LA BILANCIA DEI PAGAMENTI ITALIANA: STRUTTURA E PROBLEMI CONTABILI. ANDAMENTO DEL COMMERCIO ESTERO NEGLI ANNI ’70, ’80 E ’90 di Prof. Marcello Pili
|
Ricerche 1) LA
BILANCIA DEI PAGAMENTI ITALIANA: STRUTTURA E PROBLEMI CONTABILI.
ANDAMENTO DEL COMMERCIO ESTERO NEGLI ANNI ’70, ’80 E ’90
DI
PROF. MARCELLO PILI 1.
La
bilancia dei pagamenti italiana. Struttura e problemi contabili. 1.1.
Definizione 1.2.
Problemi
contabili 1.3.
Struttura 2.
Andamento
del commercio estero negli anni 1970-80-90 2.1.
Andamento
delle partite merci 2.2.
Implicazioni 2.3.
Struttura
di funzionamento 2.4.
Andamento
per paesi di contropartita 2.5.
Spiegazione 3.
Interpretazioni
ed errori sulla valutazione del commercio estero in Italia: le
discussioni 4.
La
generalizzazione del libero mercato. Passi indietro con le crisi
monetarie attuali 4.1.
La
generalizzazione del libero mercato 4.2.
Passi
indietro con la crisi monetaria attuale 2)
DI
PROF.MARCELLO PILI
1) Premessa e problemi contabili 2) Particolarità economiche del settore industriale 3) Origini storiche e profilo di sviluppo del settore industriale 3a) L’origine della scienza economica 4) Le leggi dello sviluppo industriale e la teoria dell’impresa 4a) La variazione di lungo periodo delle curve statiche dei costi 4b) La variazione di trend o secolare delle curve statiche dei costi 4c) Le curve storiche dei costi 4d) L’allargamento dello spazio tra domanda e offerta (prezzi e costi) come base dell’espansione delle quantità prodotte 4e) L’effetto dinamico della concorrenza 4f) Il ruolo degli investimenti 5) Gli investimenti 5a) La funzione degli investimenti classica 5b) Acceleratore e stock adjustment 5c) Un modello per gli ammortamenti 6) Relazione tra gli investimenti e la forma e la posizione della curva dei costi 6a) Il ruolo dell’organizzazione 6b) Concentrazione industriale, decentramento produttivo, lavorazione per conto 6c) Le forme atipiche dell’organizzazione produttiva dell’industria sommersa in Italia 6d) Il ruolo delle piccole e medie imprese 7) Economia industriale e politica economica 8) Influenza della politica economica attuale sulla struttura e sul livello dei costi e della domanda 8a) Il tasso di interesse 8b) Il livello della tassazione 8c) I costi della congestione e malgestione urbana e dei servizi 9) Continuo alternarsi di cicli restrizione-espansione. Effetto di eliminazione 9a) Effetto Malthusiano sulle imprese 9b) Riduzione del livello effettivo rispetto a quello potenziale di industrializzazione di un paese (Italia) 9c) Il problema dell’occupazione 9d) Interazione economico-demografica sulla popolazione 10) Le macrovariabili dell’efficienza-inefficienza 10a) Tasso di interesse 10b) Tassazione 10c) Non fluidità del mercato abitativo (fitti, ex equo canone) 10d) Cattivo stato delle infrastrutture e dei servizi 10e) Non fluidità del mercato del lavoro 11) Un treno che corre sui binari inclinati, cammina ma…? 12) Le continue svalutazioni e l’inflazione 13) I risultati italiani PARTE B) 14) Fonti di finanziamento delle imprese 14a) Credito ordinario alla produzione 14b) Credito speciale (a m.l.t.) per gli investimenti 14c) Il mercato obbligazionario 14d) Emissioni e quotazioni delle azioni 14e) La Borsa valori PARTE C) 15) Problemi dello sviluppo economico. Paesi sviluppati e paesi sottosviluppati Condizioni dello sviluppo economico Condizioni di recuperabilità delle economie colpite dalle “crisi” economiche Crisi petrolifera e destabilizzazione dei cambi come base dell’instabilità degli ultimi venti anni Continuo
disequilibrio e crisi dello sviluppo economico
|
|
LA
BILANCIA DEI PAGAMENTI ITALIANA: STRUTTURA
E PROBLEMI CONTABILI. ANDAMENTO
DEL COMMERCIO ESTERO NEGLI
ANNI '70, '80 E '90 di
Marcello Pili 1.
La bilancia dei pagamenti italiana. Struttura e problemi contabili
1.1.
Definizione La
bilancia dei pagamenti è un prospetto che raccoglie la contabilità
economica tra
residenti e non residenti. Partendo dalle operazioni di merci in
valore (importazioni ed esportazioni di merci) otteniamo una partita
che viene chiamata bilancia merci, o saldo mercantile.
