ARTICOLI DI STAMPA DI PROF. MARCELLO PILI

 

 

 Un’analisi sulla propensione al risparmio delle famiglie nelle regioni italiane dagli Anni ’70

 

IL MEZZOGIORNO PARSIMONIOSO

 

di Marcello Pili*

(Il Sole 24 Ore 8.7.86)

 

La propensione al risparmio aveva sbalordito positivamente gli osservatori dell’economia italiana negli Anni ’70. Insieme a molti altri eventi positivi quali la capacità imprenditoriale dell’economia, la buona conduzione della politica monetaria e dei cambi, l’economia sommersa, la propensione al risparmio aveva fatto da contrappunto a fenomeni negativi quali una elevata inflazione, la vulnerabilità energetica del paese, una tribolata situazione del mercato del lavoro e una forte tensione che ha avuto conseguenze di natura anche non economica.

            L’elevato livello del risparmio aveva mosso discussioni intorno al suo impiego più appropriato, rivolgendo l’attenzione verso l’indebitamento progressivo e crescente della pubblica amministrazione.

            Inutile dire che gran parte delle discussioni erano identiche a quelle che hanno interessato il dibattito pre-Keynesiano sul bilancio in pareggio.

            Il deficit pubblico, insieme con Keynes, richiede un punto di vista meno bigotto, senza ammiccamenti alla gestione del buon padre di famiglia, visto che il privato e il collettivo non sempre richiedono gli stessi criteri di giudizio.

            Il problema di quale deficit, e del contenuto della spesa, invece, sarebbe stato un ottimo argomento di discussione. Il problema dello spiazzamento degli investimenti privati va visto con l’ottica del tasso esogeno, determinato dalle esigenze di riequilibrio della bilancia dei pagamenti, e ottenuto anche tramite la spinta dell’indebitamento pubblico, ma non determinato da questa.

            Tralasciando questo discorso che ha assorbito anche troppo energie negli anni passati, vediamo l’andamento della propensione netta al risparmio delle famiglie italiane nella versione Sec (famiglie più imprese familiari) e nella versione normale dei conti finanziari (famiglie in senso stretto).

            Tale propensione ha preso a salire dal 1970 progressivamente, per restare su livelli elevati (20% circa) per tutti i successivi anni ’70.

            Le due serie presentano leggere differenze dovute alla presenza del risparmio delle aziende familiari nella versione Sec delle famiglie.

            L’andamento più interessante è quello relativo alle famiglie in senso stretto che consente di riferire i valori alle famiglie a cui normalmente si fa riferimento.

            L’andamento evidenzia un rialzo che porta il valore intorno al 20% dal 1973 al 1979. Dal 1979 la propensione al risparmio riprende a scendere in corrispondenza del terzo shock petrolifero dopo gli aumenti del 1973 e del 1976-77.

            La coincidenza col terzo shock petrolifero è netta e la diminuzione prosegue per tutto il tratto discendente dal ciclo 1979-1983.

 

Quattordici anni di grandi risparmi

Propensione netta al risparmio delle famiglie italiane (valori %)

Anni     70     71     72     73     74     75     76     77     78     79     80     81     82     83

F sec   18,4   19,9  21,1  20,8  19,8  22,2  21,9  21,3  22,5  21,7  19,7  19,7  19,2  18,2

Fss      15,5   16,7  17,5  18,2  16,4  18,4  18,5  19,6  20,1  19,8  17,6  17,9  17,5  15,5

F sec - Famiglie più imprese familiari

Fss    - Famiglie in senso stretto

 

Accumulazione a Mezzogiorno

Propensione netta al risparmio (1) nelle regioni meridionali (valori %)

1978      1983                                                             1978      1983

Abruzzo                                29,6       26,7                           Calabria                     32,4       29,4

Molise                                   33,7       39,3                           Sicilia                        19,5       18,9

Campania                              22,3       19,9                           Sardegna                    25,1       24,1

Puglia                                    30,5       31,0                           Italia                           20,1       15,5

Basilicata                               37,0       42,2

(1) Versione Fss = Famiglie in senso stretto

 

            L’andamento regionale della propensione al risparmio delle famiglie in senso stretto mostra una discesa che si muove dal 1978 (anno dei massimo della propensione al risparmio in quasi tutte le regioni) fino al 1983.

