LIBERALISMO, CRISTIANESIMO E COMUNISMO

 

L'uomo ha ottenuto la libertà dalla natura quando ha provveduto ai propri fabbisogni mediante la sua iniziativa aiutando la natura che fino lì aveva passivamente provveduto ma a costo della sua libertà. Fino a quel punto l'uomo viveva nel territorio come una fiera, di caccia e di pesca, e doveva combattere ogni intrusione nel suo territorio che dava la sufficienza vitale.

Ciò comportava la guerra di difesa e in caso di penuria la necessità della guerra di offesa.

Così l'uomo era totalmente dipendente dai viveri e perciò non aveva libertà, assoggettato completamente al capo dell'orda per la guerra e la sopravvivenza come ancora oggi si vede negli animali la soggezione al capo.

Quando l'uomo ha visto che aiutare la natura a produrre, tramite lavoro umano, era meno costoso che fare la guerra per ciò che la natura dava senza lavorare scelse il lavoro. Tale svolta fu segnata dal passaggio dal culto della divinità femminile (Dea Madre) e della passività a quella maschile (fallica) dell'iniziativa privata (Industria e Agricoltura).

La natura regalò all'uomo la libertà perché non dipendeva più da risorse scarse dovute alla pressione continua della natalità, risorse che dovevano essere corrette con la morte, ma si diede la possibilità di sostentare una popolazione libera e crescente producendo risorse crescenti. L'uomo quindi scambiava il lavoro contro la guerra e la libertà con l'impegno alla conoscenza della natura e al provvedersi. Questo comportava che la competizione si spostava dalla guerra al ben fare positivo, perché questa competizione fa si che più sai fare più stai bene più guadagni.

Questa situazione è andata avanti con ritorni della guerra e mescolata ad essa, libertà e benessere contro guerra, fino all'Impero Romano.

Qua credendo ormai definitivamente prevalente l'iniziativa che dava i frutti abbandonati di benessere (Lucrezio dice "abbondanza di ogni cosa ora ci affoga", sulla storia dell'uomo) di crescita della popolazione, di crescita della libertà (gli storici dicono che i soldati di Roma non conobbero mai la guerra perché essa si sviluppò per quindici anni su mille della vita di Roma), avvenne che l'insidia della guerra e della debolezza riprendesse piede. Ciò avvenne per una iniziativa che sfuggiva a quella legge fondamentale di sostituzione del lavoro e lo sviluppo alla guerra: il cristianesimo.

Il cristianesimo funzionava come dominio dei capi, ostilità allo sviluppo (oggi chiamata lotta al consumismo) e allora indicato come causa di sciagure (il lusso o benessere) dato che già i sufeti in antico indicarono al popolo a Gerusalemme che non era il caso di organizzare la difesa di Gerusalemme contro Nabucodonosor. "Da tempo i profeti, nella loro logica dalla Storia andavano predicando l'inutilità della lotta di difesa, perché il volere divino era segnato" (S. Moscati) "Il caduco fiore del fastoso ornamento" sarebbe caduto. "L'esilio di Babilonia elimina per la prima volta l'elemento politico dalla storia d'Israele. Ma la coesione religiosa e nazionale è forte". I vincoli politici, le esigenze della vita pratica, sono scomparsi" con la schiavitù e l'esilio.

Così in Roma la religione distrugge lo stato (e non difende) e organizza un dominio confessionale che distrugge lo Stato, la libertà e il benessere. La religione della passività al dio totalitario ha il controllo totale dell'Europa distrutta e la schiavitù è la condizione ordinaria e la morte, per mille anni per la sopravvivenza. Questo comporta che la natura (Dea Madre - chiesa) toglie la libertà ai cittadini perché il suo contributo al loro benessere non è più rilevante. Rilevante è la "lotta di classe", la corruzione, il linciaggio politico, i sicari (cioè la guerra) e la subordinazione alla legge di nuovo ormai di natura di uccidere per vivere e sopravvivere dato che le risorse non possono e non devono crescere.

A corollario di ciò consegue - come a Gerusalemme con Nabucodonosor - che non c'è più oggi lo Stato, e l'unità nazionale sarebbe data dalla religione, come si sente dire in questi giorni senza sprezzo del ridicolo politico.

La religione quindi continua oggi nel mondo a volersi sostituire come forza totalitaria con la lotta di classe o guerra che sia di accaparramento di risorse che devono essere fisse per giustificare la guerra, e non invece crescenti in base alla capacità tecnica del lavoro, che altrimenti nega la necessità della guerra per le risorse, essendo le risorse producibili senza la guerra con il lavoro. Solo lo scisma religioso apre uno spiraglio alla libertà.

Prima l'Inghilterra di Enrico VIII riprende le prerogative dello Stato eliminate dalla chiesa. Poi i protestanti protestano un dio che non li obblighi alla povertà.

Così si apre la porta dell'età moderna col ritorno di benessere e libertà che furono di Roma. E prima ancora di tutte le culture politeiste di interpretazione delle diverse forze della natura. Il comunismo, come erede del socialismo e del sindacalismo precedente, è la risposta della religione al riaffermarsi dello stato e del benessere.

Ritorna la Dea (Santa) Madre - chiesa che propone un'economia stazionaria e povera (lotta al consumismo) che porta l'obbligo della guerra e della morte (lotta di classe) per la sopravvivenza e l'accaparramento della preda. Il comunismo (il comunismo è il PDS che si chiama come nei Paesi dell'Est) è quindi lo strumento della religione per rompere il processo moderno lavoro-libertà-benessere e riportare al rapporto povertà-guerra-identità religiosa-nazione come base della ricostituzione della comunità mistico-nazionali o tribù anche-generali basate sulla mancanza della libertà e dello Stato, le limitate risorse non crescibili e lo spiazzamento su un obiettivo extraterreno che accetta chi accetta la sottomissione con la doppiezza di chi sa che la dea-madre-in terra lo provvederà di sostentamento-preda in questa terra.

Questo è ciò che abbiamo in Italia e nel mondo oggi, e finalmente sul Giornale non appaiono solo dotte analisi di superficie, ma anche dotte analisi profonde grazie a Vittorio Mathieu (Vi spiego perché in Algeria si sgozza, Il Giornale 23 - ottobre 1997).

                                    *Professore all'Università "La Sapienza"