A questo saldo vengono poi aggiunti i movimenti tra residenti
e non residenti per la remunerazione delle vendite dei servizi, per
le spese del turismo, per i redditi dei fattori e i trasferimenti
unilaterali.
Questo saldo complessivo così ottenuto si chiama saldo delle
partite correnti, a cui si aggiunge il saldo per i movimenti di
capitali privati per avere il saldo
generale della bilancia dei pagamenti, o saldo
di base.
Questo saldo ne comporta un altro simmetrico di segno e di
uguale valore chiamato saldo
dei movimenti monetari o di
contropartita.
L'insieme totale delle operazioni dà saldo nullo che è il saldo
totale della bilancia dei pagamenti. Tale saldo è nullo perché,
in un'economia di mercato, il valore delle operazioni (saldo di
base) è uguale alle regolazioni (saldo monetario) e di segno
contrario.
Nella struttura generale dei conti finanziari di un paese, il
saldo che risulta rilevante è il saldo delle partite correnti perché,
essendo partite reali contro moneta, esse alterano il saldo
finanziario generale del paese tramite la variazione del saldo
finanziario sull'estero.
Le partite finanziarie degli operatori finanziari interni
hanno saldo nullo, contenendo sia la variazione delle attività, che
delle passività corrispondenti. Il saldo finanziario con l'estero
dei settori interni (movimenti di capitale più movimenti monetari)
non altera il saldo finanziario complessivo perché sostituisce una
attività finanziaria con un'altra (per esempio, moneta contro
titoli per gli acquisti o titoli contro moneta per le vendite). 1.2.
Problemi contabili
La contabilizzazione delle operazioni avviene secondo diverse
metodologie, a seconda dell'uso a cui il prospetto di bilancia è
destinato. Nell'ambito della contabilità nazionale si procede al
calcolo della bilancia dei pagamenti <<economica>>.
Questa misura è raffrontata alla bilancia dei pagamenti valutaria
che misura gli effettivi sborsamenti di valuta in contropartita
delle operazioni <<economiche>> effettuate. Le
operazioni <<economiche>> effettuate sono quindi la
reale prestazione del servizio ai non residenti o il passaggio delle
merci alla frontiera.
Le due misure, quella economica e quella valutaria, possono
divergere nell'arco di un anno per i ritardi dei pagamenti;
maggiormente possono divergere in una contabilità mensile per la
maggiore incidenza dei ritardati pagamenti. Rimane che la bilancia
economica e la bilancia valutaria, essendo due misure di uno stesso
fenomeno, devono portare a valori confrontabili, a meno di una
partita di ritardi nei pagamenti (movimenti di capitali), per cui
non è possibile pensare a due misure indipendenti tra loro.
Il più rilevante dei residui problemi contabili è quello
relativo alla valutazione del movimento delle merci. Queste merci
vengono contabilizzate nelle rilevazioni statistiche (Istat per
l'Italia) secondo le metodologie e la nomenclatura Nace
(Nomenclatura Attività Comunità Europea) e rilevano il valore del
movimento delle merci alla frontiera ed al momento dell'effettivo
passaggio (fino al 1992, con le bollette doganali e, ora, mediante
dichiarazione delle imprese). La valutazione delle merci alla
frontiera fa riferimento a due criteri contabili detti Cif e Fob,
adatti alla valutazione di importazioni (Cif) e di esportazioni (Fob
FN): Cif essendo l'ammontare del costo delle merci più i servizi di
trasporto e assicurazioni fino alla frontiera nazionale (Cost.
Insurance, Freight) e Fob FN (cioè pagate fino a) il valore delle
merci nazionali libere a bordo (Free on Bord) <<all'imbarco>>*
nazionale (Franco Frontiera, Fob Partenza).
Questa valutazione è adatta come sistema di rilevazione
perché è facile valutare le merci secondo questi criteri, ma non
corrisponde ad una esatta misurazione del contributo del valore
delle merci rispetto a quello dei servizi. Infatti, calcolando il
valore delle merci importate Cif si compie un eccesso di valutazione
per la partita in termini di trasporti e di assicurazioni riferiti a
quelle merci ed effettuati dagli operatori nazionali, per cui, tali
servizi, a rigore, non possono essere considerati importazioni) e in
termini di altri servizi erogati da operatori stranieri per cui il
loro valore è già calcolato nel conto dei servizi (e non delle
merci) offerti dagli operatori stranieri. A fine anno, tuttavia, è
calcolata una <<tabella>> di passaggio dalla contabilità
Merci Cif - Fob a quella Fob - Fob, che misura il reale contributo
del valore delle merci alla formazione della bilancia dei pagamenti.
La diversa valutazione delle merci per le ragioni appena
esposte è alla base di una falsa divulgazione dell'informazione
secondo cui l'Italia aveva, nel periodo da noi considerato, un
cronico deficit,
parzialmente riscontrabile nel conto merci Cif - Fob, scompare con
la contabilizzazione corretta (o definitiva) Fob - Fob.