            L’andamento della diminuzione per regioni mostra una netta differenza tra il comportamento delle regioni del Centro-Nord e quelle del Sud.

            Le regioni del Centro-Nord hanno una riduzione della propensione al risparmio (in percentuale, per gli anni 1978-83) che è legata alla percentuale di popolazione abitante nei centri urbani con oltre 200mila abitanti.

            Per le regioni del Sud, viceversa, la relazione tra queste variabili non esiste, la propensione al risparmio non scende e pertanto non c’è relazione col peso della popolazione nelle città con oltre 200mila abitanti.

            Questi risultati fanno pensare che la caduta della propensione al risparmio nello shock del 1979 e relativo ciclo sia il risultato di uno shock durissimo che ha trovato il paese già sull’orlo della sopportabilità.

            In precedenza la sopportabilità era stata ottenuta con la fiscalizzazione di alcuni costi, quali quelli delle comunicazioni e dei trasporti che al 1970 rappresentavano il 4,8% del reddito disponibile e al 1978 il 4,5%; e che successivamente hanno preso a rincarare raggiungendo il 6,1% del reddito disponibile nel 1983.

            Questi aumenti, insieme a quelli diretti dallo shock del 1979, hanno avuto l’impatto maggiore sulle aeree urbane del centro-nord. La indifferenza dell’area meridionale è da ascrivere al diverso impiego del sistema di trasporto pubblico nelle aree urbane e ai molti meccanismi di isolamento delle variazioni del sistema economico.

            Quasi tutte le regioni meridionali hanno infatti continuato ad avere una propensione al risparmio più elevata delle altre regioni. La dicotomia Nord-Sud continua ad operare nel bene o nel male.

            L’isolamento dai meccanismi di variazione del sistema economico da un lato allevia lo stress da sopportare nel breve periodo, dall’altro non dà indicazioni sulle trasformazioni richieste nel lungo periodo e che si cerca di realizzare, poi, tra molte difficoltà.

 

 

*dell’Università di Roma

 

 


Si riduce il ruolo finanziario della regione?

 

 

L’ECONOMIA NEL LAZIO

(Il Corriere della Sera 4.1.86)

 

 

Nella regione Lazio è localizzata una importante quota della struttura finanziaria del Paese.

Vi sono localizzate molte importanti sedi centrali di istituti di credito ordinario e speciale.

Tale localizzazione comporta per l’area romana importanti conseguenze sia produttive che occupazionali: il settore ha un alto se non altissimo valore aggiunto per addetto ed ha un’alta intensità di lavoro rispetto all’uso del capitale.

Tutte queste considerazioni fanno apparire il settore nel Lazio come un settore rilevante sia in assoluto che in rapporto al contributo degli altri settori.

Il fatto che questo abbia poi una importante quota localizzata nel centro storico di Roma rende i problemi di fruizione produttiva e di accessibilità dell’area, di cui oggi si parla, rilevanti anche per il settore produttivo qui menzionato.

Della funzione dei servizi del Centro ci si può occupare un’altra volta mentre qui si mette a fuoco il contenuto dell’attività finanziaria che si esplica nella regione.

L’attività finanziaria nel Lazio vede ridursi il ruolo che essa aveva rispetto al Paese.

In questi ultimi dieci anni tale riduzione di ruolo è stata consistente e può essere vista mediante un coefficiente di localizzazione regionale che si presenta con i risultati che qui vediamo[1]:

                                   1974                1984

Lombardia                               1.71                 1.71

Lazio                           2.04                 1.50

L’andamento declinante del coefficiente di specializzazione è derivato da una riduzione del ruolo che il settore pubblico localizzato nella regione (enti locali o localizzati ma appartenenti alla amministrazione centrale) ha nei confronti del sistema bancario del Lazio. Ciò è in conseguenza di un richiamo dei fondi di molti enti pubblici alla tesoreria centrale come conseguenza della normativa che impegna molti enti a fruire della tesoreria centrale del Tesoro.

