1) Premessa
Il settore industriale viene trattato in tre importanti conti della contabilità nazionale a livello aggregato che sono il conto della produzione, il conto delle risorse e degli impieghi e il conto del valore aggiunto.
Seguono poi nello specifico i conti e le articolazioni del conto del settore industriale.
Trattando dapprima il conto della produzione a livello aggregato vediamo che esso si riconduce alla relazione
Xi + YVA = XP + YP = Pr. Tot
Pr. Tot = Prodotto totale, comprendente i consumi intermedi.
X = Valore dei prodotti intermedi (impiegati e prodotti).
Y = Produzione di beni finali (escluso il consumo dei prodotti intermedi) sia come valore aggiunto, che come valore dei beni e servizi finali).
Da questo conto si ricava che esiste corrispondenza in valore tra il valore aggiunto, come somma del valore dei contributi produttivi del lavoro e del capitale, e il valore della produzione di beni finali. Sarà così possibile trattare il valore della produzione di beni finali sia nell’aspetto del valore aggiunto sia nell’aspetto delle merci e servizi in cui si materializza questo valore aggiunto.
Abbiamo poi il secondo conto detto delle risorse e degli impieghi. Tale conto si ricava dalla seguente relazione – identità che riguarda i soli beni e servizi finali
Y + M = C + I + E
Y = Valore aggiunto, o prodotto interno lordo.
M = Valore delle importazioni di beni e servizi
C = Consumi finali interni (valore)
I = Investimenti fissi + scorte (valore)
E = Valore delle esportazioni di beni e servizi
(Allegati i conti della produzione e delle risorse e degli impieghi).
Il primo conto mette in evidenza il movimento complessivo di beni e servizi dell’economia, il secondo mette in evidenza la produzione di soli beni e servizi finali nei due aspetti di provenienza e destinazione.
Infatti questo ultimo conto può essere visto, come il primo d’altronde, come equazione di bilancio di offerta e di domanda nel seguente modo.
Y + M = C + I + E
Y + M = Offerta
C + I + E = Domanda
Dove Y, C, I sono rispettivamente l’offerta e la domanda interna e M e E sono rispettivamente l’offerta e la domanda esterna.
Ciò consente di legare la produzione nazionale con gli apporti di produzione dell’estero che in una condizione di mercato aperto sono rilevanti.
Il terzo conto o conto del valore aggiunto dà la distribuzione del valore aggiunto totale nei tre settori aggregati fondamentali
VATOT = VAA + VA1 + VAS
da cui poi si può partire per analizzare la distribuzione del valore aggiunto (o produzione) industriale secondo le categorie contabili SEC (Sistème europeenne de Contabilité) che sono ben studiate e utili per uno studio funzionale dell’economia industriale.
Si noti qui la ripartizione del settore industriale secondo le seguenti identità o classificazioni.
Industria = Industria in senso stretto + costruzioni.
Industria ss. = Industria della trasformazione industriale + Prodotti energetici
Ind. trasf. ind. = Industria manifatturiera + Ind. estrattive.
Le industrie manifatturiere poi si classificano nelle varie componenti
n
IMA = S S = 1 IMAS S= Settori o Branche
(vedi tavola allegata)
2
bis
13
– TAVOLE INPUT-OUTPUT ANNI 1970-1975
Tav.
97 Tavola intersettoriale dell’economia italiana a 6 branche produttive, a
prezzi ex-fabrica – Anno 1970
2
ter
Segue
Tav. 97 – Tavola intersettoriale dell’economia italiana a 6 branche
produttive, a prezzi ex-fabrica, al lordo dell’IVA (a) – Anno 1975
2
quater
Conto
economico delle risorse e degli impieghi
2)
Particolarità economiche del settore industriale
Il settore industriale non è particolare rispetto alle categorie economiche generali, tanto che l’economia viene trattata in genere in riguardo a tutti i settori, essendo comuni a tutti i settori i concetti di prezzi, di costi, di fine del profitto dell’impresa, che quindi può essere impresa agricola o di servizi, come impresa industriale. E’ altresì identico il modo di formarsi del valore dei beni e servizi prodotti per il mercato, perché tutti avranno un valore che corrisponde ai due input fondamentali del valore, servizi del lavoro e servizi del capitale, misurati non in astratto ma in base alle condizioni che rendono questi input e il loro valore accettati (cioè inferiori o uguali al prezzo del bene) dal controllo del mercato più o meno di concorrenza.
