza e del Commercio.
Non si può lasciare la moglie di Menelao, il benessere.
Distruttori di società e di stati operano il ritorno alla dea Madre passiva, quando l'aratro, il dio dell'iniziativa, ha mosso il mondo con la navigazione e i commerci. L'autocompiacimento in dipendenza della dea Madre è solo attesa passiva.
Gli Avi dicono quello che tutti sanno, che non c'è equilibrio nella passività, se non con la rinuncia.
Chi propone gli agi dell'essere propone la sudditanza alla dea Madre che poi vede combattersi per vivere mentre il dio Aratro aveva dato vita per tutti senza combattersi, con l'industria e col commercio.
I nostri fratelli dicono quello che hanno fatto i nostri Avi, che furono ingenui solo per navigare e non per adorare la dea della passività che ora si propone agli ingenui.
La lettura dell'Iliade
(gli Achei)
Lo zio prete aveva detto che potevo chiedere chiarimenti per ciò che non avessi capito del latino.
Rosa, rosae … era la prima cosa e poi si fissò.
Però rimaneva quel dubbio, di non aver inteso, insomma, una occasione per chiedere allo zio e parlare di più di questo.
Cosa non hai capito? Eh…….questa prima parte!
Non aveva fondamento. Ma il voler sapere di più era forte.
La grammatica era perfetta, tutto tornava, tutto si costruiva con complessità.
Ma una cosa non c'era. Non c'era la vita, e le situazioni di allora.
Pagane!
Invece presto entrò la lettura dell'Iliade. Numi, battaglie, eroi. Cantami o diva. Questo si che era attraente, e la mattina mi facevo svegliare alle 6 per scorrere 50 - 60 righe in avanti. Così tutti i giorni.
Il Pelìde Achille, Aiace Telamònio, Aiace Oilèo, Agamennone.
Questo in un luogo dove apparentemente non succedeva niente e bisognava vedere l'alluvione perché si muovesse qualche cosa, con arrivo di doni dall'Austria, che fu chiarito a scuola vecchia nemica ora non più.
Poi c'era il gioco dei soldi del Re, dove qualcuno organizzato arrivava ad avere 27 lire del Re.
Se no, c'era il più banale gioco dei bottoni con cui si riempiva il barattolo dei bottoni da usare.
C'erano i Gotici, vere perle, bottoni di cappotto, forse ricordavano le spille dei guerrieri Gotici.
Alla scuola elementare, buon riscaldamento, si giocava nel cortile di mezzo e si saliva sul bordo inclinato del muro fino all'ultimo pezzo, veramente inclinato, con cui si saliva alla strada di su. Sotto c'era il cortile coi bambini. Rischioso.
I compagni di scuola, erano il segno di quei tempi, poca prospettiva.
Così l'Iliade muoveva il pensiero; l'audace Telamònio salva le navi, Patroclo muore.
"Ma qual dei numi inimicolli?" "Da quando disgiunse aspra contesa il Re dei prodi Atride e il divo Achille?"
Il contesto pastorale arcaico sembrava vicino, anche se non si era in un contesto di pastori. Questi erano fermi, quelli muovevano navi e città, gente e divinità.
Bisogna dire che un movimento pericoloso c'era anche allora: delitti, azioni cruente, Monte Maore ed altre. Ma sembravano allora limitate a frange arcaiche.
Il movimento positivo era limitato al libro, dove le azioni erano scedenzate, forti, e davano movimento.
Certo le conclusioni erano tristi, Ettore, Achille, Ulisse. Nessuno disse che Menelao per dieci anni fece il mercante tra Creta e l'Egitto usando quella capacità di difendere il commercio, di navigare, e di avere buoni scambi.
Altri ci hanno raccontato che Agamennòne trovò una storia triste a casa, e fu causa di Oreste.
Poi in terza media venne ripreso il racconto, dato che l'Odissea non conta nulla, di un guerriero dalla forza del Metallo, Enea, che parte da Troia Achea e naviga verso occidente, toccando il regno delle mollezze fenicie e discostandosene.
Arriva a Capo Palinuro e poi si sa.
Le cose Romane erano presentate allora con ben in evidenza i tratti del valore Romano.
Origini semplici, rustiche e reali.
Coriolano, nato a Corìoli, nobile guerriero e pronto alla vita semplice.
Muzio Scevola, non disdegna di pagare col fuoco l'errore.
Questa generosità arrivava fino al grande Cesare, Giulio. "Cum Caesar redivisset e Gallia". Poi l'uccisione. Tu quoque Brute.
E poi il silenzio. Cesare Augusto……chi era? L'impero, sembrava non ci fosse, e invece l'abbiamo scoperto nelle vestigia di Roma, che non si era riusciti a distruggere.
Si era parlato di Nerone, naturalmente, ma poi si andava alle invasioni barbariche da cui mancavano 5 secoli. Cento imperatori. Chi era Traiano, di cui c'è senza alcuna didascalia una colonna a Roma, anche se tutta la colonna rappresenta la storia di Traiano. Poi un'altra, in Piazza Colonna, detta Antonina. Antonina chi? Nulla aveva dato la scuola. A pensare che quella strada meravigliosa che si faceva andando a Cagliari con boschi, fiumi, e pareti di granito era Antoniniana. Mah!
Si scoprirono poi i Nuraghi, le tombe giganti; pochi qua, molti e grandiosi più in là, ma si scoprirono dopo.
Si seppe che i Micenei, Achei, avevano chiamato Sandalo l'Isola e avevano costruito molte torri. Così si capiscono di più le parole dell'Iliade, che parlavano dei guerrieri che furono anche costruttori di torri.
Il viaggio a Niu Susu (La vacanza)
Vennero una sera la zia, lo zio e la bambina da poco nata e dissero: "questa è la bimba", che tutti guardavano ancorchè non si potesse comunicare infagottata per l'inverno.
C'era il fuoco acceso al caminetto e un po’ di gente, prima di cena.
Si parlava di cose e si sentiva qualche accenno estraneo perché lo zio non era del luogo. Ma intanto si stava con questo focolare allargato a tutti e si parlava.
Presto si dovette fare il pane e fu un via vai di gente. Chi portava la legna fine per il forno la mattina presto. Ma la sera prima si era già provveduto a impastare nella impastera con il "frammentu" e poi si era andati a letto.
Il fuoco crepitava e si alimentava di nuove fascine finchè non si faceva un deposito di brace e poi il forno diventava bianco per l'alta temperatura dei mattoni.
Qualcuno portava dalla campagna la ginestra che serviva per spazzolare il forno con un arbusto molto verde non facile da incendiare e compatibile col pane che doveva cuocere.
Venne poi Maria, e tutti lavoravano a preparare la pasta, poi le forme, poi la cottura.
Poi il pane veniva tagliato con le mani e fumante si assaggiava per confermare che tutto si doveva togliere.
Ma un giorno ci fu una gita importante. Con Maria, andai a Niu Susu. Qui c'erano tante novità. Parenti e a fianco altri parenti, gente diversa. Poi il balcone ampio, un cortile impietrato con delle vaschette particolari per i maiali. Sì proprio le coppe delle mole nuragiche del grano. Lì erano fitte in terra come il selciato, sotto un capanno di fronde che dava qualche riparo.
C'erano molte sorelle e una casa che aveva delle stanze concatenate fino alla strada di su, un piano più alta.
Dal balcone una vista meravigliosa. Si vedeva il mare da lontano stando a casa, e poi si vedeva abbastanza dall'alto anche il resto del paese. Era così.
Feci visita lì vicino ad altri parenti, più in basso. Case con cancelletto e atrio coperto, Dott. Arras, buona casa lì a Niu Susu.
Poi l'altro zio, la sua cantina, la cucina in fondo alla casa dalla parte di giù. L'orto i cugini, le cugine, il clarino.
Poi ritornai alla mia prima destinazione. Lì c'era una scala in legno per salire, lunga e ripida. Un giorno scendendo inciampai e andai a finire sul pietrato che c'era.
Arrivò zio Serafino, con i baffi, e con un po’ di filosofia mi portò vicino al forno.
Lì c'era una botticella da cui fece riempire mezzo bicchiere di vino. Era la cura. Lì forse lui svolgeva anche qualche lavoro artigiano come impagliare o fare cesti.
Si parlava di Su Pulèu e di Paùlis che potevano essere delle campagne intorno.
Si andò a letto ed io ebbi un letto nelle stanze intermedie prima di quelle che davano alla strada di su, che pure visitai, e vidi la strada di su.
Le coperte erano particolari. Erano fatte con delle strisce di panno di vari colori, tessute una dopo l'altra. Facevano un buon peso e caldo.
Le ragazze erano parecchie, c'era chi era fuori.
Camminai con loro nel rione e arrivai ad un negozio lì vicino. Vidi le strade per arrivare alla casa e le altre vicine e quella che avevo fatto per salire che a un certo punto si apriva su orti con un arancio enorme. Zone di sorgenti: "S'ena" e di lavatoi più in alto, e altri abbeveratoi.
Altre donne mi salutavano e si salutavano come parenti o conoscenti. Altri parenti erano vicini agli abbeveratoi.
Ritornato giù ricordavo quel telaio di legno, a fianco al forno e alla botte, dove le ragazze tessevano le coperte con i fili e strisce di tessuto colorato, così una dopo l'altra rossa e gialla, verde o bianca, come una coperta Inca.
Ricordavo quella veduta del mare e quello stare molto sopra il resto del paese che si vedeva come in uno schermo o uno specchio e si sentivano le voci, già lontane così in alto.
Lassù le mole antiche, erano infisse in terra e davano molta curiosità.
Altre ne avrei trovato rotte a S. Lucia e le avrei nascoste nel muretto per salvarle, per conservare il ricordo.
Nessuno parlava di queste cose e queste cose parlavano da sole. Dicevano che erano state di altri, degli avi che le avevano usate e poi poste in terra.
Ma lì, a quattro anni, era già un buon trovare notizie e segni, parenti e luoghi, fontane e strade, visuali e voci.
Poi venne un giorno che mia madre mentre cucinava mi disse: "ora puoi andare a scuola o aspettare un altro anno". Andai un anno dopo. Ebbi una bella cartella in cartone. Si salirono le scale inquadrati: sia Mannenna era la bidella, c'era il riscaldamento e all'ultimo piano, con un piccolo piazzale che dava a Niu Susu, c'era la refezione e un'altra uscita. Anche i miei compagni di classe: Piras, Piras, Piras, Piras erano di Niu Susu.
La nave Icunsa, i velieri.
Lo zio scendeva tutti gli anni al mare e teneva le funzioni della chiesetta.
Pochi villeggianti, un pavimento in mattoni, ma fuori la spiaggetta si animava intorno ad un fortino della guerra che era un piccolo stabilimento balneare.
Ciò che marcava erano le belle donne. Sì. Da quel fortino due piccole finestre a raggio scrutavano il porto come a volerlo proteggere.
Linguaggi misti, non solo sardi, ma anzi pochi Sardi. Là era consuetudine di gente di fuori. Si diceva che venivano da Ponza, e così i cognomi erano particolari di quella gente e non sembravano Sardi, eccetto qualcuno che curiosamente apparteneva ai Ponzesi e ad altri che sembravano Sardi. Non ci si faceva caso. L'albergo, anch'esso di forestieri con cognomi non sardi, era un buon punto di arrivo di turisti svizzeri e tedeschi, e così alcuni intraprendevano il parlare tedesco con le ragazze, Ruth o altro.
Per l'acqua c'era un tino nel cortile dell'albergo, albergo questo un po’ di Sardi, e si stava sui ballatoi in ferro delle camere che davano su questo cortile.
All'ora di pranzo si sentiva il vocìo del ristorante, sia dall'esterno che dall'interno. Una pastasciutta! Un muggine! Una zuppa! Poi lo zio coi baffi, tutti napoletani e le figlie che già vendevano i gelati al chioschetto sul lungomare.
Gelati da 10, 15 e 25 lire. Succosi e con molta acqua, fatti con la macchinetta che faceva mezzelune di gelato, una, o due.
Non si stava troppi giorni al mare, ma un po’ venivano i fratelli.
Molto severo era il controllo del mangiare prima del bagno. Tutti osservavano scrupolosi le tre ore anche per la colazione, nel caso di fame intorno alle 11, si faceva un ricalcolo per l'ulteriore ritardo del bagno.
Lì a cava, agli scogli rossi, solo pochi facevano il bagno per pudore della gente alla spiaggetta. Si vedevano carrelli ancora in funzione che dalla cava portavano massi su un binario del molo e alla fine, facendo leva sotto il binario, facevano cadere il masso con il fragore sugli altri massi e sul mare.
S'imparava a nuotare, poche bracciate, uno scoglio vicino e ritorno. Altri andavano agli scogli rossi e giravano intorno allo scoglio rosso.
Poi c'erano le barcheggiate. Gite a pagamento o di cortesia, dove si poteva proprio andare sul mare, lì nel porto, avvicinarsi al molo, vedere il faro da mezzo al mare.
I turisti erano via via di più e la spiaggetta non bastò più per quei casotti di alcune famiglie che facevano le vacanze al mare.
Ci si spostò alla spiaggia grande, dove già esistevano i caseggiati della vecchia colonia marina per bambini che però non funzionava, passando il ponte.
Lì passava prima il carrello per l'altro molo, molo di ponente, e la spiaggia era grande.
Via via si riempiva quella spiaggia e più in particolare con una iniziativa della ferrovia che fece un biglietto per i bagni, andata e ritorno, buono, la domenica.
La stazione era sempre lì, bombardata, forata e inagibile, là sul porto dove piramidi di carbon fossile aspettavano per l'imbarco.
Quel treno lo portava lì e a Cagliari quel carbone dall'interno, quell'interno per cui era stata fatta la ferrovia.
Là nel porto alcuni velieri si avvicendavano caricando il carbon fossile e la legna, di chi deforestava le montagne e portava giù al mare la legna con camion cigolanti: Lampo, Fulmine, erano chiamati, e avevano le aste sui parafanghi anteriori.
Ma l'attrazione fondamentale era un'altra. Verso le undici, o forse mezzogiorno, quando molti uscivano dalla nuova chiesa che dava lì sul porto, la domenica, si sentiva una sirena, poi di nuovo, finchè una sagoma bianca non appariva maestosa ma non grande: era l'Icunsa. La nave che ogni quindici giorni faceva lo scalo.
Quasi nessuno sapeva come mai, né dove andasse, né donde venisse, ma a nessuno veniva il problema, tanto era l'interesse per questa nave bianca.
Marinai bianchi, divise bianche.
Ma il lusso a volte era più forte. Yacht, di forestieri, stazionavano nel porto, parlavano francese, svizzero, e gradivano quel mare, quella calma lì nel porto, la sera quando si passeggiava senza tanto pesare andando vicino.
Quelle cose sembravano né poche né tante, erano buone.
Un piccolo figlio di pescatori si tuffava nella banchina per pescare al volo 100 o 50 lire prima che andassero a fondo dove luccicavano e dove comunque venivano pescate.
I primi pionieri, che già si erano arrampicati su quelle rocce e avevano cercato di fare il giro del monte, ora cercavano altre spiagge, più lontane, si faceva pesca subacquea in fondali straordinari e belli e alcuni facevano i campeggi.
Ma l'Icunsa non fa più le rotte dell'Africa, arrivando fino a Pisa. In realtà quella rotta in andata e in ritorno è la rotta degli antichi, Tunisia e Liguria, ma ora il viaggio si fa più breve e più rapido e molti sembrano dimenticare la gente che lì c'è da quando fu colonia romana, cioè Ponzese appunto.
Gennargentu, Bau Mela, Tombe giganti
Quell'anno potevo andare in vacanza in montagna, venti giorni.
Il bosco era vecchio e non fatto di recenti lecci, ma di buone querce, col piazzale dell'ostello di fronte al Gennargentu. Un gran numero di bambini di molti paesi.
Tutto organizzato un po’ spartano. Quaranta rubinetti in fila per il mattino. Letti sotto le querce che quell'anno proliferavano di bruchi delle foglie e cadevano quasi sui letti dalle fronde che avanzavano sulla finestra. Poi i bruchi giravano dappertutto ed era pericoloso non vederli girare intorno al letto perché pungevano.
Gran scoperta furono i bagni, di montagna, in buone vasche del fiume scavate sulla roccia o tra le rocce.
Si passava per un sentiero, quando si arrivava vicino ad un ricovero fatto di capanne con lastroni di legno di quercia per i maiali; erano suggestive con quello spreco di legna buona per una funzione di capanna.
C'erano tre o quattro ricoveri simili ed erano lunghi sei o sette metri.
Ma l'attenzione fondamentale era perché c'erano le pulci, stare alla larga, anche se la curiosità per il luogo di quelle capanne strane era forte.
La vasca nel fiume era discreta, forse venti metri, e veniva divisa in nuotatori e non nuotatori da una corda e io mi consideravo un poco nuotatore perché alcune volte ero andato al mare. Intanto era una cosa inaspettata e si andava al fiume ogni due giorni.
Quel bosco intrigava ricordi di banditi, i carabinieri facevano la scorta alla corriera e si vedevano a volte coi loro mitra, e qualche volta da vicino conversavano.
Si sentivano allora storie di Monte Maore, di Gairo ed ogni tanto qualcuno diceva "òi unu a Gairu".
Ci fu una gimcana, una gara complessa di velocità, destrezza e conto. Vinsi il premio.
Poi si parlò della salita al Gennargentu, si doveva partire al mattino, le 3, molte ore di salita, età minima! Chissà?
Venni incluso per la gara vinta e così si partì, al buio, sentieri sterrati, la diga, poi la collina, poi un lungo trasferimento fino al lato Bruncu Spina. Lì la salita, piano, in fila, un grande uccello volava via disturbato, qualcuno accusava qualche difficoltà.
Verso la sommità passavamo su una pietraia, lato Nord e lì sotto, sotto i nostri piedi, sotto le pietre, si sentiva uno scroscio d'acqua, molto alti, vicino alla cima.
La luce ormai schiariva le cose.
Si diceva che da lì si vedeva Cagliari, a volte.
I resti dei mufloni avevano generato ciuffi di vegetazione. Altri segni erano gli alberi di Ontano lungo le canalette di scolo dei fiumiciattoli e delle sorgenti, a levante.
Il ritorno era lungo e si era stanchi; l'arrivo ai rubinetti con l'avviso di non usare sapone.
Un giorno venne uno con un cartone a forma di gradoni a V e disse che si trattava della tomba gigante.
Si intese che la tomba era interrata con le pareti a V capovolto ad aggetto (dei gradoni). Ci recammo sul luogo verso Pira Onni e trovammo una piccola altura, al passo da cui si vedeva Pira Onni. Qui ci furono indicate le pietre in circolo largo per raggi di trenta quaranta metri con l'idea che Oranti si disponevano in quei cerchi per categoria sociale, verso l'esterno.
Quel cartone a forma di V a gradoni per la tomba gigante rimase in mente a lungo perché sembrava che le tombe dovessero essere accatastate secondo quei gradoni a V capovolta. Restavo a volte sorpreso nel vedere tombe giganti con contorni chiari tutte disposte sul terreno senza alcun segno di sotterraneo.
Così si andava avanti senza conoscere alcunchè di antico, ma questi antichi parlavano. Il museo di Cagliari era pieno di tante cose interessanti, anche ori, monete, etc.
Tutto sembrava gratis, un di più, di quel nulla che era detto di essi.
Poi la città ti riassorbiva. Le cose di città, le ragazze, gli studi, fare o non fare l'Università.
Anche questa, come i relitti archeologici, era un di più, un regalo, ma non più a Cagliari.
L'antica Roma appariva dappertutto ma si viveva col senso del trapassato e del non influente sul presente.
