
| Articoli di stampa di Prof. Pili MARCELLO PILI
1) Il Mezzogiorno parsimonioso. (Il Sole 24 Ore 8.7.86)
2) L’economia del Lazio. Si riduce il ruolo finanziario della regione? (Il Corriere della Sera 4.1.86)
3) L’Italia dei luoghi comuni falsi sull’economia italiana. (L’Opinione 16.10.94)
4) Ma resta l’incremento della spesa il nodo che il governo deve sciogliere. (L’Indipendente 18.5.93)
5) Il pericolo che non c’è (Inflazione). ( L’Opinione 27.9.94)
6) Elasticità di sistema e di impresa e rigidità di sistema nello sviluppo italiano dal secondo dopoguerra ad oggi. (Scienza e Business, Anno II, n, 1-2, Bozze 2001)
7) Una corrente destabilizzante che lega tutte le grandi crisi finanziarie. (L’Opinione 5.11.94)
8) L’eterna lotta dell’Italia liberista. (L’Opinione 27.11.94)
9) Sovranità del cittadino e libertà. (L’Opinione 9.5.97)
10) Questo Pil provvidenziale che fa tornare i conti politici. (L’Opinione 30.10.94)
* * * * * * * * * * RISERVATO 11)
Quei maestri della teoria economica che parlano lingue diverse all'Università
e in piazza. (L'Opinione 02.10.94) 12)
Politica liberale e deformazione dei media. (L'Opinione 23.05.97) 13)
Liberali e deformazione dei media (2). (L'Opinione 31.05.97) 14)
Liberalismo, cristianesimo e comunismo. (L'Opinione 05.11.97) 15)
Ricatti politici e democrazia mafiosa. (L'Opinione 22.04.98) 16)
Consenso in democrazia e in tirannide.
(L'Opinione 11.02.98) 17)
Il benessere nostro è la sventura loro.
18)
Liberali e media. (L'Opinione 23.09.97) 19)
Elezioni e malessere. (L'Opinione 27.11.97) 20)
Liberali e deformazione dei media (2). (L'Opinione 31.05.97) (24.07.98) 22)
Vittoria, sconfitta e recupero di Forza Italia. (L'Opinione 09.07.98) 23)
La chiesa e l'ideologia. (L'Opinione 04.06.98) (L'Opinione 25.06.97) 25)
Liberali e media. (L'Opinione 28.08.97) 26) Liberali e media. (L'Opinione
12.07.97) 27) Liberali e media. (L'Opinione
31.07.97) 28) Il flauto magico dell'assistenzialismo contro
cui devono combattere i veri liberali. (L'Opinione
07.01.94) 29) Bassa Politica. 30) Berlusconi: un processo di eresia. 32) L'imbroglio ecologista. |
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Un’analisi sulla propensione al risparmio delle famiglie nelle regioni italiane dagli Anni ’70
IL MEZZOGIORNO PARSIMONIOSO
di Marcello Pili* (Il Sole 24 Ore 8.7.86)
La propensione al risparmio aveva sbalordito positivamente gli osservatori dell’economia italiana negli Anni ’70. Insieme a molti altri eventi positivi quali la capacità imprenditoriale dell’economia, la buona conduzione della politica monetaria e dei cambi, l’economia sommersa, la propensione al risparmio aveva fatto da contrappunto a fenomeni negativi quali una elevata inflazione, la vulnerabilità energetica del paese, una tribolata situazione del mercato del lavoro e una forte tensione che ha avuto conseguenze di natura anche non economica. L’elevato livello del risparmio aveva mosso discussioni intorno al suo impiego più appropriato, rivolgendo l’attenzione verso l’indebitamento progressivo e crescente della pubblica amministrazione. Inutile dire che gran parte delle discussioni erano identiche a quelle che hanno interessato il dibattito pre-Keynesiano sul bilancio in pareggio. Il deficit pubblico, insieme con Keynes, richiede un punto di vista meno bigotto, senza ammiccamenti alla gestione del buon padre di famiglia, visto che il privato e il collettivo non sempre richiedono gli stessi criteri di giudizio. Il problema di quale deficit, e del contenuto della spesa, invece, sarebbe stato un ottimo argomento di discussione. Il problema dello spiazzamento degli investimenti privati va visto con l’ottica del tasso esogeno, determinato dalle esigenze di riequilibrio della bilancia dei pagamenti, e ottenuto anche tramite la spinta dell’indebitamento pubblico, ma non determinato da questa. Tralasciando questo discorso che ha assorbito anche troppo energie negli anni passati, vediamo l’andamento della propensione netta al risparmio delle famiglie italiane nella versione Sec (famiglie più imprese familiari) e nella versione normale dei conti finanziari (famiglie in senso stretto). Tale propensione ha preso a salire dal 1970 progressivamente, per restare su livelli elevati (20% circa) per tutti i successivi anni ’70. Le due serie presentano leggere differenze dovute alla presenza del risparmio delle aziende familiari nella versione Sec delle famiglie. L’andamento più interessante è quello relativo alle famiglie in senso stretto che consente di riferire i valori alle famiglie a cui normalmente si fa riferimento. L’andamento evidenzia un rialzo che porta il valore intorno al 20% dal 1973 al 1979. Dal 1979 la propensione al risparmio riprende a scendere in corrispondenza del terzo shock petrolifero dopo gli aumenti del 1973 e del 1976-77. La coincidenza col terzo shock petrolifero è netta e la diminuzione prosegue per tutto il tratto discendente dal ciclo 1979-1983.