Questo calo di ruolo è accompagnato dalla riduzione dell’impegno relativo di finanziamento all’economia nel Lazio, fatto questo dovuto all’indebolimento dell’economia del Lazio che si è manifestato via via in questi ultimi dieci-quindici anni.

La perdita di ruolo del settore finanziario e dell’economia in complesso ha portato la riduzione della detenzione dei depositi bancari se considerata in rapporto alla dinamica nazionale (quota).

Tale quota si evolve nella regione Lazio e nella provincia di Roma rispetto alla regione Lazio ed al Paese nel seguente modo:

Dep. Fam.                                1974                1984

 

Prov. Roma                             0.85                 0.81

Lazio

 

Prov. Roma                             0.075               0.070

Italia

 

Lazio                                       0.087               0.086

Italia

 

L’andamento indica che la perdita di ruolo della regione è largamente ascrivibile alla riduzione del ruolo che la provincia di Roma ha sul resto del Lazio e sul Paese.

Il fatto è in sintonia con l’andamento del settore reale e la relazione diretta tra crescita di ruolo economico e crescita del ruolo finanziario risulta valida e si verifica mediata dalla sola variazione della propensione al consumo nelle regioni, con l’aiuto della quale aumenta il grado di comprensione della relazione stessa.

La variazione della propensione al consumo del Lazio, (che si verifica in misura equivalente alle altre regioni incorporanti importanti aree urbane, eccetto la Campania, dove per la presenza di Napoli, l’aumento della propensione al consumo è alta) aiuta a spiegare la caduta dei depositi delle famiglie.

In particolare, se si assume che la gran parte della variazione della propensione al consumo nella regione Lazio deriva dalla variazione nell’area urbana di Roma, si può vedere che per varie ragioni nelle aree urbane più che altrove si è ridotta la capacità di risparmio delle famiglie.

Questo fatto è un riscontro ai problemi che nell’area urbana di Roma sono rilevanti ma non al fatto che l’approccio produttivistico tradizionale (localizzazione delle iniziative produttive e stimolo alla occupazione) è necessariamente l’unico da perseguire in una realtà di forte presenza del terziario e di alta potenzialità delle centralità.

La potenzialità delle centralità vanno quindi studiate tenendo presente che in questo settore il valore prodotto è altissimo e che la determinazione di questo è impedita o ridotta dalle ridotte possibilità di fruizione delle centralità a fini di aggiunta di valore.

Si può dire perciò che l’area di Roma deve essere vista come area in temporaneo declino ma con altissime potenzialità. Ciò a condizione che si riesca ad individuare bene la sostanza di tali potenzialità che sono le centralità e le fruizioni delle centralità.

Marcello Pili

(Cattedra di Economia applicata Università di Roma)

 

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Le serie storiche disponibili su reddito, consumi e investimenti sfatano il mito di un Paese “sottosviluppato”

 

 

 

 

 

L’ITALIA DEI LUOGHI COMUNI

 

 

 

 

Dall’unità al 1968 l’economia è stata all’avanguardia per industria e servizi

 

 

 

 

Marcello Pili*

(l’Opinione 16.10.94)

 

LA DISPONIBILITA’ da alcuni anni di serie storiche per l’economia italiana dal 1861 ad oggi non ha stimolato grandi studi e commenti per cui le principali considerazioni in circolazione rimangono quelle che si proponevano molti anni fa sulla formazione dell’Italia industriale.

            Molte più e più puntali considerazioni si possono fare sul lungo periodo documentato dai dati statistici a cui noi ci riferiamo in modo più sintetico ed esplicito possibile.

            Dividiamo il periodo complessivo in sottoperiodi significativi che in prima istanza sono: 1861 – 1921, poi 1921 – 1940, 1940-50 e 1951-1993.