L'enfatizzazione di un saldo merci con l'estero negativo che arriva
saltuariamente ai 10.000 Mld di lire è assolutamente fuori luogo,
perché questo risultato rappresenta molto meno dell'1% del reddito
dell'Italia (1992: 1.500.000 Mld) (cfr. tavv. 1 - 3). 1.3.
Struttura
La struttura della bilancia dei pagamenti abbiamo detto è
composta da un conto merci e da un conto servizi e trasferimenti
unilaterali. A questi conti viene aggiunto il conto dei movimenti di
capitale privati (divisi in investimenti diretti, di portafoglio e
crediti) e il conto dei movimenti bancari (per le stesse voci). In
corrispondenza a questi movimenti e per lo stesso valore totale, c'è
il movimento monetario di contropartita effettuato dall'autorità
valutaria (Uic - BI in Italia), composto da variazioni delle riserve
ufficiali.
Tali riserve sono composte di oro, valute riserva, crediti a
breve e/o medio e lungo termine. Variando la disponibilità di
ciascuna di queste partite, si <<paga>> il saldo della
bilancia generale dei pagamenti.
I problemi strutturali di funzionamento (nel senso delle
relazioni strutturali tra le partite della bilancia dei pagamenti)
saranno trattati in un paragrafo successivo. 2.
Andamento del commercio estero negli anni '70, '80 e '90 2.1.
Andamento delle partite merci
Il commercio estero dell'Italia presenta nell'arco di tempo
considerato un'evoluzione interessata da vari fattori. Esso si
modifica in funzione di fatti e situazioni che si sono venuti a
creare negli anni '70 e che ancora negli anni '80 non hanno smesso
di avere conseguenze. L'andamento in crescita dei valori (graf. 1,
valori a prezzi correnti), dipende per le importazioni delle
variazioni del numerario e dei prezzi dei fattori primari (prezzo
del petrolio, livello del dollaro, oltre che dallo sviluppo del
reddito). Tali fattori hanno influenzato i valori assoluti in
maniera che si nota un trend
crescente che risulta nettamente fratturato al 1986.
Per le esportazioni si deve notare che esse seguono, con
qualche ritardo, le importazioni. Ciò è dovuto al lento operare
dell'aggiustamento. Si nota, infatti, che dopo i rincari del
petrolio le importazioni sono stabilmente superiori alle
esportazioni fino ad arrivare gradualmente ad assorbire la
differenza a fine ciclo. La differenza riprende quota anche a causa
del rincaro del dollaro. Tale effetto sviluppa un aggiustamento
ritardato che procede finchè non interviene, nel lungo periodo,
l'insostenibilità dei prezzi oligopolistici e delle quotazioni
<<non razionali>> (per il dollaro), che riportano i
valori su livelli più bassi (1986).
Successivamente al 1986 si sono evidenziate relazioni nuove
tra esportazioni ed importazioni. Ciò fa pensare a situazioni
particolari che possono però collocarsi dal lato delle importazioni
(caduta della quotazione del dollaro
e del prezzo del
pe * La consuetudine contabile e la dicitura sono quelle del commercio inglese, per le quali la <<frontiera>> è il porto di partenza britannico trolio,
con influenza sul valore delle importazioni). Qui vediamo che anche
la reazione delle esportazioni è meno forte e reagiscono i settori
del meccanico e del tessile - abbigliamento, tradizionalmente attivi
nella nostra bilancia dei pagamenti, con riduzione di quantità
subito dopo il 1986. Alcuni settori nuovi si affacciano alla
situazione deficitaria (mezzi di trasporto), altri, come la chimica,
la peggiorano. Per i mezzi di trasporto viene messa in evidenza una
carenza di offerta ed una fragile presenza dei relativi servizi
all'estero (cfr. tav. 3 e graf. 2). I dati seguono comunque un trend
di aggiustamento anche se partono da livelli di importazioni in
valore meno crescenti.
La linea delle importazioni e quella delle esportazioni
mostrano una inclinazione meno forte anche per via dell'inizio della
caduta dell'inflazione ad un livello tendente a zero (cfr. graf. 1:
a, b, c).
Con un apprezzamento implicito del cambio della lira
(svalutazione del dollaro), la nostra economia presenta un trend
delle esportazioni più moderato, ma sempre con la tendenza a
pareggiare le importazioni. Il continuo allarme che si è sviluppato
nell'informazione nei due decenni è fuori della verità dei dati ed
ha avuto perciò solo effetti destabilizzanti. Il deficit
ha sempre trovato capacità di risanamento e, tradotto dal criterio
Cif - Fob al criterio Fob - Fob (che è quello giusto per le
valutazioni), è risultato di piccola o piccolissima entità. Le
variazioni dei saldi del commercio estero successivi al 1986 non
hanno causa nel deficit
petrolifero, sebbene quest'ultimo per qualche anno sia peggiorato.