L’andamento regionale della propensione al risparmio delle famiglie in senso stretto mostra una discesa che si muove dal 1978 (anno dei massimo della propensione al risparmio in quasi tutte le regioni) fino al 1983. L’andamento della diminuzione per regioni mostra una netta differenza tra il comportamento delle regioni del Centro-Nord e quelle del Sud. Le regioni del Centro-Nord hanno una riduzione della propensione al risparmio (in percentuale, per gli anni 1978-83) che è legata alla percentuale di popolazione abitante nei centri urbani con oltre 200mila abitanti. Per le regioni del Sud, viceversa, la relazione tra queste variabili non esiste, la propensione al risparmio non scende e pertanto non c’è relazione col peso della popolazione nelle città con oltre 200mila abitanti. Questi risultati fanno pensare che la caduta della propensione al risparmio nello shock del 1979 e relativo ciclo sia il risultato di uno shock durissimo che ha trovato il paese già sull’orlo della sopportabilità. In precedenza la sopportabilità era stata ottenuta con la fiscalizzazione di alcuni costi, quali quelli delle comunicazioni e dei trasporti che al 1970 rappresentavano il 4,8% del reddito disponibile e al 1978 il 4,5%; e che successivamente hanno preso a rincarare raggiungendo il 6,1% del reddito disponibile nel 1983. Questi aumenti, insieme a quelli diretti dallo shock del 1979, hanno avuto l’impatto maggiore sulle aeree urbane del centro-nord. La indifferenza dell’area meridionale è da ascrivere al diverso impiego del sistema di trasporto pubblico nelle aree urbane e ai molti meccanismi di isolamento delle variazioni del sistema economico. Quasi tutte le regioni meridionali hanno infatti continuato ad avere una propensione al risparmio più elevata delle altre regioni. La dicotomia Nord-Sud continua ad operare nel bene o nel male. L’isolamento dai meccanismi di variazione del sistema economico da un lato allevia lo stress da sopportare nel breve periodo, dall’altro non dà indicazioni sulle trasformazioni richieste nel lungo periodo e che si cerca di realizzare, poi, tra molte difficoltà.
*dell’Università di Roma
Si riduce il ruolo finanziario della regione?
L’ECONOMIA NEL LAZIO (Il Corriere della Sera 4.1.86)
Nella regione Lazio è localizzata una importante quota della struttura finanziaria del Paese. Vi sono localizzate molte importanti sedi centrali di istituti di credito ordinario e speciale. Tale localizzazione comporta per l’area romana importanti conseguenze sia produttive che occupazionali: il settore ha un alto se non altissimo valore aggiunto per addetto ed ha un’alta intensità di lavoro rispetto all’uso del capitale. Tutte queste considerazioni fanno apparire il settore nel Lazio come un settore rilevante sia in assoluto che in rapporto al contributo degli altri settori. Il fatto che questo abbia poi una importante quota localizzata nel centro storico di Roma rende i problemi di fruizione produttiva e di accessibilità dell’area, di cui oggi si parla, rilevanti anche per il settore produttivo qui menzionato. Della funzione dei servizi del Centro ci si può occupare un’altra volta mentre qui si mette a fuoco il contenuto dell’attività finanziaria che si esplica nella regione. L’attività finanziaria nel Lazio vede ridursi il ruolo che essa aveva rispetto al Paese. In questi ultimi dieci anni tale riduzione di ruolo è stata consistente e può essere vista mediante un coefficiente di localizzazione regionale che si presenta con i risultati che qui vediamo[1]: 1974 1984 Lombardia 1.71 1.71 Lazio 2.04 1.50 L’andamento declinante del coefficiente di specializzazione è derivato da una riduzione del ruolo che il settore pubblico localizzato nella regione (enti locali o localizzati ma appartenenti alla amministrazione centrale) ha