 

 

Produzione, consumi e investimenti a prezzi costanti

(variazione percentuale annua)

 

Periodi   Reddito naz. Lordo                 Consumi                   Investimenti

1861-1921                               1.1                                   1.1                               1.8

1921-40                                   2.1                                   1.4                               5.7

1940-51                                    -                                       -                                  -

1951-93                                   3.2                                   3.6                               3.2

di cui sottoperiodi

1900-1910                               2.0                                   2.0                               3.7

1970-1993                               2.2                                   2.4                               0.7

Fonte: ISTAT

 

 

            Questa tavola consente qualche osservazione serena sui periodi interessati, indicando, fuori dalle considerazioni politiche, che nel ventennio 1921 – 1940 lo sviluppo del reddito è stato maggiore, in media, del periodo liberale monarchico e inferiore al periodo repubblicano.

            Questo limitandoci a considerare periodi per intero. Se invece vogliamo mettere in rilievo il decennio 1900 – 1910, famoso per essere il periodo di maggior sviluppo dello Stato liberale, ed il periodo 1970 – 1993 che corrisponde al periodo repubblicano post ’68 (potremo dire post-liberale), con crisi petrolifera e altre sciagure varie dell’Italia, possiamo fare dei confronti tra questi periodi e il ventennio 1921 – 1940.

            Da questo confronto risulta che lo sviluppo del reddito del ventennio 1921 – 1940 è superiore al migliore periodo di sviluppo del periodo liberale ed è pressochè uguale a quello del periodo repubblicano (post-liberale) 1970 – 1993, con ciò indicando che la limitazione della libertà non fa bene allo sviluppo economico, come pure il disordine del periodo post ’68 e le sue farneticazioni che accostano molto gravemente i risultati economici a quelli del ventennio e così vediamo che la libertà e la vita ordinata, come si sono avute in Italia negli anni ’50 e ’60, sono le componenti più efficaci dello sviluppo.

            Per quanto riguarda gli investimenti si vede che lo sviluppo di questi nel ventennio 1921 – 1940 (+ 5,7 per cento annuo) è dell’ordine di grandezza dello sviluppo degli investimenti del “miracolo italiano” (1950 – 1970) (+ 6,8 per cento annuo).

            Questo per consentire un giudizio sereno e storico dell’aspetto economico e dell’aspetto politico tra loro indipendentemente.

            Altre considerazioni rilevanti vengono dall’analisi delle componenti del reddito prodotto dai vari settori Agricoltura, Industria e Servizi.

            Al 1861 il reddito era prodotto per oltre il 50 per cento dall’agricoltura (54 per cento) e al 1921 la quota era ancora del 43 per cento. Nel 1940 la quota percentuale della produzione agricola sul totale del reddito prodotto era scesa al 26 per cento e la quota di produzione industriale era salita ad oltre il 30 per cento. Oggi è ad un livello inferiore al 30 per cento (28,6 per cento).

            Le attività terziarie e la Pubblica Amministrazione erano il 43 per cento del reddito prodotto totale, indicando un buon sviluppo del terziario.

            La base statistica disponibile consente poi di fare altre considerazioni sulla variazione della propensione al risparmio in forte incremento tra il periodo liberale ed il ventennio. Queste considerazioni le facciamo qui di seguito insieme ad altre sulla bilancia dei pagamenti.

            I luoghi comuni e le banalità che circolano su questi argomenti sono veramente incredibili. A questa manipolazione della storia e dell’informazione contribuiscono in proporzioni uguali la propaganda, la cattiva scuola, specialmente l’università, e l’ignoranza.

            I luoghi comuni e le bugie che ogni italiano assorbe e respira come un’ameba dall’ambiente circostante indicano che l’Italia è un paese “ultimo venuto” all’industrializzazione, paese arretrato, paese povero e agricolo come causa della povertà e dell'arretratezza.

            Se non ci fossero stati i belli articoli di Barucci, Bairati ed altri, sulla storica economica dell’Italia pubblicati sul Sole 24 Ore, molti avrebbero potuto ancora credere alle banalità in circolazione o insegnare all’università che l’Italia è un paese “ultimo venuto” allo sviluppo.

