Storia ed Economia dello Stato di Prof. Marcello Pili
Il
mercato generale classico assumeva la neutralità dello Stato in economia e
quindi si limitava a trattare i mercati dal solo punto di vista degli
operatori privati. Se lo Stato fosse rimasto al ruolo dello Stato liberale non
vi figurerebbe nell’economia lo Stato con funzioni particolari, ma come un
singolo cittadino che compra penne, carta, scrivanie, petrolio per
riscaldamento, costruisce uffici etc., etc..
Lo
Stato quindi invece di essere uguale al cittadino privato per poca parte
dell’economia ha, con le gestioni comuniste o filo – comuniste, preso un
ruolo via via più importante portandosi fuori dal
ruolo minimo in economia e dalla condizione di neutralità cosiddetta del
Bilancio in Pareggio.
Lo
schema teorico keynesiano che abbiamo aggiunto al
modello classico tratta del ruolo che può avere a fini di incrementare
l’occupazione il deficit di Bilancio.
Vediamo
oggi quindi, lontani dal modello liberale ottimo dell’economia, lo Stato
prendere iniziative sul deficit pubblico e soprattutto affondare il coltello
nell’economia privata tagliando metà della totale economia per fini
cosiddetti “pubblici”, “sociali” etc., Così
con la scusa di aiutare gli altri del “pubblico” e del “sociale” si
mette a salari di fame i produttori (un operaio della Fiat guadagna oggi
1.300.000 al mese ed è in condizioni di fame).
Con
la scusa di assistere si creano disoccupati tramite le altissime tasse sugli
altri e bisognosi diventano quelli che bisognosi non erano. Così è
importante vedere il contenuto, o l’obiettivo economico, della ideologica
comunista, o del “pensiero” cosiddetto sociale della chiesa che è sempre
lo stesso comunismo.
Così
con l’intervento dello Stato in Economia, fuori del modello minimo liberale
(minime tasse e minime spese ben sottolineate storicamente dai ministri del
Regno d’Italia che furono Quintino Sella e gli altri liberali) e oltre il
modello keynesiano (ruolo del Deficit Pubblico per
lo sviluppo dell’Occupazione) che pure abbiamo incorporato nel modello
generale classico – keynesiano,
lo Stato ha preso recentemente a invadere una parte enorme dell’economia con
tassazione da Stato totalitario e produzione collettivizzata perché con la
scusa della tassazione metà del reddito viene gestita dal partito unico –
comunista - stato che impone questo stato di cose per finanziarsi e per
corrompere l’elettorato col controllo dell’economia.
A
questo si aggiunga la costituzione di una quantità incredibile di monopoli,
dette aziende pubbliche, che essendo fuori del mercato concorrenziale non
sviluppa efficienza e tecnologia ma corruzione politica e clientele. Oltre il
danno economico c’è la corruzione politica e non si può parlare di
democrazia ma di comunismo corruttore.
La
quantità di aziende private che lo Stato italiano ha tenuto dopo il Fascismo
per fini di clientela elettorale è solo limitatamente ridotto ora con
l’obbligo di privatizzazione imposto all’Italia dalla U.E.,
perché queste privatizzazioni fatte sono una piccola parte del necessario e
perché le privatizzazioni si sono fatte badando che le partecipazioni
venissero assunte privatamente da persone amiche del gruppo comunista –
interventista sullo Stato per cui ora sono in amministrazioni personali
fiduciarie degli stessi vecchi partiti che le controllavano prima e per di più
con l’occasione di fare ricchezze personali sotto copertura di
privatizzazioni protette o guidate.
Quello
che abbiamo ora non è un ruolo dello Stato nell’economia, ma una
appropriazione di una parte di economia molto grande (metà del reddito con le
imposte e tasse e in più la partecipazione o privatizzazione pilotata di
imprese) al fine di controllo totalitario della popolazione tramite il
controllo dei proventi economici e dei flussi personali dei redditi.
Prova
ne sia che ogni volta che la popolazione vota per il non comunismo, questo
voto viene mediante trucchi vanificato. L’apparato che si appropria
dell’economia per fini totalitari non lascia ai cittadini autonomia di
scegliere il governo.
L’obiettivo
non detto sarebbe quello di condizionare totalmente i cittadini al fine di
farsi sempre votare comunista, come nei paesi comunisti e come si riesce in
parte nelle regioni comuniste d’Italia.
Il
modello comunista è sempre di povertà, anche se temporaneamente nelle
regioni italiane comuniste non si osa proporre il modello pauperista,
per il rischio che si è verificato a Bologna, dove la proposizione del
modello pauperista (degrado) ha comportato
l’abbandono del voto comunista, il cui programma rimane però sempre la
povertà e il dominio sulla povertà e le difficoltà della gente, per cui le
difficoltà della Pubblica Amministrazione opposta contro l’economia devono
intendersi procurate intenzionalmente per portare difficoltà alla gente.