SOMMARIO
VII.1.1.1 Origine
e sviluppo dell’industria in Europa. Quando nasce l’industria?
VII.1.1.2 Origine
e sviluppo dell’industria in Europa
VII.1.2 Oro e
commercio: due input fondamentali per lo sviluppo dal trecento in poi
VII.1.3 Le
manifatture europee tra il XIII e XVII secolo
VII.1.3.1
L’industria italiana di fine Medioevo
VII.1.3.2 Nascita
dell’industria europea
Conclusioni
A questa domanda si è soliti dare la seguente risposta: “con la rivoluzione industriale”, e quando si parla di rivoluzione industriale non si può far altro che parlare dell’Inghilterra del XVIII secolo, considerando, pertanto, solo il cosiddetto sviluppo industriale moderno.
L’attività industriale, però, è nata con l’uomo, cioè è nata nel momento in cui l’uomo ha cominciato a trasformare strumenti grezzi, come le pietre o i bastoni, in strumenti necessari per la sua sussistenza, quindi in strumenti necessari per la caccia o per la pesca.
Senza andare troppo lontani nel tempo, analizziamo la situazione “industriale” europea dal Medioevo in poi, in modo da evidenziare l’esistenza di industrializzazione nei secoli che precedono il ‘700.
Adam Smith, nel suo lavoro “Ricerche sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni” (1776), fa notare come “nessun grande paese possa sussistere, né sia mai potuto sussistere, senza che in esso venisse svolta qualche specie di manifattura”, e quando si parla di manifattura, si intende quel processo di trasformazione di materie prime in oggetti atti a soddisfare i bisogni dei consumatori; e che cosa è questa, se non industria?
Smith fa una duplice distinzione tra “manifattura domestica” (manifattura nazionale, destinata al consumo locale – n.d.a.) e “manifattura adatta alla vendita in luoghi lontani” (manifattura destinata a mercati più ampi – n.d.a.).
La prima, da sempre presente in tutti i paesi, riguarda la produzione – di comune livello qualitativo – di beni necessari alla vita dei cittadini, quali il vestiario o il mobilio, la cui realtà è strettamente connessa all’esistenza dell’uomo.
La seconda, e più importante per capire lo sviluppo industriale moderno, è presente solo nelle azioni – come dice Smith – “più civili”, perché costituita da “manifatture fini e perfezionate”, cioè da prodotti raffinati e da beni di lusso. Due sono le cause, secondo il pensiero smithiano, che hanno favorito la nascita delle manifatture destinate a mercati più ampi. La prima è legata al graduale e spontaneo perfezionamento delle manifatture domestiche, eseguite in ogni epoca, anche nei paesi più poveri, con l’impiego di materie prime prodotte nel paese stesso.
Questo processo spontaneo di perfezionamento si è realizzato principalmente in quelle località lontane dal mare, o comunque, lontane da ogni via di trasporto marittimo o fluviale (principali vie di “comunicazione commerciale”). In quei luoghi – soprattutto se fertili e facilmente coltivabili – veniva prodotta una quantità di viveri che, da un lato, era superiore al necessario per la sopravvivenza dei contadini, ma, dall’altro, era difficile da “esportare” per i costi di trasporto troppo elevati.
L’offerta, superiore alla domanda, provocava una riduzione del costo dei viveri: questo favoriva (soprattutto in Inghilterra) l’ “immigrazione” di operai che, con il loro lavoro e con la possibilità di utilizzare materie prime a basso costo – perché provenienti da luoghi “specializzati”, come il cotone – rifornivano gli agricoltori di prodotti a loro necessari e utili, ma soprattutto a prezzi più favorevoli rispetto a prima.
Si ebbe quindi un’interazione positiva tra fertilità e manifattura: la nascita della manifattura trae convenienza dalla fertilità della terra che, a sua volta, aumenta proprio grazie al processo manifatturiero.