Ci furono i gloriosi anni '60 della tranquillità e degli studi. Interessanti. L'antico, curiosità!
Vennero distruttori di Società e di Stati e tutto fu sovvertito.
Più spesso vediamo la antichità con l'idea che quelle cose vogliano dirci qualcosa, di difficoltà già note, di distruzioni a cui il ricordo degli antichi può dare una spiegazione, un già visto. Si ritorna a Bau Mela, alla morena fluviale, al fiume dove i bambini pescarono con le mani 120 trote e c'erano pietre degli antichi.
La corsa dei cavalli a Sa Serra
(Vendemmia a Tucci)
Cavalli al galoppo ansimanti passavano a gruppi, leggeri, portando solo le bertule che avrebbero riempito al ritorno.
Già non era più il tempo andato quando tutti quei colli erano vigneti e le grosse vigne facevano cento, centocinquanta cavalli d'uva.
Era passata la dannata peste dell'uva col suo lascito di povertà e molti erano dovuti partire per l'America. Lo zio aveva caricato una botte di vino sul carro e l'aveva portata a Portu. Lì aveva venduto il vino e si era comprato un biglietto per l'Argentina ed era partito. Altri peggio dovevano scalpellare le botti per il tannino guadagnando qualche lira.
Ma la valle aveva ripreso altre colture, non tutte vigne, ma orti, mandorli e frutta.
L'inverno era lungo ma i più non lavoravano la valle. C'erano molte attività anche nell'abitato.
Molte erano le scuole, fino alle superiori, e poi uffici di ogni genere: catasto, finanze, registro ed ogni altro ufficio di una sotto prefettura.
Il Ministro aveva detto che lo aveva visto, vi era venuto per una ispezione da alto funzionario. C'era un teatro, e l'attrice ormai vecchia aveva detto che si, lei ci aveva recitato un'opera teatrale, a quel teatro lì ricavato tra i muri di granito.
Tutto sembra parlare d'altro, e già al teatro si vedevano dei buoni film, quasi settimanalmente, poche lire.
I cavalli e i cavalieri erano frequenti. Film Western da fare invidia e poi l'Ancillotto e Re Artù, sempre cavalieri e cavalli.
Un giorno notai briglie di lusso, ancorchè di tempo addietro. Frugando, trovai un vecchio sperone e poi un altro. Ma erano senza allacciamenti, arrugginiti.
Così prima una lima, poi una prova, e sì lo sperone si lucidava, era in bronzo, ben funzionante.
Mancava la pelle, gli allacciamenti.
Così un giorno si fece una cinghietta dal calzolaio. Lo sperone era a posto.
Lo provai un giorno sul cavallo. Era troppo perfetto. Ben limato sulla rotella e tagliente, aveva colpito il cavallo che balzò in avanti nella marcia, scuotendosi tutto.
Cos'era successo? Nulla naturalmente fu la risposta. Non si poteva usare!
Così rimase il problema di correre sul cavallo.
Ma rimase sempre un problema.
Così che quando i cavalli correvano sciolti alla vendemmia perché avevano scaricato il carico un certo entusiasmo prendeva nel vedere i cavalli in corsa, anche in gruppo, guidati o legati gli uni agli altri dalle funi.
Lì a Is Orgiolas, dove da tempo immemorabile si trebbiava l'orzo ed ora la biada e il poco grano, e dove gli antichi erano saliti dal Mare lungo la strada da loro costruita e che ha dei profondi solchi nel terreno perché è tanto vecchia e scavata dalla pioggia e dal vento, correvano i cavalli.
Era un passo quasi pianeggiante che stava sul chinale del terreno, Sa Serra, e di qua si vedeva il mare Acheo e di là il Monte del Tramonto. Maestoso e barbuto.
Fatta tutta la salita si respirava una brezza fresca, un vento leggero che avrebbe fatto pulire il grano e la biada, e che a giugno aspettavano dormendo sui covoni di biada e di grano finchè venisse.
Ora a ottobre il vento era più frequente e bastava aspettare la caduta del sole, là dietro il Monte del Tramonto, quando l'ombra saliva a proteggere l'altro lato della Valle.
In quel momento la brezza spirava e i cavalieri e i cavalli erano stanchi. Ma quella brezza li incoraggiava per l'ultimo carico, l'ultimo viaggio di quel giorno e così, per incoraggiarsi, correvano sfrenati verso l'ultimo lavoro con un buon vento e andavano incontro alla fine della giornata.
Così si poteva sentire chi certamente sentendosi contento e forse invidiato diceva che lui aveva corso anche con dieci cavalli.
Durezza Achea che oggi adoratori della Dea Fenicia cercano di distruggere proponendo falsi dei che chiedono sacrifici umani e la rottura della uguale progenie.
Oggi i cavalli sono a vapore e si è rotta l'intesa del cavaliere col cavallo e i cavalieri vengono spinti a combattersi anziché a gareggiare in capacità personale.
Inaspettato il culto dei valori non personali ma di distruzione, instillati dalla Dea Fenicia, che prendono la mente dei figli di navigatori onorati, costruttori invidiati, costruttori di Società e di Stati.
Oggi distruttori di Società e di Stati hanno avvelenato i pozzi Sacri della vita del villaggio e non c'è arroccamento verso il centro custodito dai Monti del Tramonto e dell'acqua.
I falsi dei Fenici propongono la ricchezza sottratta, ma fatta dal Dio Acheo costruttore, come mezzo per distruggere la vita dei villaggi.
La tentazione è forte come ai tempi in cui molti cedettero ai mercadanti e finirono schiavi. Non c'è posto per la Dea Fenicia che dà schiavitù e povertà. La scelta è nei monti dell'onore e della libertà e non nella accondiscendenza al danno.
Il castello di famiglia dei Sulis a Taccu
(Sulis o Solis le popolazioni del Sole che vedevano sorgere il sole)
Vennero avanti nel bosco di lecci sempre un po’ guardando verso il mare per orientarsi.
Erano saliti verso il punto in cui una grossa roccia di granito rotonda prendeva tutta la parete del piccolo monte sotto Monte Astili a sinistra.
Questo Monte fu chiamato poi così dagli altri perché chi vi rimase era rimasto tanto lontano e non poteva vedere gli altri e sentiva la lontananza.
A destra la strada nel bosco era un po’ più agevole perché tra le pietre grosse di granito bianco a grappoli c'era lo spazio di piccole radure scoperte.
Salirono più in alto, quasi alla base di Monte Astili e lo videro finalmente da vicino che si alzava come una piramide, con i suoi carrubbi grondanti verso la punta e non più i lecci.
Ma volsero lo sguardo e la gamba altrove.
Verso l'alto seguendo in parallelo alla costa il cornicione di quell'altopiano che ora si chiama Taccu e che rappresenta un piano irregolare che dà un rilievo verso la pianura dove si vede il mare delle origini, dell'approdo, dove ancora stavano i vecchi che avevano costruito una torre castello a Musedu, in onore della Musa del mare che risuona lungo la riva e che aveva guidato col vento di levante e poi con lo scirocco le navi.
Si avviarono in un bosco non troppo fitto, interrotto spesso da ampi carrubbi che facevano la gioia di chi vedeva quanti armenti o cavalli potessero nutrirsi.
Videro poi molti cinghiali che stavano lì per la stessa ragione per cui altri pensavano agli armenti e ai cavalli.
Ma ci volle tempo. Esplorarono i piani e i piccoli rilievi e sui rilievi per orientarsi intagliavano dei segni sulle pietre.
Camminarono qualche giorno, nel bosco, e cercavano sorgenti, acqua, che là sulla cima poteva essere proprio difficile da trovare.
Si rivolsero verso oriente nel bel mezzo del Taccu e presero a sporgersi verso il mare.
Ad un certo punto videro aprirsi un varco nel terreno, un piccolo vallone, di la si vedeva il mare e incominciava la discesa. Erano un po’ lontani, ma in fondo rivedevano il mare.
Guardarono attentamente la zona. C'erano molte pietre di granito e grosse. Un piccolo solco d'acqua nascondeva una buona sorgente. Pensarono agli orti, al pane e al mangiare. Piantarono alberi di fichi così che pure il dolce fosse garantito in estate, e i bambini giocavano coi carrubbi che sono dolciastri e morbidi.
Si incominciò a costruire la torre. Alcune pietre erano vicine. Alcune poi, in loco, facevano da base al Nuraghe.
Il lavoro durò a lungo. Ma insieme si costruivano le case più piccole, coi circoli coperti e la vita incominciava ad essere regolare.
Si fecero degli orti e si seminò la verdura e i fagioli. La frutta oltre i fichi e l'uva col suo colore.
Quando si costruiva la torre tutti dovevano aiutare, e uno faceva il maestro di costruzione: aveva già lavorato a costruirne altri.
Certo servivano argani e forza, leve di legno che il buon leccio non risparmiava. Poi si aiutavano costruendo una rampa in terra o facendo oscillare le grosse pietre e mettendo sotto ogni volta delle tavole fino a farle salire a livello che serviva e qui spostandole con le leve di leccio venivano sistemate nel muro della torre.
Ci voleva arte. Le pietre dovevano combaciare bene senza legante ed erano scelte una per una.
Ma non ci volle molto. Il muro fu alzato, le capanne piccole erano animate e il villaggio si godeva il mare dell'oriente e così vedeva l'ambìto mare delle origini che aveva portato gli Avi.
Li chiamarono Sulis, o Solis, perché erano rivolti verso il Sole.
Lì crebbero i figli e i figli, e poi fu detto di essere prudenti perché si erano viste nel mare navi non Achee e queste venivano di meno.
Così le sorelle che si erano sposate pensarono a spostarsi sull'interno.
Partirono e percorsero il Taccu verso Occidente. Videro delle belle valli luminose salire fino ai Monti del Tramonto.
Si fermarono a metà, metà coperte verso il mare che non vedevano più, ma vedevano il monte del Tramonto e la sua bella Valle che poi chiamarono Su Acu. Florido di ogni frutto e ricco di olio, il luogo riceveva l'ombra del Monte del Tramonto che li proteggeva. Anch'esse costruirono una torre e i fratelli di Taccu la chiamarono Perda e Sorris.
S. Vincenzo
Non sempre andando a trovare gli zii si poteva trovare tanto movimento.
Una volta arrivammo tre o quattro cugini e dopo i saluti girammo per il paese, a partire dalla parte alta.
Là entrando in un negozio, sotto una bella casa, vicino a una fontana, chiedemmo qualcosa e la signora ci riconobbe: Il figlio di Maria! i figli di Erminia!
Poi proseguimmo a girare per il paese in festa, con ragazze in giro e uomini al bar.
Anticamente la festa non si teneva là ma al Carmine, festa pagana di molti paesi e incontro con la natura alla calura estiva, perciò fatta in luogo fresco, boscoso e di buone fonti. La vecchia tradizione di Serri si era aggiornata a prendere i villaggi di Selenis, Tonneri - Perdadiana e Ruinas e ci si incontrava da lungo tempo al Carmine.
Le buone fonti e il bosco, la frescura, il luogo centrale dei villaggi, la veduta superiore del mare originario.
Venne il treno e lì passava con festa per tutti.
Già ai tempi dei lavori tutti erano entusiasti. Mia zia diede il terreno gratis alla ferrovia e là ora c'è la Cantoniera con un bell'orto.
Molti operai vennero da fuori e furono a loro appaltati lavori ancora in opera d'arte. Ponti in pietra rosa di granito aggettanti sulle valli che ancora fanno lo spettacolo del trenino per i turisti.
Lì nel cuore della Sardegna, per boschi e forre originarie, con la presenza degli Avi che vedevano dai loro villaggi diroccati, e qualche pastore che ancora abitava il nuraghe di Tonneri, si sviluppava la ferrovia con lavori di parecchi anni.
"Cussu Ruju" si era sposato a Ilbono, "Cussu Brundu" a Villagrande e così li chiamavano questi operai venuti dalla Scozia per costruire con le loro locomotive la ferrovia e il treno.
Il lavoro della ferrovia aveva cementato la zona con attività di molti anni e presenza di maestranze forestiere, anzi straniere. Qualcuno addirittura si chiamava Robinson Crusoe, e i suoi nipoti si chiamano così.
Quel treno fu felice. Si arrivava a Cagliari in un giorno, mentre prima ci voleva una settimana a cavallo. Si andava per una sacchetta di cemento!
Nella zona era un fervore lungo la ferrovia: lavori, nuove famiglie, le miniere di Seui.
Fino al dopoguerra nel porto di Arbatax c'erano le piramidi di carbon fossile per l'imbarco sui velieri.
Quel carbone si era formato quando vecchie foreste sprofondate furono coperte di calcare nel fondo marino, che ancora si vedono sotto il calcare di Tonneri.
L'antica festa di Serri si era avvicinata ai soli villaggi rimasti intorno al Gennargentu, e i paesi che ne derivarono quando i Romani abbassarono le popolazioni verso terre più calde e luogo Aprico facevano la festa al Carmine.
Là per lungo tempo la grande famiglia venuta dal mare delle Muse e che poi aveva salito le valli perché il mare era diventato infido si ritrovava in festa.
Ormai con i forestieri: Brundu, Ruju, Rubiu, mentre gli altri avevano ancora i cognomi dei Romani: Nieddu, Murinu, Canu, Piras, Boi, Angius, Mulas etc.
Ma una volta avvenne uno screzio, ci furono disgrazie e il treno riportò la gente.
Da allora le feste furono rifatte più vicino.
Al Carmine rimase solo la piccola festa della piccola comunità locale.
Altre feste vicino si facevano per le ninfe delle acque e i geni del bosco e della agricoltura montana.
Una fiera del bestiame, come ai tempi di Serri, si teneva poco lontano.
Nel villaggio ai piedi del Monte, esposto al Sole, si faceva la festa pagana di S. Vincenzo. Tutto il paese era in festa, e la festa durava tre giorni, con balli e canti e una gara coi cavalli e gli scoppi.
La corsa dei cavalli ricordava la capacità dei cavalieri, i cavalli arabi, e la manifestazione al paese.
Gli zii avevano una casa grande, con un cortile, un orto vicino con le fonti e fiori, Culurgionis e dolci.
La notte i ragazzi dormivano con lo zio in soffitta. Con le cipolle vicine, era un chiacchierare a lungo di tante cose del giorno finchè lo zio non pesava silenzioso sulle nostre storie e dormivamo.
La mattina daccapo. Al bar i ragazzi che studiavano li conoscevamo ed era una festa.
A pranzo quantità di gente, cugini in buon numero e poi via.
Ubi depeis andai? A curri?Ehi! e via.
Una volta tornammo a casa tutti i cugini lungo la ferrovia, che non era distante.
Arrivammo verso la sera che il paese era quasi normale perchè era un lunedì e uno che portava il nostro cavallo mi fece salire per fare l'ultimo pezzo a cavallo.
Altre volte andammo in altri luoghi, di campagne e di paesi, Sorgono, e i luoghi sembravano lontani e si chiamavano Cabu 'e Susu secondo il linguaggio del non dire e del non sapere, poi a Cagliari.
S. Lucia
Non sempre si andava al mare d'estate e non sempre così a lungo.
A volte si andava con lo zio prete lì all'albergo di Speranza, o con qualche camera d'affitto nel paese.
Si vedeva la bellezza di Cala Moresca, ma non si faceva lì il bagno, ma a Cava.
Alla Cava c'era grande tranquillità e sulle rocce di granito si facevano bagni molto prudenti dato il mare alto e spesso mosso. Così, un paio di bracciate, fino al masso e poi ritorno.
Poi invece si andava alla spiaggetta con gli zii e lì si vedeva la bella borghesia, belle signore, il fortino della spiaggetta con il suo padrone marinaio ed esperto di mare e di barche.
Poi, i casotti furono trasferiti alla spiaggia grande e non si poteva fare quella cadenza del primo scoglio, secondo scoglio, terzo scoglio che dava sequenza alle prime nuotate. Ma la spiaggia grande era veramente grande e lasciava spazi di movimento e di autonomia. Si andava al molo per grandi tuffi in tanti, si pescavano patelle enormi, c'erano ricci su tutti gli scogli.
Lì dietro c'era la vecchia colonia marina dismessa e ora una pineta in formazione fermava e decorava le dune.
La domenica talvolta si veniva in treno e c'era molta gente per cui il bagno si faceva in buona compagnia.
Ma non sempre si poteva andare al mare o non molto a lungo, così quando si andava in qualche podere si guardava bene il luogo, là c'era una bella vasca per l'irrigazione, lì una piscina nel fiume, tutto in un ambiente fluviale e di frescure straordinario. Così si guardava: qui si può fare il bagno! Anche se normalmente si andava per faccende degli orti da irrigare, o altre faccende.
Una volta si trebbiava la biada in un'aia e un'altra volta in un'altra sul nostro terreno.
Quando si andava a S. Lucia a raccogliere le mandorle gli interessi erano enormi. Qui uscivano terracotte sul terreno e pietre di mola che io nascondevo nei muretti di recinzione per non perderle.
Ma il fiume era portentoso. Un bel corso d'acqua scorreva tutta l'estate interrandosi più a valle sotto i sassi, massi e ciottoli del suo letto, per uscire più sotto in un'altra Sassula.
Ma più in alto, sopra: c'era granito puro, roccia viva, solcata da quel fiume e faceva vasche straordinarie, belle, nella vegetazione che le copriva. In alto una cascata.
Questo era luogo di scoperte e nell'ora del pranzo, quando tutti si acquetavano per un po’ di riposo, andavo in su lungo il fiume a scoprirlo, a vedere.
Più in alto ad un certo punto si uscì dalla vegetazione e vidi sul fianco di fronte della montagna, alle pendici del Monte Tricoli, un bosco intricato non di alto fusto, ma di bosco intricato e alto che sembrava non fosse percorso.
Perciò ritornai dove gli altri riposavano o chiacchieravano con le giornaliere.
Da lì nacque l'idea di provare quelle vasche scavate nel granito, così, per una fruizione di divertimento a cui poteva stare quel mondo pagano che poteva essere gestito anche con attenzione non pagana al solo lavoro.
Tutto lì andava da sé per il naturalistico, ma c'era un filo che considerava le cose pagane della natura, dei boschi, della sua bellezza come fatto di contorno.
Non era così. Perciò si incominciò a costruire.
Già un mio amico era voluto venire a vedere con me la campagna.
E così una volta venne mio cugino.
Ma c'era un problema.
Non eravamo a S. Lucia. Ma eravamo a Su Acu, per gli orti.
Gli altri facevano altre faccende e si pensava come colmare quella distanza, che non era in via tanta, S. Lucia era di fronte; ripensando c'erano stradine tra gli orti e i poderi che accorciavano molto.
Venne l'ora del pranzo, estivo, caldo, per cui ci si mise sotto un bell'olivo sul bordo che dava al fiumiciattolo lì sotto e quindi c'era un po’ di brezza.
Si pranzò in circolo coi tovaglioli e un po’ di pane, un po’ di formaggio e altro. Ma non tutto si mangiò.
Qualcosa fu tenuta per dopo.
Così, finito il pasto, le chiacchiere portavano un abbassamento di tono e qualcuno si assestava là come a riposare.
Con quella calma ci allontanammo un po’, lì intorno, poi più in là fino alla strada dove non vedevamo più gli altri.
Il passo era buono e poi ancora.
Il pozzo, quell'orto conosciuto, poi un altro rigagnolo, la salita e…..S. Lucia. Qui andammo al fiume che era straordinario e mio cugino che era buon nuotatore fece subito un tuffo in quella vasca straordinaria. Io sentivo l'acqua gelida e feci una rapida nuotata.
Di ritorno trovammo un po’ di suspence. Dove eravate? Qua!, ma avevamo i capelli bagnati! Dopo un po’ mangiammo il pane e il formaggio e si ritornò alle faccende.