Evidentemente la discrepanza costi < prezzi può avvenire anche in condizioni di concorrenza e nel breve periodo, quindi è una condizione normale di funzionamento nel senso che è riscontrabile in pratica di continuo laddove l’efficienza e la tecnologia siano in continua evoluzione e superamento come è nella realtà pratica.
L’economia industriale non va intesa come particolare luogo di una qualche “economia produttiva” rispetto a qualche altra “economia non produttiva”. La distinzione tra “produttivo” e “non produttivo” non è una categoria economica e qui non ha nessun senso visto che la produzione globale si fa sommando il valore della produzione dell’agricoltura, dell’industria e dei servizi.
Alcune categorie di “produttivo” e di “improduttivo” affiorano nei primi studi di economia più legati all’esperienza locale (Inghilterra: A. Smith).
La particolarità dell’industria non risulta rispetto alle categorie di base citate (prezzi e costi) dell’economia ma a livello di approfondimento dell’analisi che superi gli studi dei primi due anni di economia.
La particolarità più evidente è che questo settore acquista una specificità rispetto agli altri settori, agricoltura e servizi, perché si svincola dal vincolo territoriale.
La produzione industriale, e più ancora la produzione manifatturiera può essere il luogo di una tale efficienza produttiva che può sopportare un livello di costo di trasferimento del prodotto al mercato, facendo sì che la produzione manifatturiera si svincoli dal territorio, e così non riferendosi più solamente al mercato locale.
3 bis
Valore
aggiunto ai prezzi di mercato per ramo e branca e prodotto interno lordo
Due sembrano essere quindi le cause fondamentali della “relativa indipendenza” dell’industria dal mercato locale: la sua capacità tecnologica o di bassi costi, e il costo del trasporto.
Il discorso sul costo di trasporto risulta in qualche modo parametrico rispetto alla distanza fisica del mercato per cui le localizzazioni si fanno “indipendenti” dal mercato locale ma non indipendenti dal conglomerato fondamentale di un mercato molto più ampio (Europa CEE per esempio).
Altre particolarità sono quelle per cui l’industria si rende indipendente dalla localizzazione dei vecchi siti abitativi (che erano più legati all’agricoltura o ai servizi, quali porti etc.).
Sviluppando altri centri che hanno carattere di maggiore vicinanza (baricentralità) ai macro – mercati (CEE ad es.), disponendo o creando bacini di forza lavoro elevati che finchè non ci sono disfunzioni gravi nei servizi urbani (che ora invece ci sono come per esempio l’impennata del costo dei servizi urbani a causa della legge dell’equo canone che altera e impedisce la formazione del mercato degli affitti che impediscono o bloccano lo sviluppo.
La possibilità quindi di riallocarsi e di rilocalizzarsi rende l’industria diversa dai settori altri quali l’agricoltura e i servizi.
Questi altri due settori, agricoltura e servizi, non sono però immobili ma semplicemente il loro vincolo territoriale farà sì che la sensibilità alle condizioni di mercato si estrinsechi non spostando l’azienda agricola o di servizi locali (che pure si può spostare) ma sviluppando le aziende agricole o di servizi meglio localizzate e/o abbandonando quelle peggio localizzate.
Questo è ciò che avviene nell’ambito CEE data la presenza di un mercato enorme:
1) Lo spostamento delle attività industriali nei siti “più economici” e
2) Lo sviluppo delle aziende agricole e dei servizi meglio localizzate (Per i servizi si può far riferimento alla City di Londra rispetto alle Borse continentali).