La seconda causa, è il commercio estero. Tramite il commercio estero i grandi proprietari dell’intera Europa potevano acquistare prodotti raffinati e costosi beni di lusso, scambiandoli con prodotti grezzi della terra. La domanda di tali prodotti, così belli e così raffinati, era in continua crescita e questo spingeva i commercianti a trasferire queste manifatture nei propri paesi, riducendo in tal modo le elevate spese di trasporto.
Le manifatture introdotte in questo modo, a differenza di quelle nazionali, impiegavano generalmente materie prime importate, proprio perché risultavano essere imitazioni di quelle straniere.
VII.1.2
Oro e commercio: due input fondamentali per lo sviluppo dal trecento in poi.
Analizziamo ora le circostanze che hanno favorito la nascita delle manifatture destinate a mercati più ampi.
Abbiamo già visto i due motivi proposti da Smith: il progressivo perfezionamento della manifattura nazionale e il commercio. In entrambi i casi vi era un unico obbiettivo: la riduzione dei costi di trasporto.
Soffermiamoci sull’importanza che il commercio ebbe ed ha nella nascita della manifattura.
I mercanti importano ed esportano seguendo la cosiddetta legge di arbitraggio: comprano a prezzi bassi nel mercato di produzione, dove la quantità di un bene è abbondante, vendono ad un prezzo molto più alto nel mercato di sbarco, dove quel bene scarseggia, ottenendo guadagni dal differenziale tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita.
Il commercio allora riguardava diversi settori: quello più importante per la nostra analisi è il commercio dei metalli preziosi – oro e argento – proprio perché il periodo che stiamo considerando è caratterizzato dalle scoperte di grandi giacimenti di oro nelle nuove colonie d’America.
E’, all’inizio, opinione comune a tutti i paesi che “uno dei principali presupposti per la prosperità e la felicità di un regno è che esso disponga sempre di grandi quantità di moneta e di oro” (Tomàs de Mercado – 1569). Questo, anche se paradossale, non si verificò nei paesi in cui l’oro veniva estratto. L’abbondanza di oro provocò due effetti: innanzi tutto la diminuzione del suo valore, cosicchè i prezzi delle altre merci aumentarono, in secondo luogo “rende gli uomini più propensi a dare in eccesso una merce – l’oro – e ad acquistare più arditamente e più spesso le altre” (Girard du Haillan – 1574). Per fare un esempio concreto di questi due effetti, ricordiamo che in Perù si barattavano pezzi di oro con prodotti che, pur avendo uno scarso valore, come specchi o spilli, rappresentavano una novità.
Ma, cosa ancor più grave, è che poco cambiò in questi paesi quando vennero imposte restrizioni sull’esportazione dell’oro.
Il motivo è che “la ricchezza vera non consiste nel possesso di forti quantità di oro e di argento… che si dissolvono appena consumate (usate per il consumo – n.d.a.), ma nel possesso di beni che, se anche consumati dall’uso, ci sono conservati mediante la sostituzione” (Martin Gonzales de Cellorigo – 1600). Nel parlare di “merce conservata mediante la sostituzione”, si fa riferimento alla produzione efficiente di beni (n.d.a.): è, quindi, il lavoro produttivo che, come sostiene Adam Smith quasi due secoli dopo, ma come già viene indicato negli scritti di Epicuro e di Lucrezio molti secoli prima, determina la ricchezza delle nazioni. Infatti è l’esportazione dei manufatti, sempre più perfezionati, che attira ricchezza nel luogo in cui vengono fabbricati.
Mettiamoci ora nei panni del mercante: questo si trova di fronte ad un aumento non solo della domanda interna, ma anche della domanda di quei paesi “ricchi” di oro. Oltre ai costi di acquisto delle merci, egli deve sostenere i costi di trasporto: allora non vi è altra soluzione migliore che quella di trasferire il processo produttivo nel proprio paese (Inghilterra per prima e poi gli altri paesi europei), acquistando le materie prime dove abbondano – e quindi dove costano meno -.
Tale soluzione può essere attuata solo dai mercati perché sono gli unici che, grazie a quel famoso differenziale tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita, danno origine a quel processo di accumulazione, fondamentale per la nascita dell’industria.