Opera un poco negativamente l'apprezzamento delle ragioni di
scambio. Ciò spiega in parte il mantenimento dei tassi di interesse
su livelli tendenzialmente alti e una certa flessibilità del
cambio, pur conservandosi in condizione di apprezzamento (cfr. tav.
11). Si incominciano ad evidenziare cadute di importazioni e di
esportazioni molto forti in agosto legate ad una generalizzazione
della riduzione dell'attività lavorativa e al migliore utilizzo
delle ferie.
E' utile a questo punto tentare un quadro di sintesi delle
operazioni del commercio con l'estero italiano per saldi e per
gruppi merceologici (cfr. tav. 3 e graf. 2). Il beneficio che si
rileva nel 1986 è stato tutto originato dal settore energetico (+
19.339 Mld contro + 19.364 in totale) e le variazioni positive per
il calo del dollaro in alcuni settori (agricoltura, ad esempio, con
la stabilità del deficit)
sono state compensate da perdite di competitività in altri settori
(chimica ad esempio). 2.2.
Implicazioni
Ciò che risulta rilevante è che l'abituale andamento delle
ragioni di scambio dell'Italia (svalutazione) è cambiato nel 1986.
I prezzi delle importazioni scendono del 17,7% tra il 1985 e il 1986
e i prezzi delle esportazioni scendono del 4,6%. Ciò, in
concomitanza con un valore della lira che è maggiore dell'8,1% nel
1986 rispetto al 1985 (cfr. tav. 11). Il valore del 1987 è
tendenzialmente stabile e porta un indice dei prezzi delle
importazioni a - 1,4% e quello delle esportazioni a + 1%. Questo
fatto ha comportato una modificazione dell'abituale situazione
dell'Italia a prezzi all'esportazione crescenti con una situazione a
prezzi all'esportazione decrescenti, sostituita poi da una
situazione a prezzi all'esportazione più stabili (almeno fino al
1992).
Quanto si rileva richiama il fatto che le esportazioni
dell'Italia sono state mosse, nell'arco di tempo 1973 - 1985, dalle
importazioni, che hanno generato la necessità del loro pagamento e
che hanno avviato il processo di aggiustamento della bilancia dei
pagamenti. Tale aggiustamento ha trovato l'economia italiana
flessibile e diretta in maniera che le direttive di correzione
dell'economia hanno potuto avere risposte coerenti con le necessità.
Da ciò si vede che una riduzione delle importazioni in valore
(petrolio) può determinare un cambiamento della posizione
internazionale dell'Italia. La posizione internazionale richiede un
equilibrio che l'Italia può avere ora ad una diverso livello di
organizzazione della bilancia (valori e quantità) e con un diverso
andamento delle ragioni di scambio. 2.3.
Struttura della bilancia dei
pagamenti (struttura di funzionamento)
La situazione generale della bilancia e dei movimenti di
capitale va vista in uno schema in cui entrano le altre partite
correnti (oltre i movimenti di capitale. Per le operazioni correnti
abbiamo questo schema in cui i dati precedenti di importazioni Cif
di merci e dei esportazioni Fob si compongono con le altre partite
dei servizi, consumi, redditi e trasferimenti unilaterali nella
bilancia corrente (cfr. tavv. 4 - 5). Si vede che il saldo merci è
meno importante nell'economia della bilancia corrente. Qui prendono
posto in maniera elevata i redditi pagati all'estero (interessi) e i
consumi dell'estero (turismo).
Se prendiamo in considerazione anche i movimenti di capitale
per il periodo 1983 - 1992 vediamo (tav. 6) che il saldo è attivo e
che vi figurano massicciamente crediti che il settore bancario
dell'estero e i privati fanno ai privati italiani. In uscita,
invece, abbiamo gli investimenti italiani per le strategie di
internazionalizzazione di cui si è parlato a lungo negli anni '80.
Il saldo generale normalmente è attivo e ciò implica che è meno
stringente (a tutto il 1992) la necessità di ampliare le
esportazioni. Un maggiore guadagno nel settore commerciale poteva
essere difficilmente assorbito da un aumento delle nostre
esportazioni di capitale o da una modifica del ruolo del turismo.
Il largo ingresso di credito dell'estero deve far pensare ai
differenziali di rendimento (a favore dell'Italia) che in un'ottica
di integrazione possono sempre meno essere portati avanti e al costo
in termini di interessi da pagare (25.000 Mld al 1992, cfr. tavv. 4
- 5) che risultano essere la vera causa della svalutazione della
lira del settembre 1992 e del peggioramento della bilancia corrente
(tavv. 4 - 5) con la partita merci (Fob - Fob) in pareggio.