L’altra caratteristica dell’industria e che tratta merci fisiche, che lungi dal dargli una particolarità in termini di particolarità del valore gli dà particolarità in termini di particolarità delle lavorazioni.
Il lavoro industriale infatti è particolare perché comporta trasformazione fisica dei beni, quindi luoghi adatti, fabbriche, lavoratori specifici, operai, e molti problemi tecnici che hanno a che fare con le caratteristiche di fisicità dei beni, come evoluzione del lavoro normale agricolo e artigianale e della fisicità stessa delle produzioni agricole e artigianali, fisicità che in agricoltura era più limitata dalle varietà naturali che potevano essere scelte, ma meno trasformate di quanto ora non si possa fare con l’intervento di settori scientifici di elevato livello nell’industria.
L’industria si presenta come un settore di produzione che risponde alle leggi dell’economia in genere e che viene e verrà studiata per le particolarità che si sviluppano pur nell’appartenenza in genere all’economia e nel rispetto quindi delle leggi di base e fondamentali.
3)
Origini storiche e profilo di sviluppo del settore
industriale
Se l’ipotesi che l’attività industriale sia una attività recente è quella più facilmente riscontrabile, data la comune informazione, ciò nondimeno questa ipotesi è la più errata.
L’attività industriale è vecchia come l’uomo non solo in senso generico ma fino al punto che addirittura si definisce umano un essere in grado di trasformare per il proprio uso e utilità strumenti grezzi come pietre, bastoni, ossa etc. etc. e poi ogni altra cosa.
Tutti sanno che la prima attività umana riscontrabile è quella della scheggiatura della pietra, nello specifico ossidiana o selce, al fine di produrre arnesi quali punte di frecce, raschiatoi, lame, pugnali etc, etc. (paleolitico). Poi la lavorazione si fa più articolata con la lavorazione vera e propria della pietra e degli altri arnesi, associata all’origine dell’agricoltura (neolitico).
Così si vede che l’attività industriale precede quella dell’agricoltura e le successive fasi storiche delle età dei metalli (età del rame, bronzo, ferro in cui stiamo tuttora) erano inquadrate a seconda ancora di una tipologia di lavorazione industriale, dei metalli infatti.
L’importanza dell’attività industriale in epoche storiche che si definiscono antiche, come quella dell’impero romano, è stata sicuramente sottovalutata.
L’attività industriale estrattiva dei metalli, dei materiali da costruzione, la produzione di navi e degli arredi di case e navi, il settore delle costruzioni di abitazioni, strade, ponti e porti, carri (cars (?)) o tractas (trucks (?)), legno, ceramiche, vestiario e calzature (lino, lana, pelli, cuoi), conserve alimentari, sono sufficienti per indicare una intensa attività industriale che era sicuramente maggiore di quella che si poteva riscontrare nel Mezzogiorno d’Italia nel 1950.
Così sembra proprio senza fondamento l’idea che l’attività industriale è caratteristica del tempo recente, come viene comunemente e ripetutamente proposto.
L’attività industriale ha avuto uno sviluppo notevole in Europa negli ultimi secoli, sempre facendo riferimento al Medio Evo, che è un periodo di regressione economica di molto inferiore al periodo dell’impero romano.
Tale “nuovo” sviluppo industriale, localizzato più che altro in Inghilterra è il duale dello sviluppo che si è avuto in Italia precedentemente, che ha dato luogo al Rinascimento, e che ha avuto origine dalla ripresa dei traffici nel Mediterraneo e da una espansione dell’attività artigianale dei tessuti (Prato, Firenze, Como) insieme al recupero dei valori classici della competizione e del commercio (questo erano Atene, Cartagine, e poi Roma).