L'invenzione della ruota
(I carrucci)
Allora si andava a piedi o a cavallo.
Così a piedi si andava a Bingigedda, vicino, o si andava a Su Acu a cavallo, o a Taccu, o a Frumini, o a Su Monti, più lontano.
Ma un giorno accadde qualcosa.
Fu visto un particolare strumento. Un "carruccio", fatto con tavole e ruote e assi. Era perfetto, funzionante.
Subito fu imitato, tutti competevano per imitarlo. Si facevano ruote di legno con fodero esterno di gomma. Si rimediavano chissà dove e chissà come assi di acciaio e cuscinetti per le quattro ruote. Poi via, in discesa col nuovo bolide.
Lo sterzo era fatto con due corde e il pilota poteva stare ben seduto davanti e se bravo poteva guidare il carrucciu con i piedi.
C'era un freno "a mano" e presto ci furono gare per il migliore carrucciu e il più veloce e l'uso per il trasporto.
Macchine ce n'erano poche allora, forse due o tre o quattro. Dottore, farmacista, notaio e poco più.
Ma con questo movimento non poteva finire qui.
Così un giorno dal balcone fu vista una scena eccezionale.
Cinque macchine di seguito erano state viste parcheggiate lungo la strada, non s'era mai visto!!!
Si udì una volta parlare di "cambiare la macchina" tra due che se la scambiarono veramente.
Un giorno si svegliarono con gran vocìo e macchine, macchine enormi, uomini che disponevano ghiaia, rulli enormi che la schiacciavano, poi ancora altre macchine che schizzavano un liquido nuovo sulla ghiaia, poi ghiaia piccola sopra per non incollarsi.
Quella ghiaia di sopra fu consumata tutta a forza di copertoni, quei pochi di poche macchine che circolavano, che intanto aumentavano.
Anche i cavalli dovettero apprezzare questa nuova strada, ma per un po’.
Perché, quando quella strada finì liscia, i cavalli ebbero due gravi problemi.
Scivolavano sulla nuova strada liscia quando i copertoni avevano finito di consumare la ghiaia e poi prendevano spavento per quelle strane sagome rumorose e veloci che avevano preso a passare vicino ai cavalli. Così scivolavano e si adombravano spaventati.
Gli uomini colsero qualche vantaggio. Qualcuno prendeva "la corriera" per andare ad Arzana, anche se molti raggiungevano ancora il collegio a piedi.
Poi ci fu qualche bicicletta, a noleggio, così per provare, tot a ora, due o tre in tutto, tutto sembrava uguale.
Le corriere erano un tormento per chi viaggiava, c'era puzza tremenda di queste nuove cose, si sopportava finchè la natura non diceva no, si schifava, e blah.
Qualche tratto di strada si faceva in "corriera" ma poi si proseguiva a piedi, che era più naturale.
Qualcuno salendo diceva: quando mai ci sarà una strada qui?
Eppure uno che in continente faceva il carrista diceva: "si può fare", se passa un carrarmato una volta la pietra la spacca, poi la schiaccia, la strada si può fare. Ma era una consolazione. Così, si andava un po’ in corriera e basta.
Fu messo un treno, che la domenica andava al mare. Che dire? Duecento lire, si andava al mare? Eppure tutti avevano qualche lira, già da quando si giocava sotto chiesa con i soldi del Re.
Qualche lira si poteva avere, non che tutti potessero avere 27 lire come raggiungeva taluno.
Duecento lire erano due biglietti da cento, ma non erano tanto, due chili di pane.
C'era il giornale, "il quotidiano", e taluno riceveva l'Osservatore Romano, boh!?!
Girava la pasta avvolta con la carta azzurra, di un pastificio locale, ma più che altro la roba si comprava a "libbas" o per il caffè a "tres uncias". Boh!?!
Il carnevale era favoloso; Tonio fece una invenzione ulteriore per fare i coriandoli con i vecchi giornali, così ci furono coriandoli a poco prezzo, dappertutto.
Le maschere erano bellissime, dòmini colorati, tutta la festa sulla strada, di tutti.
Con la neve uscirono fuori i passamontagna, di lana grezza, attrezzature potenti, nessuno pensava di andare oltre. Qualche cassa per sciare, ma di più si scivolava da sé cadendo.
Poi si dovette andare via, così, con qualche nome, con quel ricordo: "oggi nevica", zero gradi.
Poi ci fu la musica, Mambo italiano, e là proprio sotto si armeggiava con stecche di ferro, si diceva che era capace di "prendere" la televisione. Là dove si vendevano pile per la notte, lampadine e interruttori, ora al freddo si poteva vedere da fuori la tragedia di Oreste.
Fuori, la città era già grande, ci si vestiva in abito. Poi il continente.
Un viaggio a Napoli, poi in Puglia, quasi tutta autostrada.
Non potevo più far a meno di considerare la forza di quelli che avevano inventato "la ruota e il carrucciu", generando tutto questo.
Ora so che alcuni chiamano questa ruota capitalismo e questa non si muove perché alcuni la boicottano.
Prima c'era il gioco del cerchio. Si faceva correre un cerchio di latta, un fondo di secchio di latta, con un filo di ferro largo, sagomato a fare da guida al cerchio e si faceva correre con questa guida nelle mani che si chiamava la meccanica.
Ecco, questa era la parabola magica, la meccanica.
La meccanica aveva generato il cerchio che correva, poi i carrucci.
Da questo venne poi l'automobile, creato dalla meccanica, tutto era già compreso nella meccanica e tutto si capiva.
La meccanica che girava senza essere tirata e così nacque il moderno.
Sa lissia
La zia Luigia teneva un letto con una coltre.
Questa si presentava come armamentario ricco, una coltre spessa, imbottita di cotone e grossa 6 - 8 centimetri.
Qua e là ai bordi era consumata per gli anni, ma aveva una sua imponenza: un carattere risolutivo del freddo.
Così dopo aver trascorso il dopo cena davanti al caminetto, con le polacche alte di vacchetta ai piedi, con i legacci ai gancetti, e dopo aver scaldato un pezzo di pistoccu asciutto sulla brace del camino con olio e sale fino che era gustoso si ritirava dentro questa bella coperta con i suoi cerimoniali della notte.
Nella sua camera c'era la fotografia dello zio Paolino, bello, bellissimo fratello, diceva, morto giovane.
Poi c'era un comò, di ciliegio, straordinario, con tutta la sua biancheria, che era tanta. In realtà era tanta anche per una ragione che non si lavava correntemente secondo l'uso, ma si conservava una volta dismessa e cambiata per essere poi lavata tutta insieme, insieme a tutta l'altra biancheria una volta all'anno all'antica, cioè con la lisciva (sa lissia) di cenere.
Era questo un procedimento antico, forse dall'età della pietra. Si usava il potere candeggiante della cenere bollita che colava sui cesti di biancheria già lavata al sapone ai pozzi delle sorgenti.
Questi cesti lasciavano colare l'acqua calda bollita con la cenere sui panni da biancheggiare.
In realtà tutto cominciava con i cesti della biancheria che stavano sotto il suo letto e che ricevevano la biancheria smessa.
I cesti potevano stare sotto i letti, perché i letti erano veramente alti e i cesti stavano comodamente sotto il letto.
Questa biancheria che andava smessa settimana per settimana veniva riposta nei cesti sotto il letto fino al momento che si faceva il lavaggio totale di tutta la biancheria una volta all'anno.
Questo spiega perché nei "corredi" familiari si contavano 12 di questo e dodici di quello, o 24, chè ventiquattro coppie di lenzuolo su dodici mesi facevano un cambio ogni quindici giorni. Per questo c'era chi andava anche oltre le 24 coppie di lenzuola.
Tutto questo non era cosa che si notasse, ma era fatto così nella semplicità quotidiana, e solo si notava occasionalmente che quelle lenzuola non venivano lavate subito ma riposte in un cesto sotto il letto, che si notava se uno si trovava proprio lì al momento.
Però nulla di più, la stranezza!
Lei la zia Luigia era molto più grande di mio padre, sorella più grande e fratello più piccolo, classe 1898, che nel 1918 aveva 20 anni ed era andato in guerra.
Ma lei si vantava che era nata nell'anno che era morto Garibaldi, 1881 o 1882, e con la sua sobrietà, la sua costanza, la sua forza ancorchè di una donna minuta, vera compagna del bronzetto protosardo, ci indicava proprio di quei tempi duri, di alta natalità (lei era la prima di tredici figli), la necessità di quell'essere.
Era una compagnia non ingombrante, in realtà la padrona di tutto perché la più grande ed anche la prima amministratrice dopo la morte del nonno quando mio padre aveva due anni.
Solo una volta si notò: quando si vendette una partita di mandorle, sei o sette sacchi di mandorle sbucciate, forse 120 o 140 mila lire.
Allora dopo il pranzo, a tavola, mio padre rimase con la zia Luigia e li ci fu un passaggio di soldi: forse trenta o quaranta mila lire, più altre diecimila prese dalla zia. Il compenso della proprietà, le spese per il vestiario, il caffè, il giornale l'Osservatore Romano che arrivava con la posta tutti i giorni. Tutto questo così semplicemente senza granchè dire, pochi scambi e poi alle cose.
Invece in occasione del fare il pane era la prima operatrice e sembrava quasi strano che una donna minuta, in ginocchio verso un'impartera, potesse impastare con energia 15 o 20 chili di pasta, prima di fare il pane.
Però un'altra occasione era tutta sua.
Era la lisciva (sa lissia).
In quel giorno molti erano mobilitati con lei.
Donne portavano la biancheria a lavare col sapone alle fonti con i pozzi, e lì una giornata di primavera, vero rituale pagano dell'equinozio di primavera, asciugava quei panni stesi sui cespugli di rovi, mentre ancora si lavavano gli altri panni.
Dallo stradone potevi vedere le donne giovani lavare i panni con vociare intorno al pozzo della sorgente e i panni stesi bianchi ad asciugare al sole e al vento.
Poi questo anticipo di primavera aveva un proseguo nel "mangasinu".
Qui c'era un trepiede e una grossa caldaia piena d'acqua che bolliva tutto il giorno versando dentro la cenere, preparando sa lissia. Con dei catini, secchi o altro, questo bollito di cenere veniva versato sopra i cesti della biancheria già lavata al pozzo col sapone per biancheggiarla. Forse la cenere contiene il fosforo che ora sta nei detersivi. Per evitare che la cenere si mescolasse ai panni il panno più alto era un filtro che poi si levava. Poi asciugati e stirati i panni erano pronti per un nuovo anno.
Su Pani
Per l'inverno talvolta si tagliava una quercia di Marcusei.
Andando lì d'inverno, si ritrovava una specie d'acquitrino all'altezza dei castagni, una sorgiva che il monte granitico sputava più a valle formando questo terreno fangoso e sorgivo.
Più sotto negli orti c'erano già le sorgenti perenni e i pozzi di raccolta per irrigare.
A Marcusei si andava anche talvolta a gennaio a raccogliere le olive, frammiste a neve per l'eroismo di quelle piante che si erano spinte sopra i 600 metri.
Ma il taglio della quercia comportava impegno di un giorno con giornaderi, che tagliava la quercia con la scure e poi il tronco col segone di acciaio e ciò si portava tempo perché le querce avevano anche un metro di diametro.
Però, tagliata a pezzi, un po’ si dava per fare tavole per porte e botti, un po’ restava di tronchi leggeri per il fuoco e poi le fronde da seccare per il fuoco.
Ma questa era la via eccezionale anche se nella parte alta di Marcusei c'era una ventina di queste belle querce secolari.
Ma si lasciavano preferibilmente perché abbellivano il bel terreno che dava al mare, aveva un bel prato in mezzo, olivi in basso e orti più in basso, lungo la strada, quasi in paese.
Un bel terreno, il più bello, ci si poteva fare un albergo.
Ma la legna non veniva preferibilmente da lì.
D'inverno, quando la campagna richiedeva lavoro e non dava i frutti, si portava la legna a casa con fascine, e legna tagliata nella "bertula".
Questa legna accudiva il quotidiano e veniva accumulata fino al giorno che si faceva il pane.
La legna però era l'ultima cosa, lo stesso giorno che si accendeva il forno e si cuoceva.
Molti giorni prima incominciava una lenta operazione.
Si lavava il grano nell'acqua, si tirava via il grano cattivo e poi così pulito si metteva ad asciugare al sole nei grossi palìni, girandolo.
Poi, asciugato, si portava al molino dove Raffaele teneva questa attrezzatura industriale che aveva scalzato le mole di pietra che ormai si vedevano nei selciati dei cortili a dare da mangiare ai maiali.
L'elettrico, che c'era ormai oltre cinquant'anni, aveva fatto il miracolo.
Non più supplizio della macina ma un viaggio con le sacchette di grano, 30, 50 o 70 chili e in qualche ora tutti ritiravano la farina.
Poi iniziava un'altra procedura per dividere la farina in crusca, semola, sceti, e altro.
Questo si faceva con i setacci di varia grossezza della maglia, per un bel tempo.
Però la macchina e l'elettrico vennero in aiuto.
Un giorno apparve a fianco al solito mulino che dava odore di ozono e di farina un nuovo marchingegno: una specie di cilindro orizzontale, forse di tre o quattro metri di lunghezza e 1 o 1,5 di diametro, che faceva il lavoro di tutte quelle donne che si avvicendavano al molino per macinare e che poi avrebbero dovuto setacciare la farina.
Così si vedeva qualche cambiamento, inaspettato perché non derivava da lì, anche se altre invenzioni, come i carrucci, erano state fatte lì, su quelle strade di montagna ormai asfaltate che offrivano delle discese ai carrucci, come veicoli senza motore, e solo a salire talvolta si usava un asino.
Però qualcosa nell'aria cambiava, si vide uno sfavillio di pile grandi e luminose al cinema una domenica, ma quelle pile erano state rubate.
Poi ci fu il miracolo della televisione.
Si prese qui di fronte da Napoli.
L'ingegno c'era, i carrucci, le pile, poi i dischi americani lo provavano.
Comunque il pane si faceva ancora a casa. Il pane di bottega era fragrante, caldo, giornaliero ed era allettante.
Ma poi veniva il giorno di cuocere.
Tutto partiva il giorno prima e si procedeva in una grande impastera a impastare. La zia Loisedda lì dava il suo meglio e ancorchè minuta, con energia formava le forme di pasta, che con il lievito venivano lasciate sotto lenzuoli di lana ad ascedai.
La mattina dopo tutto fremeva. Legna per il forno, tempera del forno, lavorazione della pasta, forma del pane e cottura fino a sera. Di ritorno da scuola, io andavo vicino, nel sottobosco, raccoglievo fronde di ginestra che servivano per pulire il forno dalle brace mentre tutti lavoravano. Poi si cuoceva.
Gli amici
Da bambino mi ricordo di avere passeggiato con gli amici di mio fratello più grande, con lui.
Lui aveva un laboratorio nella soffitta, colori per quadri e disegni, una nave fatta in legno, anche saldature, una tuta di lavoro.
Leggeva Scienza e Vita, l'interesse per le scienze era venuto insieme alla modernità.
Andando a Su Acu il treno segnava ancora l'orario e i più antichi leggevano l'ora sulla montagna di Tricoli, a "sa porta 'e Mesudì".
Questa porta era una parete quasi verticale e la sua ombra segnava il Mezzogiorno. Oggi non più.
Mio fratello più grande partì militare e vide Napoli e Roma.
Mi portò i colori e i tempera lapis, compassi e gomme.
Con la macchina fotografica fece fotografie e altre ne mandò.
Sempre con lui si poteva andare. Un giorno le paghe del cantiere, una volta al mare per un frazionamento.
Poi a Cagliari.
La strada era meravigliosa, là un castello di Quirra, il conte Carroz, la fiumara del Flumendosa tra i canneti del primo sbarco e poi le montagne.
Non c'era il tempo di parlare, e una roccia appariva e il fiume scorreva diverso.
Cantoniere in quelle valli di roccia rosa di granito, boscose.
Quasi avrebbe potuto fare un lago quel fiume che per chilometri scorreva sotto la strada.
Vista così fu una delusione per un po’. Da quell'altura sembrava una città Fenicia, tra foschie e pietre gialle.
All'arrivo continuò la stranezza delle pietre gialle, la luminosità.
Ma poi ci prendemmo un buon panino al prosciutto, Albergo Italia.
C'era la Rinascente, palazzi Savoia, ma non stemmo a lungo.
Comprò un Teodolite e partimmo.
Montacuto, le cantoniere, il fiume.
Lui era stato da bambino un po’ con lo zio prete e lì alcuni lo ricordavano.
Ma da questo paese vicino ormai venivano tutti i giorni donne per le medicine, gli uffici e il loro parlare si sentiva.
"Figiu miu es pigandu entu a costas", o ancora "No er bonu mancu a si collie un'erbee".
Qualcun'altra non seriamente diceva "Bregungia no est andare a furare, ma…".
E così l'andirivieni di corriere aveva mosso il paesaggio. Qualcuno prendeva la corriera anche per andare in campagna.
Ma durò un po’.
Anno dopo anno si allontanarono e tutto sembrava andare in armonia, con chi andava via ed altri arrivavano.
Ci fu a Su Acu il cambio nella fazenda principale, poi quel seguire le cose con l'occhio, il ricordo.
Andando sulle campagne meno gente c'era, e più erano occasioni di svago.
Poi anche questo lasciò il posto al mare.
Ormai molti erano che andavano al mare e le spiagge erano piene.
Un'occasione di andare più in là! Che sempre cose più belle erano.
Luoghi che furono visti dalle navi Achee e che ricordavano l'Acaia e avevano ospitato i naviganti.
Di là erano un po’ arretrati poi ne fecero villaggi imponenti a Selènis e a Serra Orrios.
Montagne bianche fino a Tavolara, la Greca. Fiumi di oleandri, voli di falco, di rondini e di pesci volanti.
Ora, qualche deltaplano solca i cieli per mille metri di caduta sul mare.
Lì c'è il monte che sembra un guerriero disteso.
La disponibilità con il forestiero per richiamo dei lunghi anni.
Lì sotto il rito delle cento capre arrostite, che ripeteva il rito dei Clari, e degli Etiopi.
Essenzialità e ingenuità necessarie ma che il Fenicio inganna.
Zone di tradizione tranquilla vogliono sperimentare il vivere fenicio negando Roma e le regole di Atene.
Ma l'esperienza fenicia dà la schiavitù e il divieto di coltivare la vite.
Anche il Savoia viene irriso, anche se ognuno è un piccolo Savoia.
Cagliari ricorda i Klari e i Savoia e lapidi di importanza ricordano Carlo V, lì con seicento navi.
L'andare o proporre la banalità fenicia per costituire dominazione porta disaccordo.
Il divieto di coltivare la vite (o divieto di fare economia) che promana dal sarcofago fenicio fa molti disoccupati e inclini all'ingenuità.
Così con i sacrifici umani si sostiene la dominazione e non sviluppo.
Gli dei delle forze della natura e della scienza non tolgono libertà ma la danno.
Tutti vedono quello che si può fare con due ore d'aereo e vedono che non si fa, perché vietato, e male nascosto.
La visita al prato (in Primavera)
Sempre accadevano cose inaspettate e piacevoli.
Andando a scuola i compagni si fermavano in attesa, alcuni sotto al Palazzo al Corso e altri al cortile di mezzo.
Lì un gran vociare, di bambini e bambine col fiocco, sulle scale di fianco al Palazzo da dove si vedeva il paese basso e il mare.
Altri più audaci andavano sul chinale del muro di sostegno che delimitava il cortile di mezzo. Questo muro aveva un dorso in cemento dove si saliva, e poi si scendeva lungo la strada e gradini che passava a fianco del muro.