Dubitiamo che il settore bancario, che è stato fautore e promotore
(tav. 7) della svalutazione con forti movimenti in uscita nel mese
di settembre 1992 (quasi unico operatore per - 25.000 Mld su un
totale di - 26.000 Mld), abbia fatto un buon affare, se si trascura
il ruolo politico di supporto e pressione della svalutazione, perché
ha un debito sull'estero in valuta di 200.000 Mld di lire che, a
causa della svalutazione, è aumentato del 25%, cioè di 50.000 Mld
circa. Crediamo che la mescolanza del ruolo politico del sistema
bancario con quello economico non giovi all'economia italiana e
questa mescolanza è possibile per l'appartenenza del sistema
bancario alle partecipazioni statali e quindi ai partiti e alle
correnti di partito. 2.4.
Analisi per paesi di
contropartita
Questa analisi consente di vedere il modo di effettuarsi
dell'aggiustamento della bilancia dei pagamenti; prendendo dalla
tav. 8 i valori dei saldi commerciali (Importazioni Cif,
Esportazioni Fob) vediamo che i saldi variano per diverse ragioni.
Per quanto riguarda i paesi Opec, vediamo che il saldo dipende dai
rincari del greggio, dalla riduzione della domanda conseguente e
dalla spesa attivata nel nostro Paese dai maggiori redditi dei paesi
Opec. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il saldo varia in minore
misura per le variazioni del prezzo petrolifero e, di più, per le
quotazioni del dollaro. Per quanto riguarda la voce <<altri
paesi>>, il saldo dipende dalla variazione del prezzo del
petrolio e del prezzo del dollaro e da un fattore che specificheremo
a proposito degli <<altri paesi d'Europa>>. Per quanto
riguarda l'Europa Orientale, si vede che l'andamento del saldo
risulta legato al ciclo petrolifero, anche se non in maniera
totalmente sincronica.
Andamento molto interessante mostrano i Paesi Cee, dove i
saldi sono influenzati dal prezzo del petrolio e dal cambio del
dollaro, pur non essendoci produttori di petrolio (fatta eccezione
per l'Inghilterra), ne importanti quantità scambiate e quotate in
dollari. Ciò mostra un'apparente contraddizione che può essere
analizzata con attenzione. I paesi della Comunità Europea (meno la
Gran Bretagna) mostrano un'apparenza del ciclo petrolifero che mette
in evidenza una perdita di competitività delle nostre merci nel
periodo dei rincari petroliferi ed un graduale aggiustamento nel
periodo successivo. Tale fatto può essere spiegato con l'operare
del cambio per l'aggiustamento e il rincaro delle merci conseguente
alle importazioni. Questa spiegazione può valere per i primi due
cicli petroliferi (1973 - 1974 e 1976), ma non per il terzo (1980).
In quest'ultimo caso la variazione del cambio non opera se non
leggermente e l'andamento dei saldi è identico e quello dei cicli
precedenti (1973 - 1974 e 1976). Ciò indica che fenomeni più
complessi operano nel caso del commercio con i paesi Cee.
In questa sede si indica come spiegazione la perdita di
competitività che si ottiene per il rincaro di una merce base
(petrolio, dollari) in termini di competitività relativa. I paesi a
competitività più forte guadagnato sui paesi intermedi e questi
guadagnano sui paesi meno competitivi. Tale fatto che funziona bene
nei confronti dei paesi europei più competitivi e di quelli meno
competitivi è confermato dall'andamento dei saldi degli
<<altri paesi d'Europa>>. Così si mette in evidenza che
i saldi mercantili ricevono degli impulsi differenziati a seconda
che abbiano contropartita con paesi più o meno forti e ciò diventa
rilevante per la determinazione della politica del cambio. Per
quanto riguarda le esportazioni si vede che esse partendo da un
livello precedente di aggiustamento si muovono dopo l'impulso
indotto dall'aumento delle importazioni. Tale sembra essere la buona
reazione che l'economia italiana evidenzia nei confronti della
posizione con l'estero. L'elasticità di reazione si basa sulla
disponibilità di combinazioni produttive sub - ottimali che vengono
chiamate a supportare il maggiore risparmio necessario per le
esportazioni e di combinazioni della nuova frontiera della tecnica
indotta quest'ultima dal nuovo tasso di interesse. Questa elasticità
mostra di essere rilevante; essa, in un arco di tempo non lungo,
produce un aggiustamento della bilancia commerciale a saldo zero.
Recentemente detto saldo di riferimento si è modificato in funzione
del valore della spesa netta dei non residenti, del livello del
movimento di capitali netto dei non residenti che sono sensibilmente
variati e delle uscite per interessi. 2.5.