nei confronti del sistema bancario del Lazio. Ciò è in conseguenza di un richiamo dei fondi di molti enti pubblici alla tesoreria centrale come conseguenza della normativa che impegna molti enti a fruire della tesoreria centrale del Tesoro. Questo calo di ruolo è accompagnato dalla riduzione dell’impegno relativo di finanziamento all’economia nel Lazio, fatto questo dovuto all’indebolimento dell’economia del Lazio che si è manifestato via via in questi ultimi dieci-quindici anni. La perdita di ruolo del settore finanziario e dell’economia in complesso ha portato la riduzione della detenzione dei depositi bancari se considerata in rapporto alla dinamica nazionale (quota). Tale quota si evolve nella regione Lazio e nella provincia di Roma rispetto alla regione Lazio ed al Paese nel seguente modo: Dep. Fam. 1974 1984
Prov. Roma 0.85 0.81 Lazio
Prov. Roma 0.075 0.070 Italia
Lazio 0.087 0.086Italia
L’andamento indica che la perdita di ruolo della regione è largamente ascrivibile alla riduzione del ruolo che la provincia di Roma ha sul resto del Lazio e sul Paese. Il fatto è in sintonia con l’andamento del settore reale e la relazione diretta tra crescita di ruolo economico e crescita del ruolo finanziario risulta valida e si verifica mediata dalla sola variazione della propensione al consumo nelle regioni, con l’aiuto della quale aumenta il grado di comprensione della relazione stessa. La variazione della propensione al consumo del Lazio, (che si verifica in misura equivalente alle altre regioni incorporanti importanti aree urbane, eccetto la Campania, dove per la presenza di Napoli, l’aumento della propensione al consumo è alta) aiuta a spiegare la caduta dei depositi delle famiglie. In particolare, se si assume che la gran parte della variazione della propensione al consumo nella regione Lazio deriva dalla variazione nell’area urbana di Roma, si può vedere che per varie ragioni nelle aree urbane più che altrove si è ridotta la capacità di risparmio delle famiglie. Questo fatto è un riscontro ai problemi che nell’area urbana di Roma sono rilevanti ma non al fatto che l’approccio produttivistico tradizionale (localizzazione delle iniziative produttive e stimolo alla occupazione) è necessariamente l’unico da perseguire in una realtà di forte presenza del terziario e di alta potenzialità delle centralità. La potenzialità delle centralità vanno quindi studiate tenendo presente che in questo settore il valore prodotto è altissimo e che la determinazione di questo è impedita o ridotta dalle ridotte possibilità di fruizione delle centralità a fini di aggiunta di valore. Si può dire perciò che l’area di Roma deve essere vista come area in temporaneo declino ma con altissime potenzialità. Ciò a condizione che si riesca ad individuare bene la sostanza di tali potenzialità che sono le centralità e le fruizioni delle centralità. Marcello Pili (Cattedra di Economia applicata Università di Roma)
Le serie storiche disponibili su reddito, consumi e investimenti sfatano il mito di un Paese “sottosviluppato”
L’ITALIA DEI LUOGHI COMUNI
Dall’unità al 1968 l’economia è stata all’avanguardia per industria e servizi
Marcello Pili*(l’Opinione 16.10.94)
LA DISPONIBILITA’ da alcuni anni di serie storiche per l’economia italiana dal 1861 ad oggi non ha stimolato grandi studi e commenti per cui le principali considerazioni in circolazione rimangono quelle che si proponevano molti anni fa sulla formazione dell’Italia industriale. Molte più e più puntali considerazioni si possono fare sul lungo periodo documentato dai dati statistici a cui noi ci riferiamo in modo più sintetico ed esplicito possibile. Dividiamo il periodo complessivo in sottoperiodi significativi che in prima istanza sono: 1861 – 1921, poi 1921 – 1940, 1940-50 e 1951-1993.