Per l’Inghilterra, la disponibilità di carbone e ferro ha indirizzato l’attività sulla trasformazione dei metalli per uso bellico e per uso civile (stoviglie, arnesi, armi). La maggiore domanda di prodotti inglesi dovuta all’aumento della spesa delle corti e dei paesi europei a causa delle ricchezze (oro) provenienti dall’America ha costituito un ottimo stimolo allo sviluppo industriale in Inghilterra con il tentativo di ideologizzare (dando valore superiore alla attività di trasformazione industriale) la capacità di benessere dell’industria (A. Smith). Si ricordi che A. Smith era professore di filosofia e morale, mentre l’economia è una teoria del benessere nella legalità e i discorsi morali (lavoro produttivo, lavoro improduttivo) possono essere semplicemente residui di altre discipline.
Una forte attività industriale prese a svilupparsi in Inghilterra, per
la disponibilità di risorse (carbone e ferro), per lo sviluppo della domanda
dovuta all’arrivo di enormi ricchezze dall’America, e il distacco dalla
religione cattolica avversa al commercio ed al benessere. Ciò insieme ad
una buona filosofia dello Stato (Hobbes e Locke) e del diritto privato che
avevano recuperato i valori classici della competitività e del commercio.
Tale base è quindi quella che correttamente dovremo chiamare base della “rivoluzione” industriale, nel senso non di primo sviluppo intenso dell’industria, ma di intenso sviluppo di un settore da sempre presente ed esistito.
3a)
L’origine della scienza economica
L’origine della scienza economica è fatta risalire erroneamente al periodo del 1600-1700 come è stato fatto per l’origine dell’attività industriale.
Tale errore deriva dal fatto che una trattazione sistematica del fatto o fenomeno non era avvenuta prima. Non che le cose e i modi di funzionare dell’economia non si conoscessero; essi si conoscevano ed erano ben operanti nell’economia dei commerci dei Fenici come in quella di Atene.
Dice Demostene che al Pireo (porto di Atene) le banche non erano molte (sic!!!), cioè vi erano comunemente!.
In Roma abbiamo tutto quanto rappresenta una economia sviluppata.
Perché allora non c’è un trattato di economia?
La ragione è che in un periodo in cui la guerra e la produzione erano due modi di produrre ricchezza, l’importanza della guerra, dell’assetto dello Stato, della coesione civica, della democrazia era più importante del cavillare sulle leggi dell’economia, che erano largamente conosciute e praticate.
Ad esempio si può portare il confronto tra il gioco della scopa e del rubamazzo. Nel primo è rilevante la destrezza del giocatore e le regole per fare o per non far fare all’avversario dei punti, nel secondo la casualità e quindi il divertimento o il disastro assorbono l’attenzione del giocatore che non si può impegnare troppo nel gioco al fine di accaparrare carte perché le può perdere con molta facilità.
Se sostituiamo il ruolo della guerra a quello del rubamazzo vediamo perché anticamente nella letteratura storica ed epica, con Erodoto, Senofonte, Polibio, Plutarco, Omero etc. etc. si dia molto peso agli eventi della storia, della guerra, della forma dello Stato, della democrazia.
Non era quindi che le leggi dell’economia non erano conosciute e praticate, ma invece c’era che altre questioni erano più importanti, e si arriva ad un trattato dell’economia sistematico solo con A. Smith, solo perché a quel punto si cercò di costituire una base di benessere in Gran Bretagna con il vincolo della vita di pace onde riproporre il modello di vita di benessere classico senza il negativo della guerra, che la chiesa cristiana aveva censurato.
La censura della guerra senza offrire una alternativa aveva portato non si sa se alla fine delle guerre (che ci furono sicuramente e pure le invasioni barbariche), ma sicuramente alla fine dell’impero romano e del benessere che era associato a questo impero per tutti i popoli partecipanti, per la perdita della difesa.
(Ad esempio di questo vediamo che esistono resti di città, teatri, strade, ponti ed in genere segni di civiltà e di benessere dove oggi – Africa, Medio Oriente, Turchia, Armenia – non c’è nulla di equivalente).