I più audaci e spericolati facevano anche il tratto più alto del muro che portava alla strada di sù ed era molto inclinato e si saliva con le mani.
Qui un giorno ci fu un imprevisto. Mentre si stava in classe, adiacente a questo cortile, alcuni bambini erano venuti, avendo marinato la scuola, a rappresentarsi sul muro di fronte alle classi, chiamando i fratelli in classe e facendo smorfie di sopportazione.
Il maestro era impegnato in classe con gli alunni e dava segni di dissenso, mentre tutto continuava uguale.
Poi dopo un po’ uno disse: "ma quello è mio fratello" e allora il maestro propose di mandare lui, un Piras, insieme ad altri per allontanare i ragazzini sul muro che ancora facevano smorfie.
Ma accadde che la squadra che poteva risolvere tentennò, il Piras disse: "ma lui mi vince" e per un attimo sembrò che la cosa non andasse bene.
Poi andarono e il fratello minore se ne andò e il Piras ritornò in classe.
Un giorno invece, sarà stata la II elementare o la III, si uscì dalla classe, ma altre classi trovammo nelle scale e poi altre lungo la strada.
Si andava verso la stazione, molte classi. Arrivammo ad un poggio soleggiato, l'erba era bella. I bambini giocavano con buon vociare e corse.
A un certo punto una sorpresa. Una bambina, bruna, vicino, mi disse: "tu sei mio cugino". E mi portò a conoscere le erbe, "questa si mangia", "questa si mangia", così nel prato col sole di primavera.
Parenti, che poi erano molti, per doppi matrimoni e molti figli (11 o 13), e non si andava bene oltre il primo grado che si conosceva meglio.
Un altro bambino bruno e robusto mi disse "tu sei mio cugino". E sì erano miei cugini.
Un giorno poi ritornò mio fratello grande dal fare il militare. Lui che già aveva portato la macchina fotografica e aveva fatto le fotografie, che tante ne mandava.
Quella volta portò un regalo, un astuccio intero di colori e altri attrezzi, gomme, matite e tempera lapis. Un bell'astuccio.
Compensava uno che, compagno di banco, sfoggiava una penna biro. Dal colore azzurro, veramente azzurro, dell'inchiostro con l'astuccio giallo e che sembrava non finire mai per lo scrivere.
E non si scriveva più con le penne e i calamai.
Grembiuli neri che perciò servivano, ma poi si continuarono a portare.
La classe era numerosa, di trentaquattro bambini, più o meno.
Restò quasi sempre la stessa per tutti i cinque anni con lo stesso maestro, ottimo maestro per semplicità e costanza.
La classe era estratta a caso dalla popolazione e c'erano molti PIRAS, di Niu Susu e Niu Giossu.
Pochi andarono alla media e dopo si vedevano solo per caso.
Uno di loro si laureò, che pure perdeva partite a bottoni, ed era in fondo sempre in contesa per i confini del banco; stava distante quando io andavo l'estate in una vigna di mio padre dove maturava la buona uva, e lui abitava lì vicino.
In questa vigna passavo dei giorni d'estate, e lì era l'occasione di salire sui belli alberi da frutto. C'era un susino notevole, di susine bianche, che maturava piano piano, e piano piano si assaggiavano.
Poi susine nere, e l'uva che piano piano maturava e si assaggiava, anche un po’ acerba.
Ma un altro impegno era quello di costruire un orto. Si seminavano semi di carrubbe che si trovavano sul terreno e poi facendo le righe si portava l'acqua a secchi da una sorgente lungo la ferrovia che passava lì sotto.
Questa sorgente era bella con la pietra scolpita e una piccola vasca, ma non era potabile, perché sorgeva vicino alle case.
Ma i geni dei ferrovieri che l'avevano costruita avevano usato cura e fatica a raccogliere le fonti che avevano trovato tracciando la linea ferroviaria, così qua e là c'è una sorgente che poteva dare anche l'acqua alle caldaie dei treni.
Verso il tempo della vendemmia l'orto di carrubbe era già germogliato e le piantine sembravano belle. Poi la vendemmia, l'uva, la pigiatura rinviavano tutto. Si riprendeva con le castagne.
La tomba di Iolao (Sardus Pater)
Iolao era venuto con suo figlio Sardo.
Erano sbarcati a Sud dopo aver conquistato terre in Africa.
Ricevettero un'accoglienza strepitosa dai Clari (o Kalares), come li chiamano quegli abitatori del Sud perché le Cale non erano ancora chiuse e c'era un luogo là bellissimo e ricchissimo.
I Clari abitavano le colline indietro ed erano lì da molto ed erano venuti per il commercio del sale e delle frecce e coltelli e lame di ossidiana.
E sempre tenevano i rapporti con l'origine del sole da cui erano venuti nel grande mare verde.
Certo, bisognava navigare verso nord, per evitare il grande mare giallo che si conosceva da molto più tempo ma era anche più duro.
L'approdo venne dal Sud perché tanti navigavano la costa della Libia fino a Tartesso, ed Eracle aveva disperso i suoi eserciti tra Spagna, Sardegna e Mauritania.
La navigazione per la Sardegna non era difficile. Già molte navi a largo vedevano le montagne e così videro che l'isola si raggiungeva bene con lo scirocco e poi si poteva lasciare bene col maestrale. Anche d'estate maestrale e scirocco sono buoni venti.
Le grandi fabbriche del Monte dell'Ossidiana facevano punte di freccia e coltelli e lame richieste in tutto il mare verde. Ben si poteva commerciare con queste lame e punte di freccia e col sale.
Chi rimaneva con molte punte di frecce comprava la nave e chi rimaneva con molto sale poteva fare lo stesso. Poi il rame e il bronzo aiutarono perché erano di maggior valore e tutti li volevano.
Si facevano fibbie, punte di freccia dei capi militari, sigilli, armature, poi tripodi e altre decorazioni.
In Sardegna c'erano anche i metalli e sempre più ci furono navi e viaggi.
Iolao partì dall'oriente, sapendo bene dove andare e commerciava sempre andando avanti dall'Egitto, alla Libia. Venne con lui il figlio Sardo che fu capo militare e le navi erano diventate molte, molta ricchezza e la gente di Sardo.
Arrivarono alle Kale, già abitate dai Clari e fu un incontro grandioso. La festa fu quella conosciuta dai racconti della ambasciata di Atene al re di Etiopia.
Ci furono arrosti di cento capre arrostite in un fuoco di venti metri a terra con gli spiedi conficcati in terra.
Il linguaggio era lo stesso. Le popolazioni erano le stesse che erano venute molto tempo prima.
Ci fu intesa.
Sardo preparò viaggi nell'Isola.
Già si conosceva la Campania, abitata da molto da altri Campani che lavoravano ossidiana, la trasportavano alle Kale, e altra ne andava via senza lavorare.
Altri nei villaggi seminavano buona terra e altri crescevano greggi.
Già si conosceva la frutta.
Ma Sardo andò verso Occidente. Là su quelle montagne da cui venivano buoni pezzi di metallo. C'erano esperti di quelle pietre e presto ne trovarono altre: Rame e altro metallo simile per lega.
Quelle pietre davano buona lega e là furono costruiti santuari che inneggiavano a Iolao, Sardus Pater.
Ma Iolao più stava coi Klari che sapeva vicini e con loro visse.
Morì e fu fatta una grande sepoltura, tomba gigante, come quelle micenee.
Lì sul colle più alto, dove altri posero una torre che guardava sulla collina del Clari.
Lì Iolao poteva sentire i venti che lo avevano accompagnato, maestrale e scirocco, e poteva vedere il mare e le navi che arrivavano e portavano via pietre e metalli, e sale.
Altri arrivarono su quelle rotte, di gente diversa, e meno attenti al rispetto della gente che c'era.
Sardo fece costruire dei castelli a torre come le fortezze Assire e costruì la sua reggia dentro, più lontano dalle Kale.
Lì era la Torre del Re, Baru (Do) Minus, e poi fu trasferita anche la tomba di Iolao.
Lì Sardo crebbe l'attività, sempre d'accordo coi Klari, e chiamarono Sardi i suoi e poi tutti e Sardegna l'isola che i greci prima chiamavano Sandalo.
Ma i nuovi erano pericolosi e i figli di Sardo li colpirono in battaglia pesantemente.
Ma serviva arretrare e si salì dal mare sui monti. Passando per Serri dove ogni anno tutte le popolazioni di Sardo si ritrovavano.
Venne la tempesta, e il castello di Sardo conquistato.
Prima la tomba di Iolao era stata portata sul Gennargentu, dove altri venuti con Iolao erano saliti lungo le valli di monti piovosi e avevano costruito grandi villaggi con castelli a torre.
Là i monti guardavano la gente abbondante ,anche se dalla costa si sapeva che altre navi che non erano le stesse si incontravano e c'erano scontri.
Ma la tomba di Iolao stette in Gennargentu per secoli finchè i nuovi furono tenuti sotto controllo sulle coste, anche dopo la perdita del castello di Sardo.
Ma dopo tanto, anche il mare orientale fu frequentato da navi diverse e le popolazioni del Gennargentu le vedevano dai loro bastioni e villaggi dei monti piovosi.
Prima di una battaglia i Sardi spostarono ancora più indietro la tomba di Iolao e da Gennargentu la portarono dietro i monti a forma di Toro, che proteggeva la tomba di Iolao.
Là si può vedere maestosa, ed essa si fece come i Re micenei.
Sulla costa poi ci fu il commercio protetto e nuovi si muovevano su tutto il mare verde.
Le popolazioni dei villaggi dei monti piovosi furono scese a valle e molti ancora ricordavano per secoli di Iolao e di Sardo e Sardi si chiamavano.
Custodi pastori di quel ricordo che grandi costruttori fecero oggi scoprono.
Monte Nulai
Con la fine della guerra i ragazzi avevano risolto due problemi gravi: fascismo e comunismo.
Il secondo era stato la causa del primo e nessuno si era accorto che stava ritornando.
Perché poi tutto filò liscio.
Al cinema qualcuno cantava "le giberne che noi portiamo", ma pile di luce forte solcavano la sala fino a farsi notare, pile rubate.
Ma il nuovo continuava. Dopo le pile venne il giradischi e il Mambo italiano. Però si sentivano canzoni antiche: "Luna Rossa, luna africana, nella gran notte si perde la carovana…." "E dopo una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, settimane….". L'albergo si chiamava Tripoli e c'erano negozi di "coloniali".
La scuola si faceva seriamente, studiando bene le origini caucasiche della stirpe europea, le grotte e le palafitte di cui nessuno più parla che invece costituivano vere città nella Padania millenni fa. Poi Roma e Savoia giustamente.
Una congiura verso l'antico dei Sardi che forse era già un compromesso subìto dal Fascismo. Nessuno doveva parlare dell'onore dell'antico che invece si risvegliava sul moderno, Brigata Sassari, guerra di Crimea, Piave.
Al cinema Narario Sauro e il canto dell'Amba Alagi.
Ma quella vivacità, che faceva aggressivi alcuni bambini, riempiva di bande per obiettivi occasionali.
Una domenica ci fu un viaggio "a sa sogargia" "a cancedda", non molto lontano. Là alberi grossi di bacche e drupe dolci, marroncine, furono riempiti di ragazzini che scalavano, mangiavano le piccole drupe e poi si potè vedere che un altro uso ancora si poteva fare delle drupe. I semi con una cannuccia a cerbottana potevano essere sparati in faccia lontano.
Venti o trenta ragazzini, ma altre volte erano cinque o sei.
Liti con cani a difesa, neutralizzati con calci al cane.
Il paese cresceva e all'equinozio la domenica si andava al caldo.
Monte Nulai era un buon punto.
Cucuzzolo piano sulle rocce, con qualche casa che si costruiva vicino. Una strada costruita, il sole.
Un giorno tre, quattro grandi facevano la lotta.
Un legionario mostrava ottime possibilità. Ma non era un legionario sardo, forse Celtico.
Un Sardo piccolino, mostrava tenacia.
Due più grandi erano forse Fenici o forse Achei. E loro avevano maggiore campo. Nessuno cedeva. Grandi e piccoli.
Scorreva il visto come normale, con buono utilizzo e poco curare la mancanza.
La mancanza non era forte. Le cose c'erano: le case, i vestiti, le cose.
I libri, la scuola, erano ottimi. Per allora. Non c'era menzogna anche se molte cose erano taciute.
Piccoli movimenti accompagnavano sempre il procedere. La classe, la neve, la conoscenza dei luoghi, riscossione di affitti di pascolo, la carbonaia, l'acquedotto, tutto già conosciuto.
Nessuna meraviglia che tutti furono subito moderni e abili. Ci furono poi campagne elettorali tribolate di manifesti, comizi inveienti, Nadia e Fiori, ma tutto sembrava restare lì mentre si procedeva.
Il boschetto portava turisti, il fresco e le fonti.
Da Cagliari belle ragazze villeggiavano e altre trovavano i parenti.
Al Corso c'erano rivendite di giornali, offellerie e circolo.
Quel Carnevale fu meraviglioso. Maschere di domino colorate intere, ragazzi e ragazze, spruzzi di coriandoli e filanti, con un andirivieni contento, tutti.
Tonio fece coriandoli in quantità dai vecchi giornali e belle ragazze stavano alla rivendita dei giornali e altre leggevano Gente, Epoca.
Due Carabinieri con i pennacchi passeggiavano e si distraevano pur in divisa.
Il corso era pieno e si diceva che il paese cresceva, aveva più di 5.000 abitanti, e poi ancora.
Al corso si raggiungeva una vista del mare, poi su a Marcusei l'estate.
Mentre questo si svolgeva qualcuno mosse i bulloni delle ruote.
Si andava sempre avanti ma con rumori di fianco. Ancora più avanti ed altri rumori.
Sembrava che non si poteva più andare e c'era sempre chi era più saggio e diceva di non sentire rumori.
Poi venne la riduzione della gente e il silenzio del parlare. Nell'ombra sempre scambiandosi per maschere.
I soldi del Re
Si faceva mercato là e c'era vociare, frutta verdura e pesce.
Anche l'associazione dei combattenti ogni tanto prendeva le sue bandiere, IV Novembre.
Lì mio nonno faceva il monte granatico, dalle sementi a prestito per quarra (quarter) piena. Cose lontane ma c'era qualcosa di attuale: i soldi del Re.
Cinque, dieci e venti centesimi venivano giocati e lì nello sterrato, sotto due acacie, si svolgeva una piccola competizione. Bottoni e soldi.
I bottoni non erano granchè, e salvo i gotici non erano impegnativi.
Coi soldi il gioco era più complesso.
C'erano professionisti che ostentavano sulla mano stesa colonne di monete da 50 centesimi 1 e 2 lire. Vero capitale.
Però qui l'estate c'era un ritrovo, nelle ore del pomerio, e la contesa andava avanti. Modi lenti del gioco per acquisire i 20 centesimi e modi più rapidi: "S'ampulatura".
Questa rapidità del gioco non poteva essere sopportata perché avrebbe eliminato contendenti e perciò era temperata.
C'era "S'urtimu giogu" per cui una moneta vinta veniva rimessa in gioco a favore del vecchio proprietario con un'altra possibilità a s'ampulatura, "gruxis o crastus", poi basta.
Alcuni giorni si andava a Marcìa dove c'era uno sterrato di sabbia, forse del fiume che lì scorreva.
C'era la sorgente di Marcìa (acqua marcia?) e nello sterrato, piano e sabbioso dove si diceva che c'era un vecchio cimitero, si facevano giochi coi barattoli, con l'acqua, col carburo.
Ragazzini più grandi mettevano le pietre di carburo nelle pozze d'acqua preparate, poi coprivano l'acqua col carburo che bolliva con un barattolo bucato in alto nel fondo. Poi riempivano i bordi del barattolo interrato con la terra e con un lucignolo su una canna, a distanza perché era pericoloso e da non fare, si dava il fuoco al buco del barattolo, che spesso esplodeva facendo un razzo e perciò era da non fare.
Ma molte volte andava male e allora era "candeledda" perché il tutto ripeteva il principio della lampada a carburo col carburo sciolto nell'acqua che faceva uscire un gas dal buco dove si accendeva la lampada.
Ma lì c'erano molte risorse: un grande pannello arrugginito richiamava il Fernet Branca, grande sulla piazza.
Lì il palchetto delle occasioni, dei comiri sfiniti di Nadia e Fiori e il gioco dei bambini di corsa su e giù da quel palchetto sulla piazza, di corsa alla parola "Su Nex" (to next?)
Ma altre insegne c'erano a togliere la semplicità. Si vedeva un bell'oblò in metallo con una Nave grossa di agenzia di Viaggi, arrugginita, ma ancora chiara.
Dove si andava, chi, e quando? Nessuno chiedeva. Ma qualcuno aveva parenti in Argentina, altri in America, e si ricevevano lettere in Spagnolo, e altre in Italiano.
Già si facevano escursioni intorno, qualche volta a "bingigedda" per una strada scoscesa e dirupata poi giù fino a un cancelletto in legno, lì la vigna non lontana, avevo 5 anni.
Al cinema c'era aria di buone cose, film settimanali e di qualità, tanto che a sette - otto anni fummo fermati alla fine per "commentare" (?) il film. Era Madame Batter fly.
Però la permanenza al cinema era accompagnata da vendita di liquirizie e rotoli neri; non c'era riduzione del commercio, che anzi Ughetto e Attilio sfoggiavano coi loro sacchi pieni di zucchero, caffè e farina e pasta.
Gli antichi commercianti avevano lasciato i loro palazzi, veri gioielli, e c'era chi aveva interi quartieri di case. Poi le terre e i poderi. Chè ogni commerciante comprava poi poderi in campagna secondo quella abitudine Romana per cui solo l'attività della cura della proprietà dava giusto ristoro.
A Portu ormai scendevano i camion della legna che sbrigativi vendevano a Pisa, chè ancora c'erano collegamenti da PISA, e sulla torre a difesa di Alghero ancora si legge "viva PISA" che sembra attuale.
Ma a Portu andavano anche a carro a portare il vino e poi per l'imbarco.
Ma ora si chiamava anche Arbatassa, da quel nome arabo della torre anti - saracena, che custodiva i vecchi due porti di Portu Frailis e dello stagno (Portum Ilii).
Al passeggio bella gente. Giudici, avvocati e le loro figlie. Il procuratore del Re, arcigno saliva in Pretura.
Poi il direttore dell'Ufficio del Registro, del Catasto.
Anche il direttore dell'INAM aveva buona compagnia.
Certo si vedeva il mare e dalla scuola si vedeva molto lontano, in altri paesi.
Quelle torri di calcare, boscose, e altre montagne granitiche rosse boscose, poi il rimboschimento, lì lontano.
Ma da su, da "su capu' e susu" si sentiva poco. E di là, dal Gennargentu, veniva sempre il tempo, e le nuvole venivano sempre da Occidente.
Quel bosco bruciato ogni anno, vera pena e il treno che scendeva quando saliva e saliva quando scendeva sul Monte Pissicuccu.
Distruttori di società
(I relitti di Cea)
Andammo al mare a pescare con una moto, ma pensavamo di stare poco.
Invece la pesca portò interesse.
Là vicino a quelli scogli si vedevano terracotte incastrate tra le pietre nei fondali.
La prima idea fu che ci trovassimo davanti ad una fabbrica di brocche, che buttava a mare i resti di brocche rotte.
Ma la curiosità durava e qualche pezzo di terracotta era libero sul fondo.
Si fece l'ipotesi di una nave romana, ma nessuno ci credeva.
Intanto le ore passavano e il fondale straordinario portava a uscire un po’ per bere un sorso di vino di una bottiglia che avevano e poi di nuovo sotto.