Questa tavola consente qualche osservazione serena sui periodi interessati, indicando, fuori dalle considerazioni politiche, che nel ventennio 1921 – 1940 lo sviluppo del reddito è stato maggiore, in media, del periodo liberale monarchico e inferiore al periodo repubblicano ............................................................................................................................... Questo limitandoci a considerare periodi per intero. Se invece vogliamo mettere in rilievo il decennio 1900 – 1910, famoso per essere il periodo di maggior sviluppo dello Stato liberale, ed il periodo 1970 – 1993 che corrisponde al periodo repubblicano post ’68 (potremo dire post-liberale), con crisi petrolifera e altre sciagure varie dell’Italia, possiamo fare dei confronti tra questi periodi e il ventennio 1921 – 1940. Da questo confronto risulta che lo sviluppo del reddito del ventennio 1921 – 1940 è superiore al migliore periodo di sviluppo del periodo liberale ed è pressochè uguale a quello del periodo repubblicano (post-liberale) 1970 – 1993, con ciò indicando che la limitazione della libertà non fa bene allo sviluppo economico, come pure il disordine del periodo post ’68 e le sue farneticazioni che accostano molto gravemente i risultati economici a quelli del ventennio e così vediamo che la libertà e la vita ordinata, come si sono avute in Italia negli anni ’50 e ’60, sono le componenti più efficaci dello sviluppo. Per quanto riguarda gli investimenti si vede che lo sviluppo di questi nel ventennio 1921 – 1940 (+ 5,7 per cento annuo) è dell’ordine di grandezza dello sviluppo degli investimenti del “miracolo italiano” (1950 – 1970) (+ 6,8 per cento annuo). Questo per consentire un giudizio sereno e storico dell’aspetto economico e dell’aspetto politico tra loro indipendentemente. Altre considerazioni rilevanti vengono dall’analisi delle componenti del reddito prodotto dai vari settori Agricoltura, Industria e Servizi. Al 1861 il reddito era prodotto per oltre il 50 per cento dall’agricoltura (54 per cento) e al 1921 la quota era ancora del 43 per cento. Nel 1940 la quota percentuale della produzione agricola sul totale del reddito prodotto era scesa al 26 per cento e la quota di produzione industriale era salita ad oltre il 30 per cento. Oggi è ad un livello inferiore al 30 per cento (28,6 per cento). Le attività terziarie e la Pubblica Amministrazione erano il 43 per cento del reddito prodotto totale, indicando un buon sviluppo del terziario. La base statistica disponibile consente poi di fare altre considerazioni sulla variazione della propensione al risparmio in forte incremento tra il periodo liberale ed il ventennio. Queste considerazioni le facciamo qui di seguito insieme ad altre sulla bilancia dei pagamenti. I luoghi comuni e le banalità che circolano su questi argomenti sono veramente incredibili. A questa manipolazione della storia e dell’informazione contribuiscono in proporzioni uguali la propaganda, la cattiva scuola, specialmente l’università, e l’ignoranza. I luoghi comuni e le bugie che ogni italiano assorbe e respira come un’ameba dall’ambiente circostante indicano che l’Italia è un paese “ultimo venuto” all’industrializzazione, paese arretrato, paese povero e agricolo come causa della povertà e dell'arretratezza. Se non ci fossero stati i belli articoli di Barucci, Bairati ed altri, sulla storica economica dell’Italia pubblicati sul Sole 24 Ore, molti avrebbero potuto ancora credere alle banalità in circolazione o insegnare all’università che l’Italia è un paese “ultimo venuto” allo sviluppo. Analizzando i censimenti del ‘600 e del ‘700 degli Stati che componevano in particolare il Nord e Centro Italia di allora, si vede che il triangolo industriale Genova-Milano-Torino era il triangolo industriale più sviluppato d’Europa già dal ‘600, e che, con alterne, vicende, continua ad essere un’area di punta a livello europeo e quindi mondiale. Napoleone, che si apprestava a conquistare l’Italia, indicava ai suoi soldati sommariamente equipaggiati che avrebbero occupato “le terre più fertili del mondo”, ciò per tirarli su. Nella foga di propaganda del dopoguerra, ma più del dopo ’68, l’Italia è stata presentata come una debolissima nazione in tutta la sua storia. Ciò serviva a lavare il cervello su cui si poteva incidere con la nuova propaganda. Venendo ai dati vediamo alcune cose importanti per il periodo 1861 - 1993 che analizziamo. In primo luogo lo sviluppo degli investimenti che si ha nel ventennio 1921 – 1940 si fonda sulla variazione della propensione degli italiani al risparmio che passa da un livello basso 4 – 5 per cento del periodo 1861 – 1921 al valore del 15 – 20 per cento del ventennio in esame. Tale elevazione del risparmio ha consentito la forte industrializzazione del ventennio che insieme ad una attenta gestione delle Partecipazioni Statali, allora costituite, ed una politica economica che risulta impeccabilmente Keynesiana con interventi di sostegno nel settore pubblico, ha