Nell’Europa si è ricostruita nel sito del vecchio impero romano una realtà di sviluppo non basata sulla guerra, anzi basata sulla non belligeranza e sulla “pacifica competizione” economica, sull’allargamento volontario dei commerci, anziché quello derivato dall’espansione dell’impero e delle annessioni.
Questa teoria, della competizione economica in condizione di non competitività militare, è la scienza moderna dell’economia che si basa sulla estensione del diritto dei rapporti civili agli Stati, riducendone la componente arbitraria e delegandola ad un sistema di unità sovrastatuali.
Così lo stato e i cittadini si possono dedicare con maggiore attenzione al proprio benessere garantiti (fino a quando e a quanto poi?) dalla partecipazione ad un consesso di nazioni che si impegnano a rispettare queste regole.
Questo quadro è quello adatto a collocare la nascita dell’economia politica nel periodo che per consuetudine chiamiamo moderno, a partire dalla fine del Medio Evo. Che sia moderno anche il periodo classico è fuori di dubbio dato che tutta la nostra cultura è derivata o identica a quella.
Ciò che c’è di nuovo è che con la teorizzazione delle leggi dell’economia, col vincolo del non uso delle guerre, abbiamo un intensificarsi fruttuoso di energie intellettuali (teoria economica) e materiali (lavoro manuale e lavoro imprenditoriale) che hanno portato al livello di benessere di questi ultimi secoli, che è rilevante rispetto al basso livello di vita a cui ci si era ridotti nel Medio Evo, ma solo recentemente (ultimo dopoguerra, dal 1950) è superiore al livello di benessere del mondo classico.
L’avere scoperto, teorizzato, e poi realizzato un mondo prospero sulla base non della guerra è il principale merito dei teorici studiosi e operatori dell’economia politica moderna (dal 1600 ad oggi).
Queste due realtà, economia politica senza guerra e traffici non sistematici con guerra, sono le realtà fondamentali con cui è composta la realtà attuale del mondo.
E’ evidente che una non accettazione delle regole dell’economia pacifica lascia spazio solo al suo precedente arcaico, guerra più traffici, che così chiaramente influenza una parte rilevante del mondo.
L’ipotesi di benessere generale senza la competizione economica pacifica non deriva da nessuna teoria economica (cioè la ricchezza che si crea da sé), ma da una forma patologica di paradiso terrestre per cui si dovrebbe essere vaccinati.
4)
Le leggi dello sviluppo industriale e la teoria
dell’impresa
Le leggi dello sviluppo industriale sono quelle della teoria classica dell’impresa come è conosciuta dall’economia del primo anno.
Questa teoria si basa sulla determinazione dell’equilibrio del produttore in concorrenza e in monopolio, ben definiti, e poi su una serie di aggiustamenti teorici, meno ben definiti, quali duopolio, oligopolio differenziato, concorrenza monopolistica, monopolio parziale, etc. etc.
Tutte queste teorie, meno ben definite, sono un supporto teorico soggetto a emendarsi ed a perfezionarsi o ad estendersi.
Ipotesi fondamentale
dell’equilibrio, specie di concorrenza, e in genere valido per ogni tipo di
impresa è l’ipotesi di curve di costo unitario, medio e marginale, ad U. Tale
ipotesi potrebbe essere tranquillamente trasformata in postulato, data la
totale validità, riconducibile ad una tautologia che dice che per ogni cosa
c’è l’impianto e la scala di produzione ottima (adeguata).
Se c’è una scala di produzione o un impianto ottimo allora ad una scala maggiore o ad un impianto di maggiore capacità avremo costi totali unitari maggiori, e così avremo costi totali unitari e marginali maggiori per scale od impianti di capacità inferiore a quella ottima.
Ciò deriva dalle condizioni di natura che non sono predisposte specificamente per la produzione, ed ogni combinazione è più o meno favorevole. Mettendo in ordine queste possibilità abbiamo le curve ad U; oppure nell’impianto ottimo ad un livello di produzione avremo che sarà meno efficiente, e quindi con costi più elevati, prima e dopo il suo punto di ottimo dei costi.