La spiegazione
La
spiegazione della evoluzione della bilancia commerciale è stata
largamente data. Qui si fa cenno a considerazioni sintetiche di
evoluzione nell'intero periodo considerato. Primo, si nota il
problema che la bilancia commerciale da partita principale della
bilancia di base (bilancia corrente più movimenti di capitali)
diventa una componente ancora importante, ma non la sola
responsabile dell'andamento complessivo e perciò della politica del
cambio e del tasso di interesse. Si vede lo sviluppo della partita
in uscita del pagamento degli interessi (25.000 Mld al 1992 e si
aspetta ancora più elevata al 1993) e il flusso netto in entrata,
privato e bancario, di capitali, dovuto al livello elevato del tasso
di interesse in Italia, che si configura solo come difesa di redditi
di settore, certamente protetti, e non come sana gestione di uno
strumento di politica economica.
Nell'ambito della bilancia mercantile si vede (cfr. tav. 10)
in Italia una crescita delle esportazioni, già analizzata in valore
assoluto, anche in rapporto al reddito interno, almeno finchè si
segue lo stesso criterio di valutazione (a meno di rivalutazioni
insomma). Si vede infatti che a parità di criterio di valutazione
del reddito e perciò per il periodo 1970 - 1986 le esportazioni in
rapporto al reddito passano dal 12,9% al 21,7%, registrando
coerentemente al reddito le modificazioni già analizzate rispetto
agli altri fattori. La parte relativa alla nuova serie del reddito
(a reddito rivalutato quindi) mostra un rallentamento dello sviluppo
delle esportazioni già indicato a partire dal 1986 e l'effetto
perverso della rivalutazione del reddito sul rapporto tra il valore
delle esportazioni ed il reddito stesso così calcolato che mette in
evidenza una <<caduta>> della quota delle esportazioni
sul reddito che è dovuta solo alla fantasiosa, se non altro,
rivalutazione del reddito, le cui argomentazioni tecniche non sono e
non sono mai state mai convincenti. L'aumento del ruolo dell'Italia
nel commercio italiano su quello mondiale rilevabile dalle
statistiche internazionali (tav. 9), tavola che non è disponibile
aggiornata perché la Banca d'Italia che l'ha pubblicata non l'ha
aggiornata.
Sembra quindi che la distorsione (caduta del rapporto
Esportazioni/Pil) con la nuova serie di redditi sia priva di senso e
faccia pensare ad un altro rapporto, quello della pressione
tributaria, che dalla <<modifica contabile>> sembra
avere tratto la spinta per i più recenti inasprimenti fiscali,
mediante l'abbassamento contabile della pressione tributaria di
partenza.
In conclusione, si può dire che molti aspetti dell'economia
italiana che qui sono trattati (e riferiti soprattutto alla bilancia
dei pagamenti) non sono divulgati e conosciuti correttamente. Ciò
fa pensare che anche gli altri aspetti, divulgati in maniera non
disinteressata tramite l'informazione, mirata più che altro al
supporto della <<politica>>, richiedano una
chiarificazione che solo l'analisi professionalmente qualificata può
assicurare. 3.
Interpretazioni ed errori sulla valutazione del commercio estero in
Italia: le discussioni
Si discute sul saldo del commercio estero; su di esso c'è
stato un continuo lamento. Tale lamento è stato fatto forse a fin
di bene, ma si sono trascurati alcuni valori, quali la
corrispondenza ai fatti e la buona interpretazione dei dati. Il
primo problema è quello relativo alla classificazione delle
importazioni Cif e delle esportazioni Fob.
Come si è visto, vi è stata una sopravvalutazione delle
importazioni, con la conseguente impressione di un saldo sempre
negativo. L'informazione
economica ha dato, negli anni '70 e '80, una interpretazione
negativa dell'andamento del commercio estero che non è suffragata
dai fatti e che si basa su una cattiva e intenzionale lettura dei
dati. Esistono pubblicate anche le tavole di raccordo Cif - Fob e
Fob - Fob, che noi abbiamo presentato nella tavv. 1 - 2, per cui
solo chi ha voluto malinterpretare ha male interpretato.. Il fatto
è che <<a forza>> di deficit
l'Italia ha raggiunto uno dei massimi livelli nella detenzione di
riserve valutarie.
La situazione al settembre 1992 era completamente regolare
dal punto di vista del commercio e della competitività e la
svalutazione italiana va vista come un primo passo per neutralizzare
l'unificazione monetaria in Europa nell'ambito del riassetto delle
potenze politiche mondiali. Non nasce quindi dal commercio
l'esigenza della svalutazione italiana. Sembra che questa carenza di
legittimazione della svalutazione sbocchi nell'esaltazione degli
effetti di stimolo alle esportazioni per il 1993 che viene dai dati
Istat sul commercio e non ancora suffragati da entrate valutarie
corrispondenti ai dati Uic.