consentito all’Italia di mantenere il suo livello dei consumi anche con la grave crisi economica del ’29 e anni seguenti. Ciò vuol dire che se c’erano manifestazioni di provincialismo nel ventennio non mancavano teste di buon livello quali Beneduce e Menichella. Inutile dire che un’abitudine (propensione) al risparmio raggiunta nel ventennio ha costituito la base dello sviluppo anche per il post-bellico periodo di sviluppo (anni ’50 e ’60), nonostante il nuovo sistema repubblicano abbia fatto di tutto, subito dopo la guerra con contributo dell’amministrazione bellica degli alleati, per disincentivare il risparmio degli Italiani mediante l’esproprio dei crediti degli italiani versi lo Stato allorchè l’inflazione è stata lasciata andare alla larga distruggendo tutto il risparmio degli italiani prestato allo Stato, e quindi non restituendo una lira del debito dello Stato alla fine della seconda guerra mondiale. La possibilità di controllare, e meglio, l’inflazione si vede perché con l’intervento della politica di stabilizzazione, nel 1947, l’inflazione scende immediatamente al 5,6 per cento (1948) dal 65,6 per cento (1947). Così dopo una guerra anche interna c’è stata la punizione economica per gli italiani che hanno così perso il valore dei Titoli di Stato da loro posseduti. Passando a vedere il grado di apertura dell’Italia al commercio estero abbiamo che nell’ottocento le esportazioni erano dell’ordine del 20 per cento della produzione e quindi indicavano un grado di internazionalizzazione dell’economia del livello che abbiamo oggi. Ciò è in contrasto con l’idea-propaganda che l’Italia è l’ultima venuta dello sviluppo, idea che serve oggi, in pratica, a far digerire agli Italiani la pessima amministrazione che si è avviata dopo il 1968. Se però qualcuno pensa o dice che ciò è assurdo perché il grado di internazionalizzazione dell’economia italiana è oggi evidentemente maggiore mi trova completamente d’accordo. L’arcano si spiega col fatto che la maggiore internazionalizzazione del commercio attuale con l’aumento delle esportazioni viene assorbita nel rapporto Esportazioni/Reddito da una rivalutazione recente del Reddito che ha raggiunto livelli ridicoli e che pone all’Istat il problema di rapida correzione di rotta e di correzione dei dati, per evitare una situazione di non significatività dei dati e una prassi che vede a fine 1994 non ancora disponibili i dati del censimento industriale del 1991 e lo spreco di una credibilità che l’Istat aveva acquistato in un elevato numero di anni e per il contributo di tantissime persone serie e professionalmente molto ben preparate.
*Università “La Sapienza” di Roma
MA RESTA L’INCREMENTO DELLA SPESA IL NODO CHE IL GOVERNO DEVE SCIOGLIERE
Marcello Pili* (l’Indipendente 18.5.93)
La relazione sulla situazione economica del Paese è un’occasione eccezionale che consente di fare il punto sui fatti, diradando la nebbia e il fumo delle chiacchiere di quella mistura di poco senso che è la gestione politica dell’economia. Tale occasione è motivo di sollievo per chi vede la conferma o no delle proprie opinioni su un testo sottratto finora alle manipolazioni. Così anche per un “tecnico” c’è la possibilità di vedere i dati effettivi su cui si discute tutto l’anno per ammiccamenti, proiezioni, interpretazioni, e per chi è più pleonastico per scuole di pensiero. Dalle belle tavole di questa relazione si ricavano informazioni importanti, che mettono in evidenza come durante l’anno le discussioni siano largamente a vanvera. Prendiamo, per esempio, i dati del bilancio pubblico (Pubblica Amministrazione) (Tabella 1) da dove si vede che il deficit nel 1992 è inferiore a quello del 1991 (143mila miliardi contro 146mila) e che quindi l’obiettivo del Tesoro di riportare a 140mila miliardi il deficit è praticamente raggiunto. Ma allora di che cosa parlavano quelli che durante l’autunno alzavano la voce per altre stangate? Di niente. Una volta doppiato il Capodanno li abbiamo risentiti non più parlare di (o verificare il) passato ma subito precipitarsi su un nuovo (?) argomento – la stangatina – di cui ci stanno riempiendo i giornali. Nessuna verifica, nessuno controlla, e sulle discrepanze delle proiezioni per il futuro anziché dei dati consuntivi è possibile dire cose in libertà. Noi ci limitiamo a vedere i dati consuntivi e a fare le considerazioni che questi dati consentono. Tab. 1
1) Che il maggior prelievo del 1992 è andato praticamente ad alimentare totalmente la maggiore spesa. Per aumenti di entrate di 70mila miliardi si è ottenuta una riduzione del deficit di “3mila” miliardi e un aumento delle spese per 67mila miliardi (tabella 1), poiché il prelievo totale è ormai il 46% del reddito nazionale e che la spesa totale (redistribuzione) è ormai il 55% del reddito nazionale. Queste percentuali gridano vendetta. 2) ................................................................................................................................................................................