VII.1.3
Le manifatture europee tra il XIII e XVII secolo.
Le manifatture che maggiormente si sviluppano tra il XIII e il XVII secolo sono quelle tessili: basti pensare che l’attività manifatturiera della lana, della seta e di altre fibre tessili – ad esempio il lino – utilizza, in questo periodo, il grosso delle forze di lavoro e dei capitali che vengono impiegati nella manifattura. Vediamo, innanzi tutto, come queste attività si siano distribuite prima in Italia, poi in Europa.
Per quanto riguarda l’Italia, Smith sottolinea il fatto che le città italiane – come Genova, Venezia, Pisa, Firenze e Siena – raggiunsero un elevato grado di prosperità proprio grazie al commercio. “L’Italia si trova al centro di quella che, a quel tempo, era la parte progredita e civile del mondo”: è questa posizione centrale che consentì alle città italiane di prosperare grazie al commercio seguente le crociate, causa, invece di rallentamento del progresso economico nella maggior parte delle città europee.
Nel XIII secolo fioriscono a Lucca le antiche manifatture delle sete, dei velluti e dei broccati. Nel ‘400, Italia e Spagna erano all’avanguardia nel settore laniero: Firenze anticipò, nella tessitura, l’introduzione del “factory system”, mentre il “domestic system” (nel senso di produzione familiare) caratterizza la filatura, la tintura e l’appretto. Anche Venezia, regina dei traffici marittimi, elaborò un programma di sviluppo industriale basato sulla manifattura tessile: non a caso, le manifatture tessili di Lucca, allontanate dalla città nel 1310, vennero subito “accolte” a Venezia.
Un posto di rilievo nella manifattura laniera europea venne occupato, sin dal ‘300, dalle Fiandre, che portarono nel mercato prodotti di alta qualità ottenuti dalla ottima lana inglese. Tale produzione entrò in crisi nel ‘400 a causa della concorrenza da parte dei produttori inglesi: questi spiazzarono la produzione fiamminga portando sul mercato stoffe “leggere” a basso costo. I fiamminghi reagirono alla produzione inglese proponendo ai consumatori una nuova gamma di stoffe di qualità corrente e molto convenienti, ottenute da scadenti, ma non costose, lane spagnole. Questo è un perfetto esempio di come la concorrenza sia l’elemento vitale per la dinamicità dell’economia, che altrimenti sarebbe statica: un’impresa con costi statici viene sopraffatta da quella che riesce a ridurli.
Conclusioni
Il
commercio ha avuto un ruolo fondamentale nel processo di industrializzazione
europea, ancor prima della scoperta dell'America e dei grandi giacimenti di
metalli preziosi. Infatti, nel Medioevo vi erano esempi rilevanti di
industrializzazione: in questo periodo è l’Italia che fa da regina nel
settore manifatturiero proprio grazie al commercio derivante dalle crociate e,
soprattutto, grazie alla sua posizione centrale nel grande mercato
internazionale che interessava l’Europa e l’Oriente.
Le cose cambiano nel XVI secolo: infatti, la scoperta del nuovo continente crea un flusso di scambi internazionali in cui il baricentro è occupato dalla Gran Bretagna: anche in questo caso è il commercio che favorisce l’industrializzazione di questo paese.
E’ quindi il commercio, fonte fondamentale per il processo di accumulazione, che dà vita alle attività manifatturiere già da diversi secoli prima della rivoluzione industriale.
Sarebbe, quindi, più corretto parlare di “rivoluzione industriale” come “primo intenso sviluppo di un settore da sempre presente ed esistito” (Come dice A. Smith).
Questa tesina dimostra che andando alle fonti fuori dei libri di testo si dimostra che l’Italia è stata sempre un paese sviluppato e anche il maggiore fino allo sviluppo del secolo scorso di Inghilterra e Stati Uniti. Ciò anche interpretando correttamente gli economisti come A. Smith che si rifanno completamente alla cultura classica e indicano l’Italia come un paese altamente sviluppato.