Fatta questa precisazione di base dobbiamo togliere dalla mente le ipotesi di curve di costo ad L od altre fantasie, che si ottengono mediante interpolazione su dati storici di punti di curve statiche ad U, equivocando quindi che le curve statiche non siano ad U, con una verifica sbagliata su dati storici e variazioni anche di scala. Vedremo in seguito che le curve storiche ad L, di costo medio e marginale, o piatte sono derivabili dalle curve corrispondenti di costo statiche ad U.
Nell’ambito delle forme di mercato intermedie tra concorrenza perfetta e monopolio abbiamo trascurato l’ipotesi di oligopolio concentrato data la particolare infondatezza del potere di mercato che deriva dalla dimensione, data la dimensione del mercato mondiale di riferimento, e la totale compatibilità della determinazione dei prezzi col sistema del costo pieno – a maggior ragione se il margine proporzionale è variabile come sembrerebbe nella realtà – con qualunque regime di mercato, concorrenza o monopolio che sia.
Fare i prezzi col sistema del costo pieno è un sistema nasometrico di formare i prezzi come calcolo banale e non garantisce nessuna forma di extraprofitti stabili, ancor più se come nella realtà il margine risulta variabile.
Si ricordano qui gli schemi di equilibrio di concorrenza perfetta e di monopolio.

Per determinare gli altri elementi rilevanti dell’equilibrio del monopolista mettiamo in evidenza il grado di monopolio in riferimento al corrispondente equilibrio di concorrenza.

Tutte le forme di mercato meno precise ed intermedie tra concorrenza e monopolio, sono insufficientemente individuabili e meno chiaramente portatrici di conseguenze teoriche di rilievo.
Se nell’oligopolio cosiddetto differenziato si arriva a concludere una certa viscosità del livello di prezzi esistente anche per variazioni di un certo rilievo del costo marginale dobbiamo concludere che questa è una conclusione teorica, anche importante, che lascia scoperta una serie di questioni importanti della gestione dell’impresa di cui la sola nozione di viscosità del prezzo, che deriva dalla parte di non concorrenzialità del mercato, utile non è per la totalità dei problemi di questa impresa ma è solo una nozione in grado di aiutare la gestione di queste imprese.
4a) La
variazione di lungo periodo delle curve statiche dei costi
Le variazioni di lungo periodo della curva di costo medio e costo marginale sono note nella teoria classica ed hanno esse stesse un andamento ad U.
Tali curve si ricavano come inviluppo delle curve di breve periodo mentre l’impresa procede verse la sua dimensione ottima.

Si vede che la curva di costo medio e di costo marginale si ottengono dalle prime parti del costo medio e marginale di breve periodo dato che l’impresa procede ad espandere gli impianti senza che abbia raggiunto l’efficiente uso del breve periodo; cioè rinnova e accresce l’impianto prima di averlo utilizzato al suo massimo o ottimo di breve periodo.
Questo nella realtà può essere di più o di meno verificato.
Ciò vuol dire che l’andamento ad U così ben evidenziato da una parabola può nella realtà essere meno netto, meno preciso matematicamente ma sempre inevitabilmente ad U.
Così la curva può avere un largo tratto in linea del minimo, così come può avere la parte discendente o ascendente non perfettamente monotona, più punti di minimo le cui difficoltà tra un minimo e l’altro si superano finchè non riaffiora una barriera più netta e non superabile.
Ad esempio, la dimensione economica ottima di una calzoleria artigiana (calzolaio) non può andare molto in là, nelle condizioni pratiche di oggi, e un grande luogo di lavorazione per la riparazione per tutte le scarpe della città è di fatto inefficiente, quindi l’artigiano calzolaio ha una curva di costo marginale e di costo medio totale inevitabilmente ad U, e così in linea di massima tutti i produttori.