*Università “La Sapienza”
Ripresa della produzione e ritorno ai consumi scaldano il dibattito sul “rischio inflazione”
IL PERICOLO CHE NON C’E’
Marcello Pili*(l’Opinione 27.9.94)
L’ECONOMIA è intesa come l’insieme di regole e comportamenti, individuali e istituzionali, che sono in grado di dare il maggiore benessere alla popolazione. Così titolava Adam Smith il primo testo universitario di economia: “Indagine sopra l’origine e la causa della ricchezza delle nazioni”. Con ciò ci sentiamo in linea col primo docente universitario di economia politica, anche se l’economia era stata trattata abbondantemente prima di lui, ma non in un corso universitario. Ricordiamo l’Economico di Senofonte, l’economia che si ricava dalla Repubblica di Platone, le Vite Parallele di Plutarco, le ricche storie di Polibio, il Porto dei ladri di Demostene, per limitarci ai classici; poi David Hume e tanti altri, anche italiani, del Medioevo e Rinascimento. Ciò per indicare che l’economia politica ha radici, non è una scienza giovane, ma, come conoscenza, accompagna le vicende umane e il progressivo benessere almeno dai tempi degli imperi iranici. Il tempo di Roma viene definito da Lucrezio come il tempo in cui “abbondanza di ogni cosa ci affoga”. E infatti Roma fu il primo mercato comune mondiale e di “libero” scambio, quindi con la divisione internazionale del lavoro e i benefici in termini de “la ricchezza della nazione”. .................................................................................. *Università “La Sapienza”
ELASTICITA’ DI SISTEMA E DI IMPRESA E RIGIDITA’ DI SISTEMA NELLO SVILUPPO ITALIANO DAL SECONDO DOPOGUERRA AD OGGI. Marcello Pili Università “La Sapienza” ROMA
(Scienza e Business Anno II, N. 1 – 2, Bozze, 2001)
Il luogo comune tradizionale che vuole l’Italia paese arretrato “ultimo venuto” (last comer) allo sviluppo non ha nessun fondamento. Gli storici economici che studiano il medioevo hanno sempre riconosciuto all’Italia il ruolo del paese più avanzato in Europa e alle città italiane, Genova, Venezia, Milano, Pisa, Firenze, Siena etc., l’eccellenza in ogni campo, economico, intellettuale, scientifico e artistico. “L’intensificazione” dell’attività industriale nella Gran Bretagna (come la definisce Adam Smith, e non l’industrializzazione come vuole una vulgata che non ha fondamento) mostra che lo sviluppo si alterna in Europa, ora una nazione prevalendo sull’altra nell’eccellenza del mercato e della qualità e dei prezzi, ora l’altra. L’Ottocento vede l’Italia in condizione economica di tutto rispetto con l’industrializzazione già al 20% del PIL al 1870 che va al 27% al 1920, mentre invece è inferiore a oggi. L’urbanizzazione è avanzata e l’inserimento nel mercato internazionale è buono nell’ 800 e pur a causa di alcuni cattivi esiti statistici odierni vanta un rapporto di internazionalizzazione dell’economia italiana del 20%, misurato come rapporto tra esportazioni o importazioni su Pil a prezzi correnti, che risulta identico a quello di oggi. L’elasticità o flessibilità dell’economia italiana è un fatto storico già dall’ottocento e assodato dalla ottima serie statistica disponibile per l’economia italiana dell’ottocento. Dopo la seconda guerra mondiale del novecento l’Italia ha recuperato ritardi tecnologici dovuti alla mancata azione del libero mercato, chiuso dalle sanzioni nel periodo cosiddetto autarchico prima della seconda guerra mondiale. Abbiamo con ciò il boom economico degli anni ’50 e ’60 favorito dalla costruzione delle autostrade, dalla libertà di circolazione delle persone legata ad un efficiente mercato dell’affitto di abitazioni. La mobilità del lavoro e delle merci, l’aumento della scolarizzazione e l’inurbamento ulteriore, sono stati i fattori di offerta che hanno consentito di cogliere le opportunità di un mercato più ampio (il cosiddetto Mercato Comune Europeo) e di fare il recupero tecnologico. Ciò è già una risposta a chi oggi farfuglia di liberalizzazione “spinta”, di “pericoli” del mercato globale etc. Dalla liberalizzazione del commercio e dal mercato globale, quanto più si può espandere, derivano solo effetti positivi che sono stimolo all’aumento della produttività, bassi prezzi, e redditi più alti per tutti. Non ci sono soccombenti se ...........................................................
Notizie sull’Autore
Marcello Pili è Docente di Economia Politica a “La Sapienza”, Roma. Si occupa delle aree valutarie ottime come approccio all’economia regionale delle aree sovranazionali. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche è collaboratore de Il Sole 24 Ore e del Corriere della Sera.