Non c'era altra traccia sulle rocce, che pure si sarebbe sfracellata sulle rocce.
La pesca continuava, senza fucili, che quindi era di qualche riccio o patella e poi perlustrare il mare.
Qualche polipo si vedeva in tana proprio per le pietre che rivoltava su di se per nascondersi.
Ma quel giorno durò a lungo. Salivamo dal mare per una boccata di vino e giù nutriti un po’ e riscaldati.
La giornata era buona e fino al pomeriggio pescammo finchè la bottiglia fu vuotata e nessuno aveva fame.
Un altro giorno una mia conoscente archeologa voleva sapere o vedere di domus de janas.
Andammo a Gennargentu perché forse lì indicavano le carte.
Ma non si trovava.
Era la strada lungo il lago e il giorno ventoso e caldo.
Notammo un ovile da cui veniva fumo.
Chiedemmo: sapete dov'è una domu de jana qui vicino?
Sì. Intanto state che stiamo cuocendo un po’ di capra.
Il fumo rendeva l'ovile irrespirabile ed io avevo il naso un po’ fuori un po’ dentro alla porta.
"Voi che venite da Roma", disse, "dite al Ministro della Sanità come ci tocca lavorare".
Non mangiare che poca carne di capra se no ti fa male, dissi. Si parlò allora come era capitato un'altra volta per una tesi di laurea in geologia.
Quella attenzione rurale era la continuazione dell'amore degli antichi per la conoscenza.
Allora, là vedemmo una morena glaciale, su Gennargentu, piccola a quella quota, ma tutti sapevamo di quell'altra morena in alto a Bruncu Spina, con l'acqua che scroscia sotto le pietre in estate a quota altissima.
Poi vedemmo il tempio di Iolao ad Antas, quello nuragico, il gran padre di Sardo, splendido.
A Cagliari vedemmo la tomba Romana alla grotta della vipera, ed io sapevo che lì vicino c'erano i cimiteri Fenici.
Ma grandi lavori avevano distrutto tutto e nessuno si curava di quelle tombe se non per la curiosità di vederle passando sopra il muro del giardino di casa.
La cementeria aveva distrutto la montagna e una dea Fenicia si era installata a Cagliari vicino, che distruggeva le tombe degli antichi Fenici.
Bandiere di sangue si vedevano spesso e l'industria nasceva e poi moriva. Riti sacrificali di gente e cose che poi servì per indurre i Sardi ai sacrifici umani.
"Non credo mancu chi totus sos banditos in fachere sequestros……", si leggeva sulla parete della ex casermetta al bivio di Portobello.
Ma distruttori di società e di stati operavano come Fenici.
Ritornata, la dea Fenicia prendeva l'ingenuità dei Sardi. Quella ingenuità che aveva consentito a Iolao, a suo figlio, di partire da lontano sul mare e coi venti, per lunghi anni commerciando e poi dividendo la terra cogli antichi Clari (o Kalari) della stessa stirpe.
La guerra coi Fenici fu dura, e oggi sembrano più deboli proprio quelli che la dea Fenicia meno la conobbero, i Sardi dei Nuraghi difesi.
Giù nella pianura già tutto è stato visto. Nuovi Fenici cercano di fare schiavi ma nessuno crede più le loro storie.
Gli amanti Achei del commercio e della libertà sono tra i Klari che gli inganni non li vogliono più.
La dea Fenicia vaga sui monti e cerca i figli di quelli che furono i più strenui difensori della libertà.
Terra e Logu D'oro per grano e per villaggi e torri, vera Campeda contro i Fenici.
I nuovi addetti della dea Fenicia salgono le valli portando l'abbandono di quelle terre, dove c'è la tomba di Iolao, fino che i mani costruttori di torri non lo diranno.
Lo specchio della finestra
Il primo giorno di scuola si entrò con gran vociare.
Al secondo piano Sia Mannenna, bidella con bacchetta, si imponeva magra e piccola.
Il direttore lì vicino seguiva.
Si arrivò alle classi e i bambini erano tanti che si andava a scuola anche il pomeriggio.
Vedemmo subito operai che armeggiavano col riscaldamento.
La classe, il maestro, bene!
"Tu sei Pili! Io ho avuto tuo fratello a scuola". Fuori di scuola un gran baccano, e poi nei corridoi d'inverno si lanciava la cartella come una slitta.
La scuola partì piano. Pagine di a, e, i. La grafia, le operazioni.
Quei compagni, taluni di Niu Susu, altri di Niu Giossu. Compagni di banco.
Ci fu un'ombra sui voti. Non sempre li metteva, e a volte c'era un visto bene che toglieva un po’ l'interesse.
Poi pagelle buone, dalla prima a scalare.
Venne la neve e le scuole furono chiuse.
Si andava a scuola per vedere se riapriva, ma per una ventina di giorni non ci fu scuola.
Si slittava di suo al corso con la neve scivolosa. Altri andavano a qualche discesa dove con slittini o cartoni o tavole si scivolava.
Le montagne ebbero tanta neve e qualcuno fece una spedizione sulle montagne.
I compagni venivano da parti diverse, ragazzini e ragazzine e due fratelli, di cui uno più piccolo, perché il piccolo non voleva stare solo a casa mentre il fratello era a scuola, aveva 4 anni e mezzo.
L'origine dell'uomo, grotte e palafitte, la stirpe caucasica. In fondo una introduzione evoluzionistica niente male.
Ma non si andò avanti.
Dettati e temi. Operazioni e geometria.
Qualche volta la classe si annoiava e c'era chi faceva smorfie.
Poi i ragazzini che non facevano i compiti!
Sempre gli stessi e il maestro una volta si arrabbiò e rimproverò uno.
Le mamme qualche volta venivano per i figli. Poi la fine dell'anno. Corcoriga, tamata e cugumeri, si vociava.
Guardando dalla finestra il mare e le montagne distanti di fronte si vedeva questo bel paesaggio e in fondo costituiva una uscita, tra qualche questione col compagno di banco con cui si divideva il banco fino a segnare il confine.
Questi anni erano poi intervallati l'estate con le vacanze al mare e nelle campagne con orti, fiumi, vigne, vendemmie e fare il vino.
Una volta andai a Gennargentu, a Bau Mela.
Capitava talvolta che stavo davanti al vetro alla finestra di casa con la pioggia.
Questa pioggia batteva ed era riposante, chè io trascorrevo il tempo a guardare.
Un anno la pioggia fu più forte. L'onda tracimò e mosse le case più vicine. Una o due case ebbero qualche crepa, lì vicino a me e le vedevo dalla finestra. Mobili fuori, vociare di persone, movimento.
C'era molta attenzione a quel movimento.
Ma tante ancora erano le cose che si potevano fare: osservare i nidi degli uccelli e cercarli. Andare a cavallo, raccogliere le ciliegie, vedere luoghi.
Ma un giorno avvenne una cosa strana. Guardando la mia finestra di scuola il vetro rifletteva il paese, dietro la scuola. Ci fu un pensiero: "che bello questo paese". Rimasi un po’ curioso.
Quel pensiero era di poco senso (sembrava una stranezza), però rimase e fece curiosità ma non sapevo spiegarlo.
Tutto andò avanti normale, ci fu l'ammissione alla scuola media con buon esito e poi là le medie.
Altra gente, gente di fuori, e i due fratellini che avevano 6 e 4 anni e mezzo.
Gran movimento ma poco costrutto.
Il direttore venne a dirci che la parola Abba veniva dal latino aqua e la parola Ebba veniva dal latino equa. Va bene.
Andando a Cagliari ci fu un po’ riscontro. Tre o quattro al tema di retorica.
Tutto era più specifico e scientifico. Un altro corso.
Qui presto ci furono novità ed amici, la città era già sviluppata e l'interesse si volse all'economia.
Ma anche qui non si andava lontano, si prendeva otto ma la sensazione era che non era sufficiente.
Alla fine si andò fuori per l'Università: un piano studi che sembrava appropriato e un avviso all'Ufficio di collocamento per 400 mila lire al mese. Poi ripensando a quel vetro della scuola che faceva pensare vidi che era uno specchio, l'opposto di quello comune.
Anche il guardare la pioggia dal vetro sembrava lo stesso, e quelle montagne bianche verso il mare, che vedevo.
Di là tutto era arrivato e lo specchio lo rimetteva.
POESIE

Gennargentu Tavolara
La porta
a levante, la greca,
riflesso tempio
di luce, del dio.
maestose Nubi.
querce
sepolte.
Lunghi
corsi
Arbatax
di pietra
oranti
antichi Portus
salutano. di cargo
Soli fenici,
ora. solco
Il fiume di fiumi
corre glaciali.
le forre I gigli,
e le torri le sabbie
nascoste. nuove.
Nausica.
Cagliari
Delle cale
e
degli orli
sprofondati.
Colline
di mare,
conchiglie.
Giochi
di gladio,
monti
boscosi,
strade
crociate.
Capitale
clara.
Sale
e
conchiglie.
Frecce.
La terra
salata,
di prima.
STORIA
LA SARDEGNA
(di Marcello Pili)
Origini fisiche.
L'origine fisica della Sardegna è dovuta all'innalzamento del fondo marino per spinta della placca Africana verso quella Europea, che ha prodotto una frattura nel mantello che era il fondo dell'attuale Tirreno. Con lo scorrimento sulla parte sottostante del mantello ha generato un innalzamento del fondo marino fino a far emergere la linea di Sardegna - Corsica che ha i suoi sfoghi vulcanici principalmente in Sardegna.
Questi sfoghi vulcanici chiari sulla riva orientale, Orosei, Cala Ganone, Barisardo e diffusi nella costa Nord - occidentale sono l'equivalente della linea di pressione delle placche Africana e Europea che oggi hanno però una nuova linea di pressione e di scorrimento nella linea della penisola Italiana che, successivamente alla rottura del mantello sulla linea Corsica - Sardegna, ha avuto una nuova frattura sulla linea dell'Appennino italiano, e ne ha un'altra nelle increspature montagnose della Dalmazia.
Queste tre linee di scorrimento del mantello sono approssimativamente parallele e originate dalle stesse forze.
La linea degli sfoghi vulcanici (tuttora attivi) è attualmente quella del Vesuvio, Stromboli, Etna, che indica che questa pressione e questo sollevamento sono ancora attivi.
In Sardegna invece le presenze vulcaniche sono spente e indicano che la Sardegna e la Corsica sono più vecchie dell'Appennino Italiano e le montagne più basse per l'erosione più vecchia.
Il sollevamento del fondo marino dovuto allo scorrimento della placca, per la rottura, sul mantello sottostante ha comportato la sopraelevazione dal fondo marino del Tirreno, che è profondo circa 2000 metri, e delle rocce del vecchio fondale del Tirreno che ora sono in copertura della Sardegna (Calcari).
Un segno di questo movimento è la maggiore altezza della costa orientale perché la punta dello scorrimento verso l'alto, e il Gennargentu fa parte del blocco orientale che è più montuoso.
Il sopraelevamento del fondale marino ha messo il sedimento del fondale, calcare e dolomite, a copertura della Sardegna.
Questa copertura è consumata dalla pioggia in larghi tratti (il calcare è alla lunga corroso dall'acqua per reazioni che lo rendono solubile come bicarbonato di calcio), ma larghi tratti ne rimangono fino a quota di 1400 metri.
La punta più alta, il Gennargentu, per la maggiore esposizione alla pioggia è ormai scoperto e mostra le rocce che sono sotto il calcare, lo scisto, di cui è formato il Gennargentu e a cui deve la brillantezza alla luce del sole che lo ha fatto chiamare Gennargentu (janua argenti, porta d'argento), "porta" perché ha un fronte orientale verticale che brilla alla luce da vicino, perciò "d'argento" (riverbero dello scisto).
Sotto lo scisto, di cui sono formate le montagne più alte del massiccio del Gennargentu, c'è il granito che rappresenta, per l'altezza medio - bassa dei monti in Sardegna, la roccia più diffusa e con grande effetto ambientale, come d'altronde grande effetto ambientale fanno le bianche montagne e scogliere orientali di calcare.
Il calcare c'è pure nella costa occidentale ma a livelli più bassi di quota, come le basse cime scogliere di Alghero e di Buggerru e le colline di Cagliari.
Il granito quindi è la roccia più diffusa in Sardegna, modellata dal vento e dalla pioggia di particolari suggestive immagini di orsi (capo d'Orso), di funghi (Arzachena) e di altre forme modellate dal vento che turbinando nei buchi sgrana il granito progressivamente.
Infatti questi ricami della natura sul granito sono sulla costa nord dove c'è un vento (il maestrale) quasi costante.
Questo vento, che prende origine dal Golfo francese di Mistral da cui si assume che venga, è in realtà un vento del Nord che si sente fino a Cagliari perché lungo il corridoio della pianura del Campidano (da Sassari a Cagliari) non trova resistenza.
Il bacino di pianura del Campidano è un bacino alluvionale di copertura di una valle altrimenti sommersa dall'acqua, che si è riempita con i detriti di demolizione delle montagne fatta dalla pioggia.
Questo bacino in epoca glaciale si mostra di più perché, essendo più bassa (di circa 120 metri) la quota del mare, il fiume o i fiumi, Tirso e Rio Mannu, sfociano più in basso e ciò fa abbassare la quota del loro corso, facendo emergere il bacino del Campidano come fossa, fossa d'altronde visibile per lo sprofondarsi direttamente di monti nell'attuale livello della pianura, oggi coperto quasi completamente.
La fine dell'epoca glaciale, ultima, ha risollevato il livello del Mare e ha riempito le fosse dei fiumi che in epoca glaciale erano più profonde e ancora si vedono i residui in corso di riempimento nelle lagune costiere, Stagni di Oristano (Oru 'e Istainu, Bordo di Stagno), di Cagliari e di Arbatax, dopo avere fatto i cordoni litoranei via via più esterni.
Le manifestazioni vulcaniche sono in forma lavica nella parte orientale, tra Orosei e Cala Ganone e poi a Barisardo.
Talvolta queste rocce arrivano al mare in ciascuno di questi tre luoghi con le rocce Nere, ed evidenti sono i segni delle colate laviche.
Anche queste rocce sono colonizzate dall'uomo perché formano terreni fertili e così abbiamo insediamenti arcaici e nuragici, punici e romani su qualunque tipo di roccia, comprese le lave. Molti sono i nuraghi in pietra lavica , i più sono in pietra di granito grigio o rosso, e meno sono in pietra di calcare bianca.
I nuraghi sono fortezze e abitazione del capo tribù, simbolo della comunità, intorno a cui si disponevano le capanne del villaggio. I villaggi nuragici e i Nuraghi sono circa 8.000 per una popolazione di circa 1.500.000 di abitanti, come è oggi, anche se è diversamente distribuita.
La storia dell'uomo in Sardegna.
Alle origini dell'uomo la Sardegna non era popolata di ominidi, perché non vi sono state ritrovate tracce.
Anche se il Mediterraneo si è prosciugato per lungo tempo glaciale lasciando banchi di sale sul fondo del Mediterraneo, ancora rintracciabili, non c'è traccia di passaggio dell'ominide dall'Africa, forse perché lo spazio tra la Tunisia e la Sardegna pur se prosciugato poteva essere, come sembra, un deserto di sale profondo anche 2000 metri sotto il livello attuale del mare.
La presenza di quasi tutti gli animali e le piante fa pensare che per gli animali un passaggio c'è stato, in concomitanza con una glaciazione che scopriva un corridoio tra Toscana, Elba, Corsica, Sardegna, o in una precedente glaciazione o nel prosciugamento del Mediterraneo perché molti animali hanno un adattamento biologico antico in Sardegna, relativo alle specie che sono più piccole, come generale adattamento e risparmio in ambiente di siccità, e ciò richiede molto tempo.
Tale adattamento riguarda i vegetali che sono molto spesso profumati, come frutto della siccità e della concentrazione delle essenze.
Ciò vale per il lentischio, per il mirto, per erbe di montagna profumate (erba 'e entu) che si possono cogliere a fianco della strada su tutta la strada del Gennargentu tra Villanova Strisaili e il passo di Correboi. Poi c'è l'erba detta Armidda di alta montagna (Monte Armidda, Lanusei). La produzione di essenze è tipica delle zone secche, come di più si vede per le essenze classiche di incenso e mirra che stanno in zone pre desertiche.
Poi c'è l'adattamento animale, fatto di varietà più piccole, e forse perché vivono di erbe profumate sono gustose, come pure il pesce per le acque pulite.
Questo adattamento ha portato ad avere Asinelli piccoli, Cavalli sardi piccoli, frutta sarda piccola (pesche) e talvolta amara (pesche sarde e miele sardo: miele di fiori di cisto, amaro).
La popolazione umana in Sardegna può essere arrivata con l'ultima glaciazione, cioè diecimila anni fa, o con una precedente glaciazione se si possono riscontrare caratteri più primitivi anche se mescolati ai nuovi.
I primi insediamenti sono ascrivibili a popolazioni allora localizzate nel golfo ligure, tramite il detto corridoio Liguria, Toscana, Elba, Corsica, Sardegna, o direttamente se viene assunta la capacità di navigare anche in modo sporadico e irregolare 8.000 anni fa.
Così, sporadici sembrano gli approdi, per piccoli gruppi più che altro di uomini che vivevano di frutti di mare, e di cui sono documentate in Sardegna presenze in ripari sotto roccia o grotte vicine al mare, in Gallura e verso Alghero.
La navigazione.
Se abbiamo detto che in Sardegna possono essere arrivati via mare dalla Liguria degli uomini primitivi (età della pietra, paleolitica), ciò indica che la navigazione è una attività molto antica, cosicchè da ottomila anni fa o poco meno abbiamo l'inizio della navigazione di tutto il Mediterraneo.
La spinta a conoscere o alla ricerca di clima più caldo a mezzogiorno ha spinto l'uomo ligure o l'ominide verso la Sardegna, dove e se non era già arrivato prima direttamente dall'Africa col Mediterraneo asciutto.
Quest'uomo ha trovato alcune ricchezze in Sardegna che 8.000 anni fa erano molto più importanti di oggi: il sale e l'ossidiana.
Il sale evidentemente era subito un bene commerciabile con le popolazioni del Nord, liguri di provenienza, e tramite questi con tutta l'Europa.
Poi c'era l'ossidiana, trovata sui bacini vulcanici di Monte Arci vicino Oristano, e consistente in materia lavica vetrosa per il raffreddamento rapido, da cui si facevano agevolmente per scheggiatura lame taglienti come vetri, punte di freccia, con la sola scheggiatura.
Di questi prodotti di ossidiana dell'età della pietra scheggiata sono state contate 150 fabbriche sul fianco del Monte Arci, fabbriche per il commercio internazionale verso l'oriente e il Nord Europa.
Commercio senza moneta?
Sì, il commercio incomincia prima della moneta, perché ogni merce è moneta di sè stessa e tutte le merci sono buone monete. Se non ci fosse moneta potremmo fabbricare punte di freccia (che sono sempre utili per cacciare e perciò per vivere), trasportarle e scambiarle con barche o battelli, ritornare per commerciare con nuove barche attrezzi di ossidiana pagando con altri oggetti di ossidiana o caccia ottenuta agevolmente con le frecce di ossidiana.
Così si vede che l'ossidiana è moneta e funge da moneta, come ogni bene senza moneta è scambiabile con ogni altro.
Il commercio viene prima della moneta e si può fare senza moneta e viene detto Baratto, scambiando un bene con l'altro, e misurando il guadagno e la convenienza ogni volta che si ripassa con la stessa merce: quantità commerciata di ossidiana, o numero via via crescente di barche o battelli impiegati.
Ciò dava benessere, prestigio e attività al gruppo che si sviluppava.