Abbiamo quindi precisato che curva ad U non vuol dire che non ci sia una parte, anche lunga, piana, quasi piana di minimo. Dipende dalle funzioni di elasticità delle quantità prodotte e ai costi, cosa che può essere molto variabile da impresa impresa ed è possibile che per molte imprese la parte ascendente della curva dei costi venga dopo un lungo tratto piano.
Ancora si può dire che la salita del costo marginale e medio può essere più meno rapida talchè nella realtà l’impresa si può situare in equilibrio e in condizione normali con costi marginali e medi molto prossimi ai prezzi o molto più bassi dei prezzi.
Ad esempio diamo due casi di diverse curve ad U, che rispettando la condizione micro dell’equilibrio si situano però in pratica [1] con rapporto di costi prezzi diverso.
Nel primo caso abbiamo costi medi e marginali molto più bassi dei prezzi e nel secondo caso abbiamo costi marginali e medi molto più vicini ai prezzi.
Il caso di equilibrio che abbiamo fatto noi è poco distante dall’ottimo analitico ma è molto prossimo all’ottimo pratico in cui l’impresa o l’imprenditore si tiene, ad una certa anche se piccola distanza dal punto d’equilibrio perché esso è molto pericoloso, visto che oltre che essere il punto di ottimo è anche il punto oltre il quale cadono i profitti totali, e che si può oltrepassare facilmente nel caso che non si possano rifiutare forniture richieste, come domanda particolare che si intende soddisfare lo stesso etc. Quindi l’ottimo pratico è leggermente e sufficientemente precedente l’ottimo analitico, calcolata quella variazione occasionale di forniture richieste e difficoltà di produzione che in media portano l’ottimo reale ad essere più piccolo, non poi tanto, dell’ottimo analitico ed anche tecnico. (Si noti che nella realtà il grado di utilizzo degli impianti è inferiore, come condizione normale, al 100% e la ragione è questa che abbiamo qui detto, oltre a quella del tempo necessario a produrre nuovi impianti nel caso che l’impresa sviluppi nuova capacità produttiva. La capacità produttiva utilizzata è normalmente intorno o inferiore al 90% della capacità tecnica massima).
4b) La
variazione di trend o secolare delle curve statiche dei costi
Questo tipo di variazione non è analizzata normalmente, limitandosi
al breve e al lungo periodo dell’equilibrio statico.
Ciò deriva dal fatto che la teorizzazione detta (breve – lungo periodo) è stata fatta in un periodo storico di qualche secolo fa in cui le condizioni di forte rinnovamento tecnologico non erano così presenti come oggi e quindi sono state più trascurate.
La realtà odierna, di fortissimo rinnovo tecnologico, comporta che le curve di costo unitario pur rimanendo ad U si spostano progressivamente verso il basso e non solo nel senso “dell’inviluppo di lungo periodo” conosciuto.
Quindi come registrazione storica e di trend abbiamo oggi il movimento di traslazione di costo medio e marginale di lungo periodo continuo.
Questo prescinde anche del processo di acquisizione dell’impianto ottimo e quindi la curva storica ha salti verticali, cioè caduta dei costi a parità di capacità produttiva e di prodotto venduto.
Ciò partendo dal modello di equilibrio di breve periodo si può rappresentare nel seguente modo.
Così si rappresenta una situazione storica al tempo 1, 2, 3 dove i costi (qui marginali) scendono per ogni quantità prodotta, tramite nuova tecnologia o risparmio di lavoro o migliore organizzazione, e tendenzialmente scendono anche i prezzi. Se può sembrare strano uno schema del genere in un periodo che ha avuto inflazione possiamo dire che alcuni settori, elettronica e – fuori dell’industria – servizi aerei e prodotti agricoli ad esempio, hanno traslazioni della curva di costo di lungo periodo verso il basso.
Rimane che ciò che vale come trend nel periodo di forte rinnovo tecnologico vale come tendenza secolare senz’altro. Questi fatti bisogna vederli poi, nei periodi di inflazione, depurati da questo fenomeno, cioè dell’influenza dei settori che vanno in controtendenza temporaneamente.