UNA CORRENTE DESTABILIZZANTE CHE LEGA TUTTE LE GRANDI CRISI FINANZIARIE
Marcello Pili*(l’Opinione 5.11.94)
L’AZIONE destabilizzante effettuata sulla lira nei giorni scorsi ha fatto protestare esatte relazioni tra la situazione politica interna italiana e la situazione finanziaria interna e internazionale. In un precedente articolo avevamo detto, a proposito della reclamata "autonomia" della Banca d'Italia, che non era in discussione l’autonomia, ma la fedeltà e l’affidabilità si. Ciò perché da molto tempo e con operatori ben esperti è in atto la destabilizzazione “anticapitalistica” e questo strumentario corrotto, fatto di persone e di mezzi, è ben presente tuttora e gestisce fatti come quelli dei giorni passati a Londra, come quelli dalla svalutazione della lira di due anni fa (1992), ed è arroccato all’interno del nostro paese con un tasso di interesse elevato, che “paga” la partecipazione al poker di finanza e di paesi da distruggere. Il primo episodio di questo fenomeno fu la crisi del 1929. Crisi di idiozia e tecnicamente stupida, basata sull’infedeltà e sulla inaffidabilità di alcuni banchieri centrali dell’Occidente. La banca centrale aveva da sempre fatto fronte a crisi di liquidità, mediante offerta di mezzi monetari e, quindi, per i secoli precedenti non c’era nessuna crisi possibile, né della borsa, né dei conseguenti effetti distruttivi nel sistema bancario e poi produttivo in genere. Ma si sa che la moneta è per taluni “strumento del diavolo” e .........................................
*Università di Roma “La Sapienza”.
L’ETERNA LOTTA DELL’ITALIA LIBERISTA
Marcello Pili*(l’Opinione 27.11.94)
RINGRAZIAMO il Giornale di Feltri che ci sta dando una storia d’Italia non melensa e non di racconti da osteria, come era quella precedentemente fatta sullo stesso giornale da Montanelli. Nella storia di Feltri, che non è eccellente, c’è almeno la cronaca ed è veritiera: si vede come il Risorgimento italiano sia stato osteggiato in maniera parossistica ed i patrioti colpiti a fucilate e incarcerati per impedire la formazione dell’Italia liberale. Le forze che volevano impedire l’unificazione dell’Italia liberale erano gli Stati del Nord, del Centro e del Sud, legati da un solo filo antiitaliano: il filo della “dea Madre” mediterranea, rimasta, dopo aver distrutto l’Impero Romano. E’ la stessa dea che veniva dall’Oriente e che fu fermata dagli eserciti Assiri; quella che i Fenici chiamavano dea Tanit, che incuteva loro tanta paura, da indurli a sacrificare ad essa i loro figli. Questa dea non riuscì mai a passare i confini del mondo occidentale ellenistico. Così l’Impero Romano potè estendersi su tutto il mondo allora conosciuto e, con esso, la cultura occidentale, fruttuosa di un benessere, mai visto prima di allora, basato sulla costituzione............ ................................................... *Università di Roma “La Sapienza”
SOVRANITA’ DEL CITTADINO E LIBERTA’
di Marcello Pili
Dalla teoria economica si ricava che il monopolio è lo strumento con cui si espropria la sovranità del consumatore imponendo ad esso prezzi alti per beni che ne avrebbero più bassi in caso di concorrenza. Indirettamente si potrebbe anche fissare quali beni vendere ed a che prezzo. Quando ci sono più operatori economici lo stesso risultato si ottiene col coordinamento dei comportamenti dei venditori (chiamato trust o cartello ) che diventa in tutto e per tutto un monopolio. Traslando il discorso alla politica vediamo che un gruppo di diversi partiti (costituenti un trust o cartello perché nessuno varia atteggiamento) espropria la sovranità del cittadino perché nessun partito (leggero o meno) accetta il controllo del cittadino e tutti i partiti sono concordi nel respingere il tentativo di controllo democratico delle scelte politiche. Come in economia qualcuno nega il monopolio o il cartello dicendo “ma ci sono vari operatori”, oppure che le quote di mercato variano, così in politica tutti si protestano democratici perché ci sono vari partiti, e variano le loro quote di elettorato. Così come nel monopolio economico il riscontro definitivo è l’alto prezzo del bene richiesto (massimo danno) dal consumatore e la sua perdita di sovranità, così in politica c’è il maggior danno.............. ...............................................................................
QUESTO PIL PROVVIDENZIALE CHE FA TORNARE I CONTI POLITICI
Marcello Pili (l’Opinione 30.10.94)
Dopo numerose revisioni dei dati della contabilità nazionale, il cui dato più importante, il Pil (Prodotto interno lordo), è intuitivamente la misura del reddito nazionale da cui differisce per piccole componenti, la gente si incomincia a chiedere se non abbiamo passato la misura della tolleranza e della credibilità di queste operazioni. Anche il nostro giornale ha ospitato un articolo-richiesta di chiarimenti a cui cerchiamo di dare una risposta. Le revisioni della misura del Reddito Nazionale (e del Pil da cui differisce di poco) – corrispondente il primo alla misura dei redditi totali distribuiti ed il secondo al valore totale di beni e servizi prodotti – sono state tre: nel 1978 del 9 per cento, nel 1986 del 18 per cento e nel 1990 dell’uno per cento. La prima revisione, quella del 1978, fece sollevare un dibattito sul reddito prodotto e non registrato (sommerso), che aveva qualche ragione di stupore, e fu digerita con l’idea della novità: l’economia sommersa, irregolare, che aveva dato un aiuto all’occupazione, alle esportazioni e alla produzione italiana. Il merito non fu tanto analizzato, dato il clamore della novità e la suggestione di questa economia sommersa. L’insieme di altre novità quale la buona rispondenza della nostra economia ad un’esigenza di maggiore penetrazione nei mercati internazionali, particolarmente efficace nei due settori del tessile-abbigliamento-calzature e nel meccanico, entrambi a media tecnologia, hanno lasciato anche questa correzione dei dati con il dubbio del possibile. Quando dopo meno di dieci anni (1986) c’è stata un’altra rivalutazione, stavolta del 18 per cento, si è incominciato a sentire puzza di ......................................................................