            Analizzando i censimenti del ‘600 e del ‘700 degli Stati che componevano in particolare il Nord e Centro Italia di allora, si vede che il triangolo industriale Genova-Milano-Torino era il triangolo industriale più sviluppato d’Europa già dal ‘600, e che, con alterne, vicende, continua ad essere un’area di punta a livello europeo e quindi mondiale.

            Napoleone, che si apprestava a conquistare l’Italia, indicava ai suoi soldati sommariamente equipaggiati che avrebbero occupato “le terre più fertili del mondo”, ciò per tirarli su.

            Nella foga di propaganda  del dopoguerra, ma più del dopo ’68, l’Italia è stata presentata come una debolissima nazione in tutta la sua storia.

            Ciò serviva a lavare il cervello su cui si poteva incidere con la nuova propaganda.

            Venendo ai dati vediamo alcune cose importanti per il periodo 1861 - 1993 che analizziamo.

            In primo luogo lo sviluppo degli investimenti che si ha nel ventennio 1921 – 1940 si fonda sulla variazione della propensione degli italiani al risparmio che passa da un livello basso 4 – 5 per cento del periodo 1861 – 1921 al valore del 15 – 20 per cento del ventennio in esame.

            Tale elevazione del risparmio ha consentito la forte industrializzazione del ventennio che insieme ad una attenta gestione delle Partecipazioni Statali, allora costituite, ed una politica economica che risulta impeccabilmente Keynesiana con interventi di sostegno nel settore pubblico, ha consentito all’Italia di mantenere il suo livello dei consumi anche con la grave crisi economica del ’29 e anni seguenti.

            Ciò vuol dire che se c’erano manifestazioni di provincialismo nel ventennio non mancavano teste di buon livello quali Beneduce e Menichella.

            Inutile dire che un’abitudine (propensione) al risparmio raggiunta nel ventennio ha costituito la base dello sviluppo anche per il post-bellico periodo di sviluppo (anni ’50 e ’60), nonostante il nuovo sistema repubblicano abbia fatto di tutto, subito dopo la guerra con contributo dell’amministrazione bellica degli alleati, per disincentivare il risparmio degli Italiani mediante l’esproprio dei crediti degli italiani versi lo Stato allorchè l’inflazione è stata lasciata andare alla larga distruggendo tutto il risparmio degli italiani prestato allo Stato, e quindi non restituendo una lira del debito dello Stato alla fine della seconda guerra mondiale.

            La possibilità di controllare, e meglio, l’inflazione si vede perché con l’intervento della politica di stabilizzazione, nel 1947, l’inflazione scende immediatamente al 5,6 per cento (1948) dal 65,6 per cento (1947). Così dopo una guerra anche interna c’è stata la punizione economica per gli italiani che hanno così perso il valore dei Titoli di Stato da loro posseduti.

            Passando a vedere il grado di apertura dell’Italia al commercio estero abbiamo che nell’ottocento le esportazioni erano dell’ordine del 20 per cento della produzione e quindi indicavano un grado di internazionalizzazione dell’economia del livello che abbiamo oggi.

            Ciò è in contrasto con l’idea-propaganda che l’Italia è l’ultima venuta dello sviluppo, idea che serve oggi, in pratica, a far digerire agli Italiani la pessima amministrazione che si è avviata dopo il 1968.

            Se però qualcuno pensa o dice che ciò è assurdo perché il grado di internazionalizzazione dell’economia italiana è oggi evidentemente maggiore mi trova completamente d’accordo.

            L’arcano si spiega col fatto che la maggiore internazionalizzazione del commercio attuale con l’aumento delle esportazioni viene assorbita nel rapporto Esportazioni/Reddito da una rivalutazione recente del Reddito che ha raggiunto livelli ridicoli e che pone all’Istat il problema di rapida correzione di rotta e di correzione dei dati, per evitare una situazione di non significatività dei dati e una prassi che vede a fine 1994 non ancora disponibili i dati del censimento industriale del 1991 e lo spreco di una credibilità che l’Istat aveva acquistato in un elevato numero di anni e per il contributo di tantissime persone serie e professionalmente molto ben preparate.