L'utilità di chi comprava l'ossidiana o il sale era ovvia: il sale, perché necessario e l'ossidiana, come la selce, perché agevolava la caccia e con la caccia o con le pellicce si poteva pagare l'ossidiana.
L'utilità di un coltello di ossidiana o di selce può essere rappresentata dal fatto che ancora oggi molti anziani usano il coltello per una infinita quantità di impieghi che li rende quasi autosufficienti.
Il Mediterraneo di 8.000 anni fa va visto presto come un via vai di trafficanti e commercianti.
Dopo l'industria, della selce e del sale, che è la prima attività economica dell'uomo e che lo definisce uomo (uomo è l'animale che si provvede degli strumenti per prodursi i beni di cui ha bisogno: frecce, martelli, coltelli etc.) c'è il commercio, attività economica ad alto potenziale perché offriva beni altamente utili, ma pur poco costosi: bastava trovarli e navigare per venderli, cari dove mancavano, nè era difficile fabbricarli: così il guadagno andava gran parte a chi li commerciava contro prezzi più alti.
Per il commercio Fenicio o Punico si è stabilito che il guadagno era di trenta volte il capitale impiegato, che sicuramente era un livello molto redditizio (Polibio).
Dagli sporadici commercianti della prima età della pietra ai professionisti del Commercio: i Micenei e i Fenici.
I Micenei.
I Micenei che abitualmente chiamiamo Achei, sono le popolazioni che fecero la guerra di Troia e popolavano le città di Argo, Micene, Sparta, in Grecia. Questi popoli ebbero l'egemonia navale per lungo tempo nell'Oriente del Mediterraneo e contesero ai Fenici, che poi fondarono Cartagine, l'occidente occupando la Sardegna e altre piazze forti in Corsica e Baleari.
Tracce importanti di questo insediamento sono le terracotte e i richiami letterari dei porti sardi quali Olbia, che è un nome di una città della Grecia antica, secondo l'usanza di ridare i nomi delle città di origine, poi c'è una Nea - polis indicata nel golfo di Oristano e Cagliari che per avere la città moderna sopra lascia meno evidenti i siti archeologici più antichi.
Anche per la dominazione Fenicia e poi Punica Cagliari porta lo stesso problema.
Infatti è sicuramente la città Fenicia più importante della Sardegna, e le vestigia dei cimiteri ancora evidenti su tutta la collina di Santa Avendrace lo confermano, per la grande dimensione e la disponibilità di un grande porto dentro la laguna di S. Gilla che lambisce il Viale S. Avendrace.
Questa evidenza conferma che Cagliari è dall'antichità il centro più importante dell'Isola, bocca di carico e scarico di merci dal paleolitico in poi verso l'Africa e l'Oriente e sede di una cultura precedente i Miceni e i Fenici e attestata nelle colline di Cagliari, in particolare sul colle urbano di Monte Claro in città, e detta cultura di Monte Claro per i vasi particolari di terracotta ivi trovati.
A questo polo meridionale di traffici di industria litica e del sale (anche oggi ci sono le saline), poi di coltura agricola, fa pendant il polo Nord attestato sia sul versante di Olbia e isole dell'arcipelago maddalenino, come verso Alghero sottovento, con grandi tracce di necropoli famose quale quella di Anghelu Ruju vicino ad Alghero, oggi inserite nel comprensorio vinicolo che produce un vino famoso di nome Anghelu Ruju, cioè Angelo Rosso.
La doppia polarizzazione, evidente fin dalle origini dei primi insediamenti in Sardegna, è evidente ancora oggi con le due capitali di Cagliari e Sassari, ad indicare un riferimento antico al Nord Europeo e un riferimento al Sud antico Africano e Orientale. Questa caratterizzazione passa attraverso tutta la fase nuragica, che può iniziare coi Micenei (4.000 - 3.500 anni fa) e finisce coi Romani e mantiene la doppia caratterizzazione Nord e Sud, anche se la cultura Nuragica si è diffusa capillarmente nell'interno della Sardegna, preferendo anche le montagne dove ci sono ancora imponenti bastioni nuragici a difesa dalle eventuali invasioni.
Questa difesa è stata costruita da popolazioni Achee, dette Micenee dalla loro capitale Micene, e guerriere che lontano dalla madre patria hanno costituito un nucleo di resistenza duro per impedire invasioni dal mare che già erano considerate possibili da quando l'egemonia Micenea era venuta meno nei mari d'Oriente a favore dei Fenici per la caduta della prevalenza Micenea in Oriente.
Tale caduta è databile poco dopo la guerra di Troia, cioè circa 3.200 anni fa, che indica l'anno di datazione della guerra di Troia.
I Micenei in Sardegna.
I Micenei rappresentano quindi i primi abitanti numerosi che per la colonizzazione Achea delle Coste (Olbia, Neapolis, Cagliari) hanno costituito un nucleo numeroso di popolazione, certamente più numeroso di quella venuta con la glaciazione sia dal Nord tramite il corridoio dell'Elba e Corsica, che dall'Africa con possibile arrivo di uomini primitivi verso Cagliari e le coste occidentali (Iglesiente), ma già indirizzati e motivati dal commercio di sale, conchiglie, terracotte, ossidiana; ciò prima dei metalli che vi furono poi trovati abbondanti, per i bisogni dell'antichità: rame e zinco specialmente, quindi il bronzo.
Questo periodo Arcaico, attestato dalle culture pre - nuragiche, ha lasciato ampia documentazione archeologica, ma certamente i numeri di popolazione sono ridotti, forse meno di centomila abitanti, mentre con la cultura Nuragica si raggiunge la popolazione di 1.500.000 di abitanti, che è la popolazione che da allora la Sardegna ha mantenuto quasi sempre, con la differenza che allora era una popolazione densissima (per allora Strabone indica la Sardegna intensamente popolata e ricca di ogni coltura agricola: come era ricca finchè è rimasta la vocazione agricola, cioè fino al 1950 circa. Dopo di che c'è stata ulteriore terziarizzazione moderna e una certa industrializzazione, non esente dal fare danni all'altra parte dell'economia).
La cultura nuragica.
La cultura Nuragica è la elaborazione di una cultura guerriera (Achea, cioè Micenea), che avendo di fronte nel Mediterraneo una insorgenza di prevalenza fenicia e la fine della predominanza micenea in Oriente ha provveduto ad abbandonare le coste della Sardegna per barricarsi al suo interno, dove manteneva l'egemonia, e lasciando le coste quanto bastava per controllare senza esporsi direttamente al rischio di invasioni senza potervi provvedere.
Ciò ha comportato l'arretramento delle capitali all'interno dell'isola, anche se non molto arretrate.
La capitale Nuragica del sud si era spostata dalla precedente localizzazione nelle colline marine di Cagliari a quella maestosamente difesa di Barumini, vera porta sud della Isola di Sardegna.
Al Nord la capitale Reale (di Re Omerici s'intende, Re pastori, capi Regionali di tribù, Re di costruttori di fortezze) può essere localizzata con i castelli - Nuraghi molto grossi, vere fortezze, quello di S. Antine e Nuraghe Losa, che costituivano ora l'uno ora l'altro la porta nord e porta verso la montagna, come era anche la fortezza e villaggio - capitale di Barumini. Come oggi ci sono le capitali Cagliari e Sassari, allora c'erano le capitali di Barumini e di S. Antine - Losa.
La necessità per i Micenei di difendersi nell'isola ha comportato la messa a coltura del territorio per pastorizia ed agricoltura, giacchè non si poteva più vivere di commercio e di armi che nel Mediterraneo vedevano ormai i Fenici egemoni (soprattutto nel commercio, ma pericolosi anche militarmente).
La civiltà nuragica che ne è derivata è durata oltre 1.000 anni, ha colonizzato l'intera Sardegna, con una attenzione alla montagna dovuta ai rischi delle coste, ma pur sempre sfruttabile con la pastorizia, e riprendendo quel luogo della cultura megalitica dove si erano localizzati i primi uomini che adoravano il sole ed ergevano grandi tombe e adoravano i propri avi. Queste grandi tombe, comuni nell'interno della Sardegna, si chiamano oggi tombe giganti perché fatte con pietre grosse e ciclopiche, ed erano tombe per molti e i più importanti della comunità, adorati per dare continuità alla comunità: queste sepolture megalitiche erano luoghi di culto, come altri ce ne sono in cima alle montagne per il culto del sole e rivolte a Mezzogiorno (Monte Paulis di Lanusei).
La regressione territoriale dei Micenei ha saldato le culture "moderne" dei micenei di allora (3.500 anni fa navigatori) con quelle ancestrali degli adoratori del sole che seppellivano con grandi pietre.
Ciò si è sviluppato tra 3.500 e 2.700 anni fa quando poi un certo sfondamento fenicio c'è stato in Sardegna, portando via la parte occidentale e meridionale della Sardegna ai Nuragici.
In questa posizione rimarranno i Sardi rispetto ai Punici fino quasi all'arrivo dei Romani.
Gli archeologi hanno trovato nei pressi del paese di Bonorva le fortificazioni che i Nuragici hanno costruito per difendere gli accessi alla montagna e per contrastare eventuali invasioni dei Fenici che avevano un forte nella pianura di fronte. Questa fortificazione Nuragica fatta di muri a secco ad arco secondo la collina e selciati a terra era in opera comune a tutte le altre opere nuragiche e mostra una situazione tipo frontiera Indiana, una specie di Fort - Apache, che ha resistito fino all'arrivo dei Romani.
La cultura Fenicia.
La cultura Fenicia si insinua in Sardegna e in tutto il Mediterraneo occidentale perché le altre marinerie sono soccombenti, in particolare quella Micenea.
Gli approdi ormai liberati dai Micenei, che sono arretrati nell'interno dell'Isola, sono facilmente raggiunti dai Fenici che prima si attestano prudentemente su isolotti congiunti con la terra o addirittura staccati per evitare rischi di contatto non desiderato. Da questi isolotti, o penisolette difendibili e a tiro di nave per scappare, i Fenici si proponevano ai Sardi con manufatti di lana, di metalli e di oro, che via via sostituivano il commercio Miceneo, e di cui certo non si poteva fare a meno senza regredire verso la primitività.
Le pelli dei pastori trovavano uno sbocco commerciale e si potevano acquistare metalli e bronzo in particolare per le armi e tutti gli strumenti, anche se il bronzo si poteva già produrre in Sardegna prima di ciò per la presenza di miniere di rame e zinco.
Ma proprio queste miniere furono la prima mira dei Fenici che occuparono primamente il bacino metallifero detto oggi dell'Iglesiente (dalla città di Iglesias) e che disposero tutt'intorno le loro città: Cagliari, Nora, Bithia, Sulci, Tharros, la più importante delle quali sembra ora Sulci solo perché non è stata coperta dalla città moderna come Cagliari e perché era la più vicina al bacino metallifero.
Sulci (oggi S. Antioco), isola o penisola sul lato ovest a sud, era una importante colonia Fenicia e poi Punica (entrambe le parole vengono dal greco Phoinix) che ha importanti rinvenimenti archeologici tra cui le mura di difesa. Altri siti archeologici fenici minori si ritrovano lungo la costa orientale a Muravera, a Tertenia - Sarrala sul mare e a Tortoli - S. Gemiliano di Arbatax, oltre che nella nuova destinazione commerciale di Olbia - ex Micenea.
La semidominazione Fenicia della Sardegna ha comportato un migliore sfruttamento del terreno dal punto di vista agricolo, dato che i punici erano espertissimi dell'agricoltura ed a Roma si citava di un grande testo di Agronomia punico del punico Magone.
Però questo non comportò un miglioramento di libertà, e i liberi ripararono sui monti e colline con terre peggiori.
All'inizio i Sardi guerrieri inflissero una terribile sconfitta ai Fenici, come guerrieri Micenei, ma dopo i Fenici poterono usufruire di tutto l'impero coloniale che arrivava fin sull'Oceano Atlantico (l'antica Tartesso oggi Cadice in Spagna, e nel Marocco Atlantico).
Queste risorse erano venute meno ai Micenei con la fine dei Regni Micenei in Oriente e i Sardi si difesero solo localmente, con i mezzi limitati di un regno regionale e non più internazionale. Uno dei deficit era poi la vecchiezza della tecnica militare che in Sardegna si era evoluta producendo gli stupendi bastioni dei Nuraghi, ma esaurita questa applicazione di una tecnica di torri di difesa già nota agli Assiri e da cui forse i Micenei l'avevano presa, furono i Fenici a fare uso di tecniche di guerra prese da eserciti ordinati e numerosi, come era avvenuto in Babilonia, eserciti che non poggiavano solo sul valore individuale acheo che noi conosciamo dall'Iliade.
Questo atteggiamento individuale è ancora visibile oggi e premia la libertà ma lascia spazio alla poca organizzazione.
I Romani.
Con i Romani lo sviluppo fu superiore in Sardegna, anche se non superiore alle sole città Puniche che godevano di straordinaria ricchezza dal commercio e dalla manufattura di oggetti preziosi (Tharros) che serviva tutto il mediterraneo. Anche se con la conquista parziale della Sardegna, ma si intende la gran parte di terre fertili (la pianura attualmente chiamata Campidano, da Campeda o Campania o zona di campi coltivati, dove c'erano prima i Campani o Greci, o Achei Micenei).
Il nome che i greci diedero alla Sardegna fu quello di Ichusa, che indica sandalo o piede che è la forma della Sardegna (oggi c'è una buona birra in Sardegna con quel nome a ricordo dei padri Achei, una birra leggera fatta con buona acqua delle fonti granitiche e leggere).
I Romani hanno lasciato imponenti resti in Sardegna.
A Cagliari c'è l'anfiteatro ancora intatto perché scolpito sulla roccia di un pendio di una collina della città, la principale di oggi che occupa la parte antica della città che si chiama Castello, dal tempo che fu dominio spagnolo (500 anni fa), castello dei governanti fortificato con belle mura e bellissime torri del precedente dominio Pisano (800 anni fa),cioè del tempo delle repubbliche marinare.
I Sardi chiamano questo Castello Casteddu ed è il nome sardo di Cagliari. Il nome latino di Cagliari è invece Kalaris che sembra un genitivo latino "delle cale", cale di cui era formato il territorio intorno, pieno di stagni e anse aperte di mare a formare stagni. Stagni non ancora chiusi dal mare e che sono ancora in corso di riempimento dall'epoca glaciale in cui i fiumi avevano rotto quei cordoni litoranei ,che ora si stanno riformando e definitivamente si stanno ricolmando gli stagni, che sempre nei racconti di prima, o anticamente erano di più e più grandi. La fase glaciale abbassando il livello del mare aveva tramite i fiumi sfondato queste barriere per il correre dell'acqua dei fiumi verso la quota più bassa e fatto un solco nella attuale pianura e mantenuto parte del terrapieno del campidano a livelli delle epoche glaciali diverse, e oggi sono chiamate "terrazze" dai geologi che le ritrovano.
Il fiume glaciale aveva scavato il solco circa 120 metri più sotto del livello della pianura di oggi e con la deglaciazione il mare si è rialzato e ora fa depositare i detriti ai fiumi più in alto. Gli ultimi stagni attuali sono le valli glaciali in via di riempimento (come si può vedere per i laghi alpini e le paludi della foce del Po che sono ugualmente residui in via di riempimento delle valli glaciali più profonde di circa 120 metri rispetto al livello della pianura di oggi e del livello del mare di oggi).
Le bocche dei fiumi sono attualmente a Oristano e a Cagliari e qui ci sono gli stagni (Oristano = Oru' e Istainu = Bordo di stagno) dove anticamente c'erano le cale, come Kalaris appunto luogo delle cale.
Cala è nome greco, poi Romanizzato, e in Sardegna è usato dovunque: Calasetta (Sulci di S. Antioco), Cala Sinine (Baunei), Calaliberotto (Orosei), Cala Luna (Baunei), Cala Gonone (Dorgali), Calamosca (Cagliari), Cala Moresca (Arbatax) e altre a volontà.
Oltre all'anfiteatro Romano, Cagliari presenta resti della città Romana affioranti su quasi tutta la città attuale.
C'è la villa di Tigellio, poeta dell'imperatore, vicino alla Via Vittorio Emanuele e Corso di Cagliari di oggi.
Poi c'è la chiesa paleocristiana di Piazza S. Cosimo, vero pezzo di Palestina a Cagliari.
In tutta la città vecchia vicino alla via Roma e al declivo della collina (Via Regina Margherita) affiorano con gli scavi stradali i resti romani delle strade e dei canali di scarico delle acque.
In Viale S. Avendrace, sulla strada all'inizio, c'è una bellissima grotta incisa e decorata, detta grotta della Vipera, dove le iscrizioni romane indicano la sepoltura di una donna romana.
Le strade che si diramano da Cagliari sono quasi tutte sovrapposte alle antiche strade Romane e ancora ci sono i nomi dei paesi segnamiglio usati dai Romani (Quartu = Quartum milium sull'Orientale Sarda, Strada Antoniniana o di Settimio Severo, Sestu = sextum milium per la strada centrale e Decimo = decimum milium lungo l'asse Cagliari – Porto Torres oggi detta Carlo Felice perché il Re Savoia la fece ristabilire nell'800.
All'uscita di Cagliari, dalla attuale Porta Castello, dove originava la strada Romana Cagliari - Porto Torres (Sassari), c'è ora una chiesetta chiamata del Buoncammino ad indicare fortuna al Viandante che iniziava il viaggio, dove probabilmente esisteva un tempio alla dea della Fortuna come a Roma c'è sul Tevere ad indicare l'antica Fortuna ai naviganti per il viaggio.
Da questo luogo si ha un magnifico panorama di Cagliari, delle antiche cale quasi completamente chiuse da cordone litoraneo, oggi stagni e saline (da cui il nome di Kalaris).
A Porto Torres c'è una parte intera della città romana, nell'abitato, che è indegnamente tenuta all'aperto perché si consumi e sparisca.
Questa condizione di mancata protezione delle antichità Romane è forse una politica distruttiva perché anche a Roma sono lasciate le mura Serviane consumarsi sotto la pioggia, dopo che si sono salvate per duemila anni solo perché erano sepolte.
Le mura Serviane, di Servio Tullio cioè, vicino alla Stazione Termini di Roma sono un esempio di distruzione dolosa abbinata a incuria dolosa. In Sardegna c'è un ponte Romano su un guado lungo la strada di Alghero Capo Caccia, visibile dalla strada odierna sulla destra, in totale abbandono.
Una caratteristica negativa del passaggio dei Romani in Sardegna e ancora visibile è lo scoperchiamento dei Nuraghi.
Chi credesse che i Nuraghi sono mezzo demoliti per le intemperie non sa che quei nuraghi avrebbero vissuto migliaia, e forse milioni di anni, ma furono scoperchiati dai Romani per renderli inutilizzabili ai Sardi come difesa, data la resistenza mostrata dai Sardi.
I Romani sono altresì autori di modifiche nella disposizione degli abitanti che furono fatti scendere dalle montagne verso altezze collinari di 400, 500, o 600 metri dove ancora si trovano.
Ciò ha portato la migliore coltura agricola, la congiunzione dell'interno coi porti, prima diviso in Porti Punici e interno dei Sardi, che ha consentito l'inserimento della Sardegna dentro un'area allargata economicamente sviluppata quale l'Impero Romano.
La caduta dell'Impero Romano ha costituito un regresso per la Sardegna, anche se questo regresso è avvenuto più tardi che nel resto dell'Occidente perché la Sardegna faceva parte dell'impero Romano d'Oriente, che è caduto molto più tardi.