L'elasticità delle esportazioni al cambio, che come è
risaputo è ben funzionante in Italia, non è la spiegazione della
opportunità di una svalutazione che comporta una riallocazione del
commercio mondiale. La reazione feroce in Europa al rischio di
perdita di quote di commercio (reazione feroce che ha comportato
politiche restrittive della domanda in molti paesi europei) è
all'origine di quella depressione generalizzata di domanda interna
in Europa che uno sviluppo delle esportazioni non è sufficiente a
compensare e che è all'origine della forte disoccupazione che si ha
ora in Italia e in Europa. Un <<settembre nero>> è
quindi un incubatore di un <<autunno caldo>> nell'anno
successivo (1993), in una sequenza di fatti già visti continuamente
verificarsi in questi ultimi 20 anni e che non hanno altra
giustificazione se non la destabilizzazione dell'economia italiana.
A questa destabilizzazione l'economia italiana e i cittadini
italiani hanno risposto con nuovo lavoro e con un aumento delle
capacità professionali. Questa reazione positiva dell'economia e
dei cittadini alla cattiva gestione della politica economica e della
politica ha portato a vantarsi del risultato positivo gli autori
della cattiva politica economica e della destabilizzazione politica.
La caduta della natalità e la stabilità degli occupati dal 1960
implicano che l'economia italiana ha gravi problemi che sono stati
finora affrontati dai cittadini con un incremento del reddito pro -
capite. Resta da vedere se l'aumento del reddito pro - capite e la
relativa spoliazione operata tramite la finanza pubblica sono
destinati a proseguire. Oltre alla spoliazione economica c'è la
spoliazione della qualità della vita che è andata anch'essa
peggiorando.
Altre interpretazioni errate e subdole dell'andamento del
commercio estero hanno visto l'associazione del peggioramento del
saldo della bilancia commerciale con l'aumento dei consumi interni e
quindi con una presunta <<ingordigia>> dei consumatori
italiani che sarebbero così <<consumisti>>,
antinazionali, <<egoisti>>, ecc. Nessuna validità hanno
ovviamente queste osservazioni che sono state avanzate nella seconda
metà degli anni '80 e che possono essere viste come una
preparazione <<ideologica>> all'aumento della forte
pressione fiscale che è poi sopravvenuta (la correlazione tra i
saggi di variazione delle importazioni in quantità e i consumi a
prezzi costanti dell'ordine di un R² uguale a circa 0,2 o 0,3).
In breve, non sembrano risultare valide le tesi che hanno
portato il commercio estero a dipendere dal livello dei consumi. In
un'analisi di più lungo periodo la relazione risulta completamente
infondata e i fattori di influenza maggiori sono altri. Un aumento
delle importazioni elevato può venire associato ai consumi in
maniera superficiale, dimenticando gli altri fattori che influenzano
le importazioni. Tra questi va messo in evidenza il fattore prezzi,
per cui un bene che costa meno viene comprato di più. Tale fattore
si ravvisa, per esempio, per l'aumento della domanda di petrolio che
consegue al suo ribasso del 1986 e che può spiegare in parte il
successivo rialzo del prezzo. La riduzione del valore del dollaro fa
aumentare la quantità comprata verso gli Usa e gli <<altri
paesi>>. La variazione del cambio nel 1987 spiega un aumento
delle importazioni (cfr. tav. 11); a tal fine, una comparazione
della relazione tra consumi e importazioni fatta per i vari gruppi
di paesi mette in evidenza che lo sviluppo delle importazioni nel
1987, come risulta dalla tav. 13, è generalizzato nei paesi
sviluppati, i quali guadagnano in termini di ragioni di scambio.
Nessuna relazione di breve periodo, quindi, esiste tra
consumi e importazioni in Italia, anche perché la propensione è più
alta per i beni d'investimento e i paesi industriali hanno tutti un
elevato sviluppo del reddito. Si può concludere, pertanto,
affermando che quello che è successo è che è aumentata la domanda
di beni meno cari e si è persa la competitività per i prodotti più
ricchi (investimenti). 4.
La generalizzazione del libero mercato. Passi indietro con le crisi
monetarie attuali 4.1.
La generalizzazione del
libero mercato
Verso la fine degli anni '80 la generalizzazione del libero
mercato ha avuto forti sostegni sia nell'amministrazione americana
per la ricontrattazione degli accordi Gatt che nella Comunità
europea con il completamento della liberalizzazione del movimento
delle merci, servizi, persone e capitali (1992) e l'avvio
dell'unificazione monetaria dopo che le procedure del Piano Werner,
predisposto negli anni '70, erano state via via lasciate cadere. Il
periodo di relativa stabilità dei cambi, che ha avuto anche
l'Italia dal 1986 al 1992, stava portando ad una definizione più
stretta della divisione del lavoro e della produzione in Europa. Ciò
è evidenziato nelle nostre tavole (tav. 3) col fatto che i settori
della chimica e dei mezzi di trasporto, in cui si vede una perdita
di competitività, anche se è compensata da un minore peso del
settore petrolifero. Questa tendenza è andata avanti fino al 1992
con una bilancia di tutti i settori mercantili in pareggio e con la
possibilità di migliorare la posizione del saldo del settore dei
mezzi di trasporto, giacchè il saldo del settore della chimica ha
avuto problemi più di fondo che hanno osteggiato una correzione. 4.2.
