QUEI
MAESTRI DELLA TEORIA ECONOMICA
CHE
PARLANO LINGUE DIVERSE ALL'UNIVERSITA' E IN PIAZZA
Marcello
Pili
(L'Opinione
02.10.1994)
In questi giorni si è discussa la formazione della legge finanziaria
che dà il quadro totale delle entrate, delle uscite, dell'indebitamento dello
Stato. Tale legge è di rilevante interesse ed è giusto che sia così sentita
e discussa. Non invece sono così chiari gli argomenti in discussione e le
posizioni contrastanti comunemente adottate.
Esiste una discrepanza solenne tra ciò che si dice come buon senso che
il deficit è male e ciò che si insegna all'Università.
Spaventa Luigi, ex ministro finanziario successore di Pomicino, insegna
all'Università, come tutti gli economisti, che il deficit pubblico è un
toccasana per raggiungere la "piena occupazione" e che questa teoria
è conosciuta come teoria keynesiana del reddito.
Tutti gli studenti che devono fare o hanno fatto l'esame di economia
sanno bene queste cose.
Occorre allora superare la schizofrenia, la scissione dell'anima,
secondo cui è male pubblicamente ciò che in "privato", nelle aule
universitarie, è lecito e auspicabil?e.
In effetti l'allegra procedura di espansione della spesa pubblica in
Italia ottenuta tramite la continua crescita del deficit procede negli anni
'70 e '80 dopo un martellamento durato venti anni nelle Università e nella
politica, anni '60 e '70, secondo cui il ruolo del "deficit spending"
era positivo ed un cattivo comportamento (deficit) moralmente negativo era
benefico se era un comportamento collettivo del governo.
Così un vizio, se applicato ai privati, era diventato virtù se
applicato allo Stato. Durante questo martellamento veniva indicata con schifo
la "Treasure view", cioè il punto di vista del Tesoro britannico e
americano del bilancio in pareggio che era il frutto della teoria liberale
della neutralità dello Stato in economia (pareggio tra entrate e uscite -
neutralità dello Stato in economia).
Così abbiamo che quelli che dicevano che il deficit aveva effetti
positivi, ora, con molta disinvoltura, predicano pubblicamente la severità di
ricoprire con entrate la spesa pubblica che continuano a non voler
controllare, ma ovviamente continuano a insegnare all'Università che il
deficit serve a dare "il reddito di pieno impiego" ed altri blà, blà.
Di fronte al controllo della spesa dicono sempre di no, argomentando con la
socialità che però si è creata specificamente e artatamente pensionando e
prepensionando tutti e con assunzioni pubbliche a ruota libera, e continuando
a chiedere che si faccia.
Questa "socialità" viene reclamata per espandere la spesa
pubblica e il ruolo dello Stato - partiti come intermediario della
distribuzione del reddito, senza mai vedere o indicare la spaventosa cifra
della spesa degli interessi che è dell'ordine di 180mila miliardi e di cui
non si parla perché fa parte della casamatta amica dello Stato - partiti.
"Non resta quindi che agire sul prelievo", essi concludono,
ed il governo Berlusconi è stato forzato, senza cedere, in quella direzione,
giacchè il vecchio sistema, in questo modo, effettuava il controllo dei
Kulaki, cioè dei lavoratori dipendenti (per il loro poco di benessere) ed
indipendenti italiani, che, secondo la teoria sovietica, sono i nemici dello
Stato - partito.
Il deficit pubblico in Italia è nella realtà determinato secondo uno
schema keynesiano dove questo deficit è "necessario" per coprire la
minore spesa privata degli investimenti, dovuta agli alti tassi di interesse.
Sono quindi i tassi elevati ad essere la causa del "deficit
necessario", che viene dato dal modello econometrico della banca
d'Italia, come base, come dadi per la partita politica. C'è poi chi trucca i
dadi, chi dice di aver fatto tredici e quattordici punti, e perciò il
dibattito è infinito e inconcludente.
La continuità dei deficit di almeno quindici anni indica questo
sostanziale sq?uilibrio dovuto agli alti di interesse che fino al 1985 - 86
avevano qualche ragione, (ma non a quei livelli assoluti!!!) perché la scarsa
domanda agevolava l'aggiustamento della bilancia commerciale, che aveva lievi
deficit dovuti ai rincari petroliferi e al rincaro del dollaro fino al 1986.
Dopo il 1986 questa situazione "ereditata" è stata poi
mantenuta per fare la sovietizzazione, tramite l'operatore pubblico
nell'economia, dal lato della spesa, e la confisca dei Kulaki col fisco che
"non riusciva" e non voleva mai bastare ad una spesa sempre più
diretta a sperperi e sprechi, dato il livello crescente dei redditi prodotti e
da tagliare ai Kulaki.
Questa economia - teoria della povertà, che abbiamo ereditato dai
partiti - Stato e dalla passata gestione politica, è la causa della difficoltà
dell'attuale governo con l'opposizione. Questo è il punto rilevante che
dobbiamo superare anche nella cultura e nell'informazione.
*Università
di Roma
"La
Sapienza"
VITTORIA,
SCONFITTA E RECUPERO DI FORZA ITALIA
Marcello
Pili
(L'Opinione
09.07.98)
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