Comunque, poi, la Sardegna è passata alla parte occidentale portando tradizioni di gestione territoriale e del diritto che venivano da Giustiniano e comunque da un impero ben organizzato. Queste esperienze amministrative sono note col nome di gestione dei Giudicati, o province diremmo oggi, e la tradizione ci ricorda nomi e princìpi del diritto territoriale (Carta de Logu di Eleonora d'Arborea).
La parte occidentale dell'Impero Romano ha avuto una più cruda esperienza di barbarie che viene normalmente coperta con vani discorsi di cristianizzazione, che cercano di passare oltre la totale perdita dei diritti.
I domini di Pisa e Genova.
La Sardegna in epoca Giudicale, post Bizantina, subisce l'intervento di Pisa e Genova, che si dividono la Sardegna in due parti: al Nord Genova con le sue colonie di Castelsardo e Bosa e il Sud con Pisa che occupa Cagliari in maniera ancora visibile con due meravigliose torri delle mura di Cagliari che si chiamano: Torre di S. Pancrazio e Torre dell'Elefante.
Successivamente la Sardegna passò quasi totalmente a Genova, se si esclude il tira e molla con gestori locali dei giudicati, la cui più famosa è Eleonora d'Arborea, che ha mantenuto il controllo di un'area tra Oristano e Cagliari, fuori Cagliari, che ricorda il regno Sardo del Sud del periodo Nuragico che aveva reggia e centro a Barumini (Nuraghe e villaggio di Barumini). Ciò indica che le situazioni in Sardegna sono sempre le stesse dal tempo in cui sono arrivati i Liguri dal Nord e gli orientali da Est e Sud formando due poli ben visibili ancora oggi e relativamente diversi e dovuti alla qualità del terreno utile (Campidano di Cagliari e Sassarese).
Solo di recente si è superata quella disposizione Nuragica che è la antica mappa del grano, dove si vedono a vista decine di Nuraghi insieme, sulla linea Macomer - Abbasanta - Nuoro, che costituisce il bacino nuragico del grano in mano ai Sardi in epoca fenicia.
Con l'abbandono quasi completo dell'agricoltura ora in Sardegna, quella disposizione viene abbandonata a favore delle coste che risentono del richiamo moderno del turismo, così come furono allora anticamente importanti per i primi abitatori per il commercio.
La riapertura ai commerci e alla mobilità è un fattore positivo e una condizione da cui la Sardegna si è staccata solo temporaneamente nella storia.
Gli Aragonesi.
Gli Aragonesi colonizzarono la Sardegna con la forza di un impero enorme e la Sardegna rivisse nella realtà di scambio internazionale anche se in posizione non centrale rispetto alla Spagna.
Si può dire che ancora oggi in Sardegna tutto parli degli Aragonesi.
Il castello fortificato di Cagliari (Rione Castello), i palazzi della nobiltà Aragonese ancora in Cagliari alta con le lapidi a segnare i fatti più importanti: Carlo V vi mise una lapide che indica che "ci troviamo qui riuniti Principi e Re d'Europa con 600 navi " per cercare di debellare la pirateria saracena.
Altri misero una lapide di monito dopo il trucidamento del vicerè e furono uccisi i responsabili e bruciate le case: "Ocho al viandante" chiude la scritta. Poi ci sono i castelli di Quirra (del Conte Carroz de Quirra, su un bel monte verso Tertenia) e di Medusa.
I Savoia.
I Savoia sono i veri padri dei Sardi. Non c'è un Sardo che non sia un soldatino Savoia: per severità di educazione, costanza dei rapporti personali, fermezza e libertà.
Con i Savoia i Sardi sono liberali moderni, eredi dei Micenei - Achei, intraprendenti e fermi.
I tempi moderni hanno portato problemi anche in Sardegna dove fa breccia per generosità una certa ingenuità che è il rischio di ogni persona non chiusa.
Dei Savoia c'è ancora il monumento al Re Carlo Felice che regnò in Sardegna a Cagliari e che diede la struttura moderna della strada principale della Sardegna Cagliari - Sassari detta perciò Carlo Felice.
Ogni altra cosa, casa o palazzo in Castello a Cagliari, riporta ai Savoia: i forni della guarnigione, in zona Buoncamino (Torre di S. Pancrazio) il comando militare, il palazzo Reale, piazza Martini d'Italia e l'ottimo Bastione, ingresso monumentale notevole al Castello dalla parte bassa della città costruito dai Savoia.
Conclusioni
Le tracce di Jolao
Lungo la costa orientale sono molte le tracce di Iolao ,eroe greco padre di Sardo.
Lungo la linea orientale ci sono due formidabili villaggi nuragici , chiamati uno SERRA ORRIOS (ORIOR, delle origini) con templi per riunione del Consiglio di capi tribù, grosso centro equivalente all’attuale Nuoro cui è vicino.Il villaggio Serra Orrios è il più importante del bacino orientale montagnoso a cui segue per importanza il villaggio nuragico di Lanusei- Selène con bellissime e importanti tombe giganti, seconde solo a quella di Fonni, sepoltura di Iolao, Sardus Pater.
Questo villaggio nuragico , con nuraghe in posizione maestosa sulla costa con veduta del mare per 20 chilometri, controllava le rotte fenicie da 800 metri sul mare con veduta diretta delle navi, come si può fare oggi.
Questo popoloso villaggio fortificato chiudeva a oriente il controllo sul mare che diventava fenicio e completava i bastioni montani contro i fenici che a Sud avevano Nuraghe Arrubiu di Orroli e a Ovest il nuraghe di Barumini e quelli di Losa- S.Antine in un primo tempo, e poi le trincee fortificate di Bonorva.
Il popolo di Iolao , gli Iolei o Iliesi , ha lasciato tracce numerose nella zona degli sbarchi che si chiamano Portum Ilii e poi nelle montagne che si chiamano Perda Iliana ( o Liana)e dove c’è l’albero portato da Iolao , la iolea, che i Romani chiamavano olea e che ancora domina la zona chiamata Oleastra.
Con l’ arrivo dei Romani le popolazioni del Gennargentu furono abbassate di quota per fare meglio l’ agricoltura e più vicine al mare.
La popolazione del villaggio nuragico di Selène fu spostata a Lanusei, quella del villaggio di Perda Liana- Tonneri fu spostata a Seui, quella di Bau Mela a Villagrande , e quella di Gennagentu ,dove ancora oggi il luogo si chiama Ruinas, ad Arzana.
I Romani fecero le strade là sui sentieri che avevano fatto le popolazioni di Iolao, prima fra tutte quella detta Sa Serra , dal mare dello sbarco detto della Musa del Mare(Musedu) fino a Lanusei ,dove erano salite e dove c’è ancora Sa Sedda ‘e Sa Porta, dove c’era la porta fortificata a difesa dopo l’arrivo dei Fenici , lì quando sulla strada si arrivava verso la montagna.Poi una per Tortolì ancora visibile e una verso Mezzogiorno da Lanusei per la zona agricola detta Su Acu ( Ipsum Vacuum , la valle) selciata e ancora visibile.
Il dio volle che Iolao fosse ricordato , scolpendo nel monte prospiciente il porto, nella roccia, l’immagine del guerriero che ancora si vede verso il mare.
Ma la sua tomba rimane protetta dietro la montagna a forma di toro che la custodisce a ricordo del ruolo dello sviluppo dell’agricoltura .
L'economia della Sardegna dal 1950 ad oggi.
L'economia che si è trovata in Sardegna dopo la guerra è la continuazione di quella economia medioevale delle Pievi e dell'Agricoltura che molti possono aver conosciuto.
Questa economia comportava un numero esagerato di addetti alla agricoltura e alla pastorizia, e per la pastorizia il peso è alto ancora oggi.
Questa eccessiva occupazione agricola era ottenuta con forte natalità spinta da prescrizione di procreazione irresponsabile atta a formare addetti a piccoli Mansi, e come esattamente era nel Medio Evo e come era stato ricostruito con il divieto di fare vigna Fenicio (cioè col divieto di fare economia moderna) associato alla prescrizione di procreazione irresponsabile (6 o 13 figli).
La modernità portò la mobilità della popolazione, settoriale, territoriale e urbana.
Tutto questo ha configurato una nuova struttura della Economia della Sardegna in senso quasi moderno.
La forte mobilità settoriale ha ridotto l'occupazione o la sottocupazione agricola, mentre quella della pastorizia, per essere politicizzata e con forti incentivi e non disincentivi, viene mantenuta.
Ma l'apertura alla modernità dura poco e con lo sviluppo del turismo, subìto per iniziative esterne quale quella dell'Aga Khan, la Sardegna viene fatta oggetto del divieto di fare vigna nella forma di impedimento all'Aga Khan e coll'impedire imprenditorialità turistica o col distruggerla dove c'era da molto tempo come ad Arbatax.
Il tutto è stato condito con divieti, di falso rispetto dell'ambiente, chè degli incendi estivi nessuno condanna il deturpamento dell'ambiente perché fa arretratezza voluta dal Fenicio.
Le aree soggette alla forte contestazione per imporre il divieto di fare vigna sono quelle meglio tenute. Dove non si deve opporre all'Aga Khan l'economia controllata è un via libera allo sfascio, con dune marine portate via dalle ruspe perché tolgono la vista del mare alla casupola.
La situazione viaria e degli accessi al mare è di sterrati o tratturi e l'ospitalità turistica locale è spesso da principianti perché la professionalità e il settore è boicottato.
Le alte tariffe di trasporto, combinate Nave - Aereo, fanno stop al turismo e soddisfano quel fare Fenicio di economia che viene proposto all'ingenuità dei Sardi.
Quelle alte tariffe di nave si reggono sugli alti prezzi dei biglietti d'aereo che sono di monopolio perché alti e anche se ci sono più linee sono sempre di monopolio perché sono due tre volte il prezzo di un viaggio equivalente libero Europeo o Americano.
D'altronde l'interdizione al volo aereo di Compagnie internazionali è il segno delle barriere all'entrata effettive che seguono il monopolio.
La struttura ricettiva non ha programmazione né organizzazione e il lato Sud è totalmente trascurato in termini della sua organizzazione turistica, contrariamente alla qualità dei luoghi e delle vestigia storiche.
Questo per avere uno sviluppo lento che consente al Fenicio il controllo politico di ogni iniziativa e mantenere così il controllo sui Sardi e sulla loro economia com'era con i Fenici e il loro divieto ai Sardi di fare vigna.
L'industria in Sardegna ha avuto una esplosione volta a fare operai politicizzati, a fare monte dei contributi alla localizzazione di imprese enormi espressamente vietate.
La chimica del petrolio ha distrutto lagune, litorali e paesaggio, e visto l'esito di chiusura quasi totale si vede che più che altro era il programma per impedire il normale sviluppo di allora.
Il blocco delle Autostrade, che in Sardegna non ci sono mai state, ha bloccato anche l'economia italiana che ora sta sullo sviluppo zero, e forse negativo tenendo conto dei redditi personali, per le tasse "fenicie" e l'altissimo costo delle abitazioni, per l'abolizione "anticapitalistica" del mercato degli affitti urbani e per l'altissimo prezzo delle abitazioni in proprietà, frutto della azione di eliminazione degli affitti.
La Sardegna dopo questa "cottura" è pronta per essere una regione destabilizzata a basso sviluppo e quindi è ricondotta ad essere una regione meridionale, che la tradizione Savoia, Genova e Pisa, aveva sempre impedito.
L'ingenuità dei Sardi e la falsità del Fenicio fanno questo.
LINGUA
I COGNOMI DELLA SARDEGNA
I cognomi della Sardegna sono raccolti secondo il significato dei cognomi che sono: nomi latini di animali (Angius, Porcu, Podda, Pisci etc) più nomi di frutti (Piras, Pirastu, Meloni, Prunas etc) che insieme danno i cognomi degli addetti alla agricoltura, come se i Romani abbiano dato il cognome secondo il loro mestiere. Perciò per l'agricoltura figurano i nomi degli animali per gli allevatori di animali o pastori, i nomi dei frutti della terra (Piras, Meloni, Fenu etc), della lavorazione della terra o dei luoghi agricoli (Campus , Ortu, Putzu etc) e i nomi della lavorazione del pane (Fara, Simula, etc) per gli agricoltori, per cui il totale dà gli addetti all'Agricoltura.
Poi ci sono i nomi di strumenti di lavoro (Marras, Farci, Stocchino, Agus, etc) che indicano gli addetti all'industria e all'artigianato.
Poi i Notabili addetti (Pubblici) per ramo di competenza (Dessena, De Muro, Dettori, De Murtas, De Plano, De Montis etc) che insieme a quelli delle qualità personali (Brundu, Ruju, Basciu, Mancosu, Pintus, Virdis etc) che abbiamo chiamato cives, come addetti ai servizi, e i militari (Pili, Piliu, Pilo etc), danno gli addetti ai servizi.
Nel proseguo verrà data una tabella degli addetti ai vari settori Agricoltura, Industria e Servizi che sarà paragonata con una economia recente della Sardegna relativamente arretrata (1961).
Il confronto tra il numero di addetti all'agricoltura, industria e servizi di 2200 anni fa, quando i Romani occuparono la Sardegna e la riorganizzarono dando i nuovi cognomi in latino secondo il settore a cui erano applicati al lavoro i Sardi, e gli addetti in percentuale negli stessi settori al 1961, anno relativamente recente e di economia relativamente arretrata, viene fatto in una tabella dopo l'analisi della derivazione latina di quei cognomi, qui appresso.
Si può già dire che la realtà fotografata 2200 anni fa (II guerra Punica) non è molto diversa da quella del 1961, se non per una maggiore percentuale di addetti ai servizi, e quindi con una economia più moderna 2200 anni fa rispetto al 1961.
Questi dati in tabella sono più avanti commentati ulteriormente.
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AGRICOLTURA |
INDUSTRIA |
SERVIZI |
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Animali (Pastori)
da Pera (Agric.)
Altri frutti (Agric.)
Altri prodotti agr. (Agric.)
Prodotti del pane (Agric.)
Luoghi agricoli (Agric.)
|
Strumenti |
Professioni (Notabili)
da Pilum
Qualità (colori)
Altre qualità
Altri
Altre parti del corpo
Colori altre qualità |
(colori)COGNOMI DELLA SARDEGNA
Animali Qualità da Pera
............ segue altrove cognomi sardegna (WEB) ........
Contus
S'Omini a berritta
S'omini a berritta est un'omini chi candu essidi de omu non si depidi scaresci nudda.
Tottu si depidi arregordai poita custu est un'omini ca non podit sbagliai.
In s'antigu s'omini fu prus liberu, ma candu est benniu su tempus modernu est prus controllau.
In s'antigu inci fu traballu meda in prus de fai, sa guerra, ca s'omini balenti si depiat sempri dimostrai.
Meda s'indi contada de sa Brigata Sassari ca poi fudi unu macellu in sa guerra mondiali, e ind'ha mortu meda.
In dogna famiglia du est unu siu o unu babbu chi ha fattu sa guerra. Ma ancora indi nanta de unu nonnu chi ha fattu sa guerra 'e Crimea, in su 1855.
In s'antigu meda prus lontanu est erribada genti 'e meda a tesu, navigatoris e prus esploradoris ca compranta roba 'e valori po da endi e portanta custa merci a distanza ca mancu si podit crei oi.
In quindici disi s'andada in Africa e poi in Egittu e poi in s'orienti ca du e fuit su desertu. Tandu si viaggià meda e su cummerciu torrada a contu ca fu prus su godangiu de su cummerciu ca su fruttu 'e su traballu in s'agricoltura.
Tandu toccada a tribulai po difendi su cummerciu, ca podiat capitai ca in mari s'attoppà genti mala ca indi furà sa cosa.
Po cussu toccada anda in medas in sa navi portandu arrasoas o stoccu e meda 'e su godangiu s'indi andada po mantenni custa genti.
Però fu s'occasioni e biri sa genti a tesu chi antigamenti fu bennia in Sardigna, ca Sardu fu su figiu de s'eroi che est benniu cun una spedizioni.
S'est fattu unu monumentu a custu Eroi ca mutianta Iolau, ca eniada de Grecia cund'unu esercitu migranti.
Candu funt'arribaus a Casteddu, ca tandu mutianta Calàris, po i càlas chi due iat, ca non fu cungiau ancora su stainu, is Calaritanus anti fattu una festa manna e tottus is cumpangius de Iolau e de Sardu funti abarraus in Sardigna, ca prima mutianita Ichnusa.
Cummerciandu torrànta continuamenti in s'orienti e in su viaggiu longu meda genti fudi occupada in custu traballu.
Ma medas anti pigau su traballu 'e piscadori o de arraminaiu o de contadinu.
Ma prus erricu fu chini andada in mari a bendi sa cosa in Orienti, portandu sali, arramini, freccias e peddis.
Su godangiu fu meda ma in pagu tempus est benniu a cuncurrenzia atru cummerciu ca erribada in Sardigna portandu cosa 'e foras.
Portanta oru, estiri 'e lussu, e ciccanta e fairi schiavus ca non fu bonu.
Est benniu su tempus de sa guerra e ha toccau a fairi murus in dogna logu po si difendi e continuamenti inci fu guerra appettottu.
Meda s'indi funt andaus a sa montera e a Gennargentu faendu fortis e Nuragus, ma su fruttu 'e cussa terra fu pagu e fu solu de su bestiamini.
D'est toccau a difendi custu pagu in medas modus e meda ortas.
In s'antigu sa guerra 'e su cummerciu est finia cun is Romanus e totus anti agatau traballu e cummerciu liberu.
Ma a pustis de is Romanus est torrau a benni genti 'e foras a imporri cummerciu e a indi pigai sa cosa.
Cun sa monarchia 'e Savoia su Sardu a torrau a tenni difesa e siguresa. Ma ha toccau a fai guerras medas.
I, II e III guerra 'e indipendenza, guerra de Crimea, I guerra Mondiali e poi sa Segunda.
Recentementi bivianta medas invalidus de guerra, de sa primu guerra mondiali, e meda indi ìa mortu, ma s'Italia fu liberada e fatta cun sacrificiu de meda Sardus. Goffredo Mameli, ca est nasciu in Lanusei, o su babbu, er mortu a bintidus annus po s'Italia.
Cantu Mamelis inci ada in Sardigna?
S'onori 'e su Sardu est onori 'e su Re, ca poniada su nomini a is vias a Lanusei, ca funti Via Cavour, Via Garibaldi, Via Siccardi, Via Zanardelli. Genti a postu.
Tottu su traballu 'e sa guerra immoi torrada a essiri inutili. Nemigus de intru funti distruggendu sa Sardigna, commenti candu is commerciantis de Nora e Sulci furinti ciccandu 'e fai schiavus e ha toccau a fai sa guerra.
Po cussu s'omini a berritta essit attentu a si ponni sa berritta ca toccada a tenni conca a postu po non crei a is tontesas de Nora e Sulci ca immoi funti andandu in sa montera a fairi dannu cun genti de valori ca non tenit esperienzia de custus falsus.
Po cussu s'omini berritta essidi sempri a berritta po s'arregodai de portai conca e non pensai ca potit fai e mancu da tenni sempri calencuna cosa inpissu 'e conca po non si creiri securu e senza ingannu, ca in cussu etu est facili agatai genti ca circada de fai fai balentìas.
Po cussu si narat "poni a conca". Aicci s'omini a berritta est prus seguru 'e biri cun attenzioni ca genti noa er bennia 'e mari e de continenti e est in is montis circandu genti po fairi balentìas e dannu.
Chini ha bittu meda dannu non creidi a chini circa de distruggi sa Sardigna oi e si tenit sa berritta in conca e non abarrai senza difesa ingenuamenti.
Becciu Perdali (Vetus Petralis)
Fu becciu perdali oramai ca si moviada a pagu cun is crabas andandu in camminu a pasci, e torrada a merici a domu cun sa pubidda e cun is crabas.