Università di Roma “La Sapienza” [1] Tale coefficiente rappresenta il rapporto tra la quota di intermediazione bancaria (impieghi a breve) della regione registrata e quella riferita all’ipotesi di equidistribuzione nel territorio.
QUEI MAESTRI
DELLA TEORIA ECONOMICA CHE PARLANO LINGUE
DIVERSE ALL'UNIVERSITA' E IN PIAZZA Marcello Pili (L'Opinione 02.10.1994) In questi
giorni si è discussa la formazione della legge finanziaria che dà il
quadro totale delle entrate, delle uscite, dell'indebitamento dello
Stato. Tale legge è di rilevante interesse ed è giusto che sia così
sentita e discussa. Non invece sono così chiari gli argomenti in discussione
e le posizioni contrastanti comunemente adottate. Esiste
una discrepanza solenne tra ciò che si dice come buon senso che il deficit
è male e ciò che si insegna all'Università. Spaventa
Luigi, ex ministro finanziario successore di Pomicino, insegna all'Università,
come tutti gli economisti, che il deficit pubblico è un toccasana per
raggiungere la "piena occupazione" e che questa teoria è conosciuta
come teoria keynesiana del reddito. Tutti
gli studenti che devono fare o hanno fatto l'esame di economia sanno
bene queste cose. Occorre
allora superare la schizofrenia, la scissione dell'anima, secondo cui
è male pubblicamente ciò che in "privato", nelle aule universitarie,
è lecito e auspicabile. In effetti
l'allegra procedura di espansione della spesa pubblica in Italia ottenuta
tramite la continua crescita del deficit procede negli anni '70 e '80
dopo un martellamento durato venti anni nelle Università e nella politica,
anni '60 e '70, secondo cui il ruolo del "deficit spending"
era positivo ed un cattivo comportamento (deficit) moralmente negativo
era benefico se era un comportamento collettivo del governo. Così
un vizio, se applicato ai privati, era diventato virtù se applicato
allo Stato. Durante questo martellamento veniva indicata con schifo
la "Treasure view", cioè il punto di vista del Tesoro britannico
e americano del bilancio in pareggio che era il frutto della teoria
liberale della neutralità dello Stato in economia (pareggio tra entrate
e uscite - neutralità dello Stato in economia). Così
abbiamo che quelli che dicevano che il deficit aveva effetti positivi,
ora, con molta disinvoltura, predicano pubblicamente la severità di
ricoprire con entrate la spesa pubblica che continuano a non voler controllare,
ma ovviamente continuano a insegnare all'Università che il deficit serve
a dare "il reddito di pieno impiego" ed altri blà, blà. Di
fronte al controllo della spesa dicono sempre di no, argomentando con
la socialità che però si è creata specificamente e artatamente pensionando
e prepensionando tutti e con assunzioni pubbliche a ruota libera, e
continuando a chiedere che si faccia. Questa "socialità" viene reclamata per espandere la spesa pubblica e il ruolo dello Stato - partiti come intermediario della .......................................
*Università di
Roma "La Sapienza"
Politica liberale e deformazione dei media Difficilmente arriveremo all’individuazione di una
politica liberale non generica se noi seguiamo gli argomenti che vengono posti
all’attenzione della stampa e della televisione prendendo la parte per qualcuno
degli argomenti in contesa.
Questo perché l’informazione
di tutti i settori è già corrotta e taroccata dal fatto che gli argomenti da
porre in circolazione e di discussione sono scelti dalle agenzie di stampa per
la stampa e dalle sei televisioni (potremmo dire di regime Rai –Mediaset). E’ orribile vedere come i
telegiornali siano ridotti, tutti uguali e ripetitivi, con gli stessi soli tre
punti commentati con le stesse parole. Le libere voci sono il Giornale di Feltri e L’opinione delle Libertà, e per chi non credesse invitiamo a vedere qualche telegiornale di piccola rete che ancora legge le notizie d’agenzia e c’è quindi la verifica che ci sono .................... ...................................................................
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