4c) Le curve
storiche dei costi
Le curve storiche dei costi vanno viste in una situazione di prezzi non crescenti e poi in condizioni di prezzi crescenti che portano diversi risultati.
Se facciamo l’ipotesi di prezzi decrescenti o stabili abbiamo che le curve storiche dei costi sono decrescenti.
Tali curve storiche rappresentano una funzione decrescente in virtù dei cicli di aumento della produttività

e dell’efficienza. La variabile in ascissa è il tempo e in ordinata c’è un qualunque costo totale medio di riferimento e l’andamento è legato ai cicli di più o meno intensità dell’efficienza.
Questa è da considerarsi la tendenza storica rilevante, tendenziale, o secolare che dir si voglia.
Se introduciamo la possibilità che in concomitanza con questa tendenza di fondo ci troviamo in una situazione di inflazione, allora la stessa curva storica, tendenziale, secolare, la dobbiamo immaginare fratturata e rialzata in proporzione all’inflazione, pezzo per pezzo, periodo per periodo nel seguente modo:

Prendendo queste curve senza distinguere le traslazioni
dovute all’inflazione si ha una serie di punti che sembrano senza
significato. E’ il mettere in rilievo il movimento all’insù sui costi
dell’inflazione che consente di ricomporre che questi pezzi, pure così
traslati, via via verso l’alto sono i pezzi di una curva continuamente e
tendenzialmente decrescente.
L’inflazione infatti deriva da una qualche disfunzione dell’economia che fa traslare in senso opposto a quello secolare la tendenza storica dei costi.
Così, se l’aumento del prezzo del petrolio, dovuto all’organizzazione del mercato in mercato monopolistico o di oligopolio cartellizzato (OPEC), incide poi nella formazione di tutti i costi dell’economia, abbiamo una traslazione come prima indicato ed è riferita all’inflazione italiana degli anni ’70 e ’80.
Se oltre all’aumento del prezzo del petrolio mettiamo il rialzo del tasso di interesse che è stato in origine rialzato per favorire l’aggiustamento della bilancia dei pagamenti che si era squilibrata (deficit) per il rialzo del prezzo petrolifero, abbiamo un altro effetto ed impulso sull’inflazione.
Se poi vediamo che i salari sono indicizzati ai prezzi (finchè erano indicizzati ai prezzi: scala mobile) abbiamo ai cicli successivi un ulteriore impulso alla spirale prezzi-salari-prezzi. Il mercato del lavoro in questo modo non genera autonomamente inflazione ma può ampliarne l'intensità nell'insieme dei settori.
I salari da parte loro e autonomamente possono dare un impulso all’inflazione ma in verità di piccolo rilievo e la misura di questa pressione è data dalla variazione del rapporto RLD/VA = W.N./X.P, da cui si ricava che l’impulso di inflazione dei salari nasce dalla variazione del rapporto W/P = X/N per cui se il salario reale cresce (e quindi non importa la crescita del salario nominale) più di quanto non cresce il prodotto per addetto o produttività in quantità, allora dal mercato del lavoro c’è un impulso inflazionistico. Tale impulso inflazionistico è di poco rilievo perché il mercato del lavoro non è costituzionalmente in grado di forzare il rapporto W/P: X/N dato che gli impulsi demografici sono tali che si ha comunemente un eccesso di offerta nel mercato del lavoro che impedisce normalmente la pressione sui prezzi del salario reale.
Nel periodo di inflazione recente 1973-1990 l’inflazione è stata mossa dal prezzo del petrolio e la poca inflazione derivata dal mercato del lavoro è stata promossa dalla più forte pressione sindacale che ha caratterizzato alcuni periodi, all’interno del periodo detto 1973-1990, periodi influenzati negativamente anche da altri fattori.
4d)
L’allargamento dello spazio tra domanda e offerta (prezzi e costi) come base
dell’espansione delle quantità prodotte