 

*Università “La Sapienza” di Roma

 

 



MA RESTA L’INCREMENTO DELLA SPESA IL NODO CHE IL GOVERNO DEVE SCIOGLIERE

 

 

 

 

 

Marcello Pili*

(l’Indipendente 18.5.93)

 

La relazione sulla situazione economica del Paese è un’occasione eccezionale che consente di fare il punto sui fatti, diradando la nebbia e il fumo delle chiacchiere di quella mistura di poco senso che è la gestione politica dell’economia. Tale occasione è motivo di sollievo per chi vede la conferma o no delle proprie opinioni su un testo sottratto finora alle manipolazioni. Così anche per un “tecnico” c’è la possibilità di vedere i dati effettivi su cui si discute tutto l’anno per ammiccamenti, proiezioni, interpretazioni, e per chi è più pleonastico per scuole di pensiero. Dalle belle tavole di questa relazione si ricavano informazioni importanti, che mettono in evidenza come durante l’anno le discussioni siano largamente a vanvera.

Prendiamo, per esempio, i dati del bilancio pubblico (Pubblica Amministrazione) (Tabella 1) da dove si vede che il deficit nel 1992 è inferiore a quello del 1991 (143mila miliardi contro 146mila) e che quindi l’obiettivo del Tesoro di riportare a 140mila miliardi il deficit è praticamente raggiunto. Ma allora di che cosa parlavano quelli che durante l’autunno alzavano la voce per altre stangate? Di niente. Una volta doppiato il Capodanno li abbiamo risentiti non più parlare di (o verificare il) passato ma subito precipitarsi su un nuovo (?) argomento – la stangatina – di cui ci stanno riempiendo i giornali. Nessuna verifica, nessuno controlla, e sulle discrepanze delle proiezioni per il futuro anziché dei dati consuntivi è possibile dire cose in libertà. Noi ci limitiamo a vedere i dati consuntivi e a fare le considerazioni che questi dati consentono.

Tab. 1

 

 

 

QUANTO COSTA LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

                                                                                        1991                                     1992

(dati in miliardi)

Totale uscite complessive                                          769.000                                836.000

Totale entrate complessive                                        623.000                                 693.000

Deficit                                                                        146.000                                 143.000

Incremento uscite complessive                                    69.000                                   67.000

Incremento entrate complessive                                  66.000                                    70.000

Incremento deficit                                                      + 3.000                                    - 3.000

 

Reddito nazionale                                                  1.426.000                                1.507.000

(rapporti %)

Tot. uscite complessive su reddito nazionale                54%                                        55%

Tot. entrate complessive su reddito nazionale               48%                                       48%

Fonte: Relazione sulla situazione economica min. Bil. e Istat. Nostra elaborazione

 

 

 

1)      Che il maggior prelievo del 1992 è andato praticamente ad alimentare totalmente la maggiore spesa. Per aumenti di entrate di 70mila miliardi si è ottenuta una riduzione del deficit di “3mila” miliardi e un aumento delle spese per 67mila miliardi (tabella 1), poiché il prelievo totale è ormai il 46% del reddito nazionale e che la spesa totale (redistribuzione) è ormai il 55% del reddito nazionale. Queste percentuali gridano vendetta.

2)      L’andamento della bilancia dei pagamenti (transazioni internazionali, tabella 2) mette in evidenza che per beni e servizi la bilancia è migliorata nel 1992 rispetto al 1991, con ciò rimanendo da chiarire l’allarme creato e le origini delle faccende della crisi valutaria del settembre, che non sono dovute a cattivo andamento del commercio e dei servizi (il saldo è migliore). Sul fatto che la svalutazione avrebbe avuto effetti benefici sul commercio (così dicono, forse i sostenitori della svalutazione) c’è da dire che la svalutazione sviluppa i suoi effetti nell’arco di un tempo di almeno un anno. Il correre a verificare risultati di miglioramento delle esportazioni su dati parziali porta qualche inconveniente, ben affrontato col silenzio, quando poi escono i rimanenti dati (commercio Cee, dati Uic) che mostrano una caduta del valore delle esportazioni 1993 (gennaio-febbraio).