Passi indietro con le crisi
monetarie attuali
Sebbene la bilancia mercantile fosse equilibrata con i
settori attivi che compensavano quelli passivi, via via negli anni
'80 incomincia ad affiorare una partita rilevante passiva nelle
<<partite invisibili>>, cioè gli interessi. Tale
partita, dovuta al perdurare di un alto tasso interesse dopo
l'inversione di tendenza della bilancia mercantile del 1986, ha
generato via via una pesante partita passiva in uscita per il
pagamento degli interessi sui capitali esteri che erano stati
attratti in Italia dall'alto tasso di interesse praticato. Tale
partita è passata dai 9.000 Mld del 1986 ai 25.000 Mld del 1992 (tavv.
4 - 5). L'esigenza di pareggiare i conti, ormai con una bilancia
corrente fortemente passiva, ha determinato la necessità di muovere
verso l'ipotesi di una svalutazione competitiva che, oltre a
conservare i vantaggi a chi approfittava dell'alto tasso di
interesse interno (le banche), isolasse il mercato del credito
interno rispetto alla concorrenza delle banche estere tramite il
rischio di cambio, desse l'occasione di una destabilizzazione
economica sempre <<utilizzabile>> politicamente e
finanziasse un esborso per interessi assai elevato con un
miglioramento del saldo mercantile di rilevante entità. Questo è
ciò che è successo nel settembre del 1992 in cui le banche si sono
trovate ad essere esportatrici di capitali per 25.000 Mld, inducendo
una riduzione delle riserve ufficiali di pari ammontare, che ha
evitato una forte preoccupazione per la stabilità del cambio e che,
nel contempo, ha determinato l'abbattimento della resistenza
dell'autorità monetaria e l'inizio di un processo di distruzione
della stabilità monetaria in Europa che era stata suggellata dagli
accordi monetari di Maastricht.
La propaganda di un grande vantaggio competitivo che dovrebbe
derivare da una svalutazione del cambio di circa il 25% sembra voler
nascondere i danni arrecati al processo di convergenza delle
economie europee e delle loro monete con una excusatio
non petita. Il perdurare fino a poco tempo fa di alti tassi di
interesse in Italia ha generato altri problemi anche nel bilancio
pubblico, al cui interno l'esborso per interessi sul debito pubblico
ha superato il livello del deficit.
La politica di risanamento pubblico fatta con maggiori entrate
interne, se trae vantaggi dalla spinta alle esportazioni, finisce
però col subire lo svantaggio connesso alla caduta della domanda
interna che si rivolge con azioni successive a spirale verso gli
altri paesi della Cee, per via di un processo di crisi economica che
da più di venti anni non si riesce a superare definitivamente.
Questa nuova situazione è composta da migliori esportazioni,
maggiori fallimenti e minore occupazione, aumento del costo delle
restituzioni del capitale che le banche hanno preso in prestito
all'estero (per circa + 50.000 Mld) e che corrisponde a circa
200.000 Mld di prima della svalutazione. Ciò comporterà un aumento
della spesa per interessi sull'estero delle banche, perché è
riferita a un capitale che vale ora in valuta estera il 25% in più
del valore originario. Al 1992, l'ammontare di interessi pagati
sull'estero dalle banche è circa la metà degli esborsi complessivi
di tutti gli operatori (13.000 Mld su 25.000 Mld). Ciò implica che
al 1993, dovremmo avere un <<salasso>> maggiore per le
banche, che stanno già riducendo i debiti sull'estero con un flusso
inverso a quello normale in quest'ultimo decennio e cioè con uscite
di capitali. Intanto i privati fanno rientrare la loro disponibilità
sull'estero, aumentando la liquidità interna e riducendo la domanda
di credito in proporzione. Tutto ciò, insieme alla riduzione dei
tassi di interesse interni in Italia (che avviene in concomitanza al
perdurare di <<petulanti>> e <<insulsi>>
argomenti delle banche verso gli alti tassi) mostra che forse stiamo
uscendo da quell'anomalia italiana in cui le banche avevano motivo
di mietere profitti in una situazione di difficoltà dell'economia
nazionale conservatasi per più di un ventennio. Le banche sono
state gli unici pezzi del sistema economico che hanno brillato per
gli alti livelli dei profitti; ora, però, dopo la crisi della
Ferruzzi - Montedison e dopo il consolidarsi di tante posizioni
deboli che hanno investito le piccole e medie imprese, è probabile
che esse debbano convergere verso una condizione di normalità,
ovvero verso una condizione di normali aziende che lavorano a prezzi
di concorrenza tendenzialmente bassi. |