Biviada ind'una omu eccia ca teniada is murus nieddus pigidus de su fumu.
Tenianta geminera e cogina paris cun is crabas a papanta latti e casu e pani, ca calencunu litru s’iddu endianta. Su crabu chi portanta pudesciada a tesu ca non s’indi podiada e toccada a inci furriai su nasu.
Dogna dì andanta a pasci in camminu e prus fudi in su stradoni ca agatanta erba po is crabas senza idda pagai.
Istadi e ierru essianta cun d'unu taju e crabas e torranta a merì.
Ni’ e entu, soli e forre 'e dì.
Una dì appu ittu 'e sa ventana ca fu tottu niau e po non fuginai una femmina eccia camminada scurza in camminu in su ghiacciu.
Custa eccia biviada a fundu 'e cuss'atru ecciu perdali ca portada is crabas a pasci.
Ancora si narada "mi paris su crabu 'e judeu" candu unu esti spettenau, e si bi ca in s'antigu calencun 'atru pascià crabas che custu ecciu ca seus narandu.
Tandu però sa beccesa non fu dannu ca sempri is figius agatanta traballu e ponianta a postu sa omu e accodianta a is beccius in domu.
Calencunu non accodiat a biri su cambiamentu, chi no is prus sighianta a traballai a sa beccesa e faianta fruttu 'e su sartu e s'occupanta in sa dì senz'abarrai senza 'e fai nudda in bidda.
Candu funti erribadas is ferias calencun narada: "ferias?!, pagadas???
Commenti 'e nai ca non traballas e in prus ti pàganta.
In binnenna si podìa biri su ecciu cun is giovanus e is pipius, tottu cuntentus ca s'arregorta fu bona e s'agina faiada unu monti in su teloni o in su pampinu in terra.
Candu enianta is cuaddus po carriai, totus agiudanta, unu s'indandada cun is cuaddus a bidda e totus a binnennai.
Portandu agina e binnennandu si contànta contus de s'antigu e si naràda de cussas perdas chi movianta is antigus ca fùrinti mannas, ca is antigus fùrinti mannus e fortis.
Contus de scusòrgius ca s'agatanta in su sartu o in domu, a sutta 'e su muru o de su mattoni, ca depias biri in su sonnu chini t'iddu narada.
Tottus contanta calencunu sonnu, ca torrada in su sonnu e narada o no su scusorgiu.
Tottu cust'òru accuau non s'iscidi de uba enìada, ma immoi funti scavandu medas tumbas gigantis, nuraxis e domus romanas ca aicci torrada su contu e si cumprendi ca su scusorgiu inci fudi a beru.
Appu ittu eu monetas punicas agatadas in Seui, ind’unu scusorgiu, e aici s'indi agatà medas.
Castiandu in su sartu si biìa cosa 'e s'antigu, orrugus de brocca, orrugus de mola, e calencuna mola eccia fudi intrea in calencuna muredda.
Andandu a mari s'indi biìat atra ‘e cosa, commente 'e nuraxis, pussus de abba, orrugalla de fonderia, ca parìat stranu poita finu a pagu tempus fa non s'andada a mari.
Est benniu a contu ca in s'antigu is Sardus andanta meda a mari e medas nuraxis funti a fund 'e mari.
Tantu si navigàda e prus funti ennius de mari in s'antigu, ca anti fattu is nuraxis e tombas gigantis e is domus de janas.
Custus beccius chi funti abarraus parìanta biviri in is nuraxis, talunu cun sapienzia, atrus semplicementi.
Cussu ecciu perdali chi portada is crabas a pasci tenìa prus annus de sa perda e su nuraxi.
Totus traballànta, ma sa povertadi non fu curpa 'e s'antigu, ca fu prus erricu, ma curpa 'e maladìa recenti de chini non bolit su sviluppu e su cummerciu.
Oi medas funti circandu 'e fai dannu senza si biri, po nai ca non seus bonus e ciccai unu postigeddu e non biri comment 'est sa cosa.
Chini fai dannu est ciccandu 'e fai seraccus e schiavus cun sa disoccupazioni e ciccandu 'e spingi is atrus a fai dannu.
Su Contu
Su contu fu tandu 'e Samueli, ca fu bandidu e non s'isci cantu mortus ha fattu.
Si conta ca fu pastori a seraccu e ca fu circau po mancanza 'e bestiamini.
De tandu fu latitanti e inda mortu meda e fu ciccau appettottu e fu mortu 'e maladia.
Ma meda atrus indi contanta, ca s'isci de candu eus intendiu de s'attraccu a Monte Maore.
Tandu inci furinti mortus meda e atrus attraccus a Corre Boi e in atru logu. Inci fu Liandru e Tandeddu.
Mortus meda ha tentu in custas biddas, in Gairu e in Orgosulu po chistionis de fura o atru contu.
Poi ha tentu sequestrus in tempus ca non fu famini.
E a Pratobello in su muru 'e sa caserma anti scrittu: "Non credo mancu ca tottus sos bandìtos in fachere sequestros sian solu disoccupatos e poberos emigrantes………….".
In Correboi, po tempus meda,sa corriera esti stetia sighìa de is carabineris, ma de tempus meda cussa corriera fu sighìa de is carabinieris, e in Gennargentu due fu serviziu 'e carabinieris po sa corriera a Bau Mela.
In tempus prus recentis ha tentu sequestrus in Lanusei e in Tortoli e sempri parit ca non sia po famini.
Parit ca sequestrus sianta prus signali de anticapitalismu. Ca incià genti ca olit tenni is Sardus in famini comment a is tempus de is Cartaginesus ca non si potiat fai sa ingia ca fu ricchesa e is Cartaginesus timianta ca is Sardus si potiant ribellai.
Oi parit su propriu e inci hadi novus cartaginesus chi a bortas funti in su cumunu e ciccanta sempri 'e non fai fai nudda a is Sardus. Non si potit fai sa omu, non si potit fai s'impresa e sa buttega, non si potit fai sa omu a mari e candu olis unu documentu funti sempri storias.
Aici inci hat novus cartaginesus in dogna idda ca fainti seraccus e schiavus e teninti a non fai nudda, e traballu no indi lassanta fai.
Dogna idda 'e montagna er morendu e in dogna idda inci ha cartaginesus, ca immoi funti in is montis ca in sa marina inceddus 'anti ogaus cun is elezionis.
Furint abituaus a istai prus in sa marina, ma immoi dus connoscinti e inc’iddus 'anti ogàus.
In sa montera ancora non dus connoscinti e funti faendu dannu cun genti meda ca làssanta disoccupaus, ma non si podit fai nudda 'e traballu. Totu est proibiu de s'anticapitalismu, chi olit nai famini.
Aici nosu teneus meris ca olinti poberus e ca funti in su cumunu e non fainti fai sviluppu o attividàdi.
Tottu est proibìu e dognunu depit dipendiri de contributu, de racumandazioni, de prascèris e po ti fai votai anticapitalismu.
Custus de montagna funti sperimentandu cussu ca in s'antigu iat tentu in sa marina, ca is Cartaginesus tenianta in povertadi po siguresa e po non essi indipendentis is Sardus.
Aicci òi funti ciccandu 'e fai su propriu in is monti ca non dus connoscinti ancora is Cartaginesus e in sa marina inc’eddus anti giai ogaus e novu sviluppu est partendu. Ma sa guerra est ancora forti in sa Regioni poita is Cartaginesus si fainti votai ancora in is montis, e in sa Regioni funti faendu dannu e circandu 'e non lassai sviluppai sa Sardigna po da dominai.
Commenti faìant in s'antigu, is Cartaginesus, e po cussu non ciàda occupazioni e sviluppu.
Ca medas possibilidadis in Sardegna ha sempri stettiu, de s'antigu candu enianta 'e s'orienti a cummerciai e si funti firmaus po su logu bellu e produttivu.
Torrandu in segus seus torraus a su famini artificiali po su dominiu in pissu 'e is Sardus.
Ma non tòrrant prus is contus e ormai totus anti ittu ca is Cartaginesus portant povertadi e chini non bolit morri e famini s'indi scìdat.
Su contu 'e is banditus est contu 'e s'antigu ca troppu a longu est andau, si non sia ca de meda tempus su banditismu siat pilotau de s'anticapitalismu.
S'errichesa de su mari chi in s'antigu ha portau eròis e populazioni, òi podit fai is Sardus benestantis, si non si impedit de fai traballu e sviluppu, bolendu tenni invecis is Sardus in povertadi. Su contu 'e s'antigu est su propriu contu 'e òi, de essi seraccus o podi fai sviluppu e attividadi.
Dialoghi in Sardo (Arregionus)
In domu - A casa
In domu ‘du ha cosa 'e fai. In casa c'è roba da fare.
Tui circa 'e abarrai in domu ca enit genti. Tu cerca di rimanere in casa che viene gente.
Prima 'e essìri circa 'e cungiai is fentanas. Prima di uscire cerca di chiudere le finestre.
Torrandu a domu passu accantu 'e siu Paulinu po comprai pessa. Tornando a casa passo da Ziu Paulino per comprare carne.
Si non bis sa televisioni non ses contentu. Se non vedi la televisione non sei contento.
Candu deppu andai a s'officiu 'e su registru scaresciu sempri calencuna cosa. Quando devo andare all'ufficio del registro domentico sempre qualcosa.
Domingu est festa e inci a genti a praugiu: circa 'e comporai su chi mancada. Domenica è festa e c'è gente a pranzo: cerca di comprare ciò che manca.
Immoi soi straccu e minci corcu. Ora sono stanco e mi corico.
Cungia sa fentana prima e t'inci corcai. Chiudi la finestra prima di coricarti. Deu pesu prestu a mattinu. Io mi alzo presto al mattino.
A su mercau - Al mercato
A su mercau andanta femminas a comporai sa cosa 'e papai. Al mercato vanno le donne a comprare la roba da mangiare.
Oi non du ha pisci. Oggi non c'è pesce.
Crasi attinti cerasia primedia. Domani portano le prime ciliegie.
Po immoi non serbit atru. Per ora non serve altro.
Castia chi du ha lissa. Vedi se c'è muggine.
Oi soi enniu 'e su mercau carriau. Oggi son venuto dal mercato carico.
Oi du e iat frutta 'e continenti. Oggi c'era frutta del continente.
S'agina sarda est prus durci. L'uva sarda è più dolce.
Ca non proit, est ca s'agina est durci. Perché non piove l'uva è dolce.
Immoi deppu essiri, poi andu a su mercau. Ora devo uscire, poi vado al mercato.
Senza cosa non si potit abarrai, bai e compora 1 a cosa. Senza roba non si può stare, vai a comprare la roba. Erribau est su pisci? Il pesce è arrivato?
Andandu a Casteddu - Andando a Cagliari
Andandu a Casteddu est camminu malu e mi fai mali sa macchina. Andando a Cagliari è strada cattiva e mi fa male la macchina
Però du ha cos'è biri. Bellus montis. Però ci sono cose da vedere. Belle montagne.
Arribandu a Casteddu du est troppu trafficu. Arrivando a Cagliari c'è troppo traffico.
Chi erribas da campidanu in s'istadi parit unu forru. Se arrivi dal campidano in estate sembra un forno.
Candu enit s'ora e s'indi andai 'e Casteddu deppu pensai ancora a su viaggiu longu. Quando viene l'ora di andare via da Cagliari devo pensare ancora al viaggio lungo.
Prima 'e torrai a Casteddu inci olit tempus. Prima di tornare a Cagliari ci vuole tempo.
Sinunca toccada a andai dogna dì a Casteddu. Se no tocca andare ogni giorno a Cagliari.
Si depis comporai calencuna cosa 'e valori toccada andai a Casteddu. Se devi comprare qualcosa di valore devi andare a Cagliari.
Mi soi scaresciu 'e mandai una cartolina 'e Casteddu. Mi sono dimenticato di mandare una cartolina di Cagliari.
A mari - Al mare
Candu est s'istadi andaus a mari. Quando è l'estate andiamo al mare.
Po calai a mari toccada a pigai s'asciugamanu e su berrettu. Per scendere al mare tocca prendere l'asciugamano e il cappello.
Occ'annu ha fattu calori meda. Quest'anno ha fatto molto caldo.
S'annu passau ha fattu entu meda. L'anno passato ha fatto molto vento.
In Gaddura du est sempri entu. In Gallura c'è sempre vento.
Aicci due andanta po sa barca a vela. Così ci vanno per la barca a vela.
Candu du-e-soi duas oras basta, mindi deppu andai. Quando ci sono due ore basta, me ne devo andare.
Si depis piscai, su fundali est bonu. Se devi pescare, il fondale è buono.
Toccat a tenni attenzioni a mari, prima 'e fai su bagnu inci olit ora. Ci vuole attenzione al mare, prima di fare il bagno bisogna far passare il tempo.
Oi essu a piscai a su notti. Oggi esco a pescare di notte.
Occ'annu est prenu 'e genti. Quest'anno c'è pieno di gente.
Benendu 'e continenti
Torrandu 'e continenti toccat a fai med'oras de mari. Tornando dal continente tocca fare molte ore di mare.
Primu inci poniat prus pagu tempus. Prima ci si metteva di meno.
Una dì appu agatau tempus malu. Una volta ho trovato tempo cattivo.
Candu torru in continenti pigu s'aereu. Quando torno in continente prendo l'aereo.
Candu erribu tengu ancora oras de trenu. Quando arrivo ho ancora ore di treno.
Po andai a Casteddu inci olit quattr'oras de trenu. Cosa e non crei. Per andare a Cagliari ci vogliono quattro ore di treno. Roba da non credere.
In s'ierru non fait a viaggiai po su frittu. In inverno non fa a viaggiare per il freddo.
Po Paschiscedda torranta tottus de continenti. A Natale tornano tutti dal continente. Po cussu non du ha postu. Perciò non c'è posto.
Medas s'anti fattu sa omu a mari e beninti 'e continenti. Molti si sono fattì la casa al mare e vengono dal continente.
Erribandu in Sardigna si bit s'isula e Tavolara ca est propriu bella. Arrivando in Sardegna si vede l'isola di Tavolara che è proprio bella.
PROSPETTIVE ECONOMICHE DELLA SARDEGNA
(NAZIONE SARDA ED ECONOMIA)
Strabone dice che la Sardegna è un'isola con "molta terra fertile di ogni prodotto" e così non descrive alcuna caratteristica naturale che corrisponde ad una regione di poco benessere o di poche possibilità di sviluppo.
Già dal tempo nuragico la Sardegna era densamente popolata con nuclei abitativi di rilievo (oggi resti di villaggi nuragici), che per l'occidente erano allora la vera eccezione di modernità che la Sardegna derivava da migrazioni belliche dall’Oriente.
Dice Sallustio che le popolazioni Nord - Africane erano derivate dall'esercito di Eracle (migrazioni belliche) composte da Persiani e Medi che si era recato in Spagna, indicando i due tipi di popolazione attuale Tunisini e Marocchini (i Medi) e gli Spagnoli e i Sardi (i Persiani o i Greco Micenei).
La traccia di quel passato glorioso i Sardi la conservano nelle ziqqurat mesopotamiche di "monte S'accoddi" e nelle popolazioni che hanno tracce precise della migrazione che sembra di oggi ma invece è di 4.000 anni fa.
La Sardegna ha dunque tutte le carte in regola per essere protagonista della modernità, giacchè sempre è stata all'attenzione nel mondo antico per le risorse pregiate che essa conteneva: ossidiana, metalli, sale, buona caccia e, dice Strabone, buona terra fertile di ogni prodotto.
Dopo aver passato un lungo medioevo che è finito nel 1950, il boom economico italiano ha coinvolto la Sardegna come un protagonista integrato nei benefici e nello sforzo produttivo moderno dell'Italia.
Recentemente, a sviluppo moderno quasi fatto, è sorta l'enfasi della specificità, della particolarità, insieme ad alcuni segni di devianza individuale poi più diffusa e di prospettiva politica che non è solida dentro l'ambito della Repubblica di Platone.
Il valore e la virtù dei Sardi, detta balentìa, continuava la tradizione Romana della virtus civile e del valore della libertà.
Quello stesso valore che ha contribuito alla formazione dell'Italia nell'Indipendenza, nella guerra di Crimea e poi con la Brigata Sassari, che ogni Sardo conosce e ha conosciuto nella prima guerra mondiale, Carso ed altro.
Bisogna evitare che la bontà e la semplicità dei Sardi porti però questi a spingere con un pedale verso l'obiettivo dello sviluppo di cui tutti sentono il bisogno e con l'altro verso una situazione socialmente sfilacciata e di aggressività di cui l'interesse può essere solo quello della divisione dei Sardi.
Le risorse economiche di base, pur scarse, non sono mai un vincolo della modernità, ancor meno lo sono quando la Sardegna si vede naturalisticamente la Regione più favorita e quindi deve solo predisporsi per usufruire di questo vantaggio.
Ci sarebbe bisogno di riprendere le riunioni dei capi tribù a Serra Orrios o a S. Vittoria di Serri, per riprendere i discorsi della Sardegna - Nazione, quando l'isola esposta ad ogni pericolo esterno si realizzava come Nazione federando le tribù, organizzando le forze, e gestendo i problemi complessivi con la saggezza degli anziani e capi tribù.
Così, sempre meno discorsi venuti dall'esterno, piani di industrializzazione che i sardi non hanno deciso, la continuità culturale interrotta, il rifiuto dell'uso del territorio in senso moderno.
I Sardi, in sé, sanno che queste cose non sono state felici ma si cerca la soluzione individuale, la perdita della libertà economica, la rinuncia all'iniziativa, la magra consolazione dell'assistenzialismo che è insufficiente in principio e in prassi, anche politica.
Che i Sardi parlino tra di loro, prima che per correnti di pensiero esterno!
Che si distinguano gli uomini di buona volontà, e tra questi quelli che dicono che vogliono il bene ma senza che a questo voler bene si associ una realizzazione di bene. Ciò non è molto facile, e non è molto difficile. I Sardi sono tutti parenti, visto l'isolamento, pertanto devono essere compatti tra di loro ed aperti agli altri.
Cosa fare consegue: ogni cosa che porta benessere a sé e agli altri, ciò che si dichiara per bene e si realizza per il bene previsto.
Non va bene lo sviluppo proiettato dall'esterno, quello che i Sardi non possono valutare, non possono capire né sostenere e che poi se si sfascia non possono e non sanno sostituire.
Si è visto che l'Italia ha superato bene la crisi petrolifera delgli anni ‘70 con la formazione di una nuova economia flessibile in alcune regioni (Toscana, Emilia, Marche) che limitatamente sta prendendo piede, come piccole iniziative, anche in Sardegna .
Se i Sardi non vengono deviati da obiettivi di tipo generale, l'industrializzazione ad esempio, possono intraprendere con profitto piccole iniziative che crescono. La Regione non sia di freno. Il modello industriale per la Sardegna non esiste, salvo quella piccola industria che viene stimolata dalla domanda locale.
Il turismo è quella valvola di contatto esterno della famiglia sarda con "gli altri" e dove questa attività può far stare bene tutti. Tutto il resto di attività moderne che si possono creare ben vengano, perché i settori si evolvono e se i Sardi non fossero usciti dall'agricoltura, dai paesi, nel 1960, per nuovi lavori e nuove residenze sarebbe apparso ridicolo oggi il discorso del mantenimento di tutte le attività tradizionali perché non ci sarebbe stata modernità . Quindi flessibilità, disposizione al nuovo, salvare il tradizionale che si può inserire nel moderno.
Il moderno è come quel contatto col mare che i nostri antenati non hanno disdegnato e da cui sempre viene ogni cosa.
Marcello Pili
Università di Roma
"La Sapienza"
Roma 17/7/95