 

Tab. 2

 

 

TRANSAZIONI INTERNAZIONALI

(In miliardi di lire correnti)

SALDI

AGGREGATI                 1986        1987        1988        1989        1990         1991           1992

Operazioni correnti       4,127      -2.078       -8.069     -15.550     -18.257      26.032      -30.949

Beni e servizi                3.622      -3.056        5.965       -7.260        -5.343      -4.892        -3.218

Consumi (Turismo)     10.077      9.591        7.967        7.138         7.073        8.459         6.145

Redditi (Interessi)        -6.907     -6.722       -7.550     -10.496      -15.701     -20.171     -25.031

Imposte indir. Nette      -2.728     -2.008      -1.986        -1.365        -3.064      -3.102       -2.073

Trasferimenti                       63        117          -535        -3.567        -1.222       -6.326      -6.772

Oper. in conto capitale     -488         227           631            739            635           169           137

Totale                             3.639      -1.851       -7.439     -14.811      -17.622     -26.201   -31.086

Fonte: Rel. Sit. Ec. Ministero del Bilancio 1922

 

 

 

 

 

 

3)      La tavola 2 mette in evidenza un altro rospo di cui, al solito, si tace: il deficit verso l’estero per interessi (25mila miliardi) che determina l’80% del nostro deficit corrente, mentre le merci sono in attivo. Tale partita negativa, responsabile della perdita di riserve non speculativa, è il corollario, conseguente, della risposta elastica, flessibile, totalmente elusiva del problema dell’inadeguatezza del livello dei tassi di interesse in Italia rispetto a tutti i concorrenti sul mercato dei capitali. Tale partita negativa si può seguire (tabella 2) nella linea dei redditi, totalmente determinata dagli interessi, e si vede come procede al galoppo negli anni a partire dal 1986 seguendo la tavola. E’ evidente che metter fuori questo dato o commentarlo è come attivare la rabbia della gente (famiglie e imprenditori) che pagano un alto tasso di interesse sostenuto con chiacchiere inconsistenti e che oltre a produrre difficoltà alle famiglie (per chi deve pagare la casa) produce difficoltà agli imprenditori che vengono così espropriati del frutto della loro “intraprendenza”. Il tutto è supportato dalla totale chiusura del mercato nazionale alle banche all’estero, altro che libertà d’insediamento.

4)      Che un confronto con i Paesi che rappresentano una visione corretta del rapporto pubblico/privavo (Stati Uniti, tabella 3) mette in evidenza che in Italia questo rapporto è maggiore di uno standard accettabile (Usa) del quindici per cento del reddito nazionale. Il fatto che tra i Paesi a maggior rapporto pubblico-privato ci siano i Paesi dell’Europa continentale fa pensare che sia una “caratteristica” delle zone di confine (di faglia, est-ovest). Così non vorremmo che le suggestioni di esproprio, di cui si parla e si nega in questi giorni, fossero esalazioni delle briciole di comunismo rimaste nel governo Ciampi.

 

Tab. 3

 

 

TRANSAZIONI INTERNAZIONALI

(In miliardi di lire correnti)

SALDI

AGGREGATI                 1986        1987        1988        1989        1990         1991           1992

Operazioni correnti       4,127      -2.078       -8.069     -15.550     -18.257      26.032      -30.949

Beni e servizi                3.622      -3.056        5.965       -7.260        -5.343      -4.892        -3.218

Consumi (Turismo)     10.077      9.591        7.967        7.138         7.073        8.459         6.145

Redditi (Interessi)        -6.907     -6.722       -7.550     -10.496      -15.701     -20.171     -25.031

Imposte indir. Nette      -2.728     -2.008      -1.986        -1.365        -3.064      -3.102       -2.073

Trasferimenti                       63        117          -535        -3.567        -1.222       -6.326      -6.772

Oper. in conto capitale     -488         227           631            739            635           169           137

Totale                             3.639      -1.851       -7.439     -14.811      -17.622     -26.201   -31.086

Fonte: Rel. Sit. Ec. Ministero del Bilancio 1922

 

*Università “La Sapienza